🤖 Cosa cambia
- Victor Gao sostiene che la Cina non accetterà un dominio esclusivo statunitense sull’AI e collega la competizione anche a terre rare e open source.
- Moody’s stima 140 miliardi di dollari di capex tech cinese nel 2026, molto meno degli USA ma con costi infrastrutturali inferiori.
- Analisti militari cinesi studiano l’Ucraina per integrare operazioni, comunicazione e AI generativa, mentre la green tech rafforza Pechino in Africa.
La competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta assumendo una forma molto più ampia della semplice corsa alla GPU più potente. Pechino dispone di meno acceleratori avanzati, incontra ancora limiti nei semiconduttori di frontiera e investe molto meno degli hyperscaler americani, ma cerca di compensare questi svantaggi attraverso costi inferiori, infrastrutture energetiche, modelli più efficienti, open source e controllo delle filiere industriali. Contemporaneamente il confronto entra nella dimensione militare e informativa: ricercatori cinesi studiano il modo in cui l’Ucraina ha coordinato droni, comunicazione strategica e AI generativa. Sullo sfondo, la stessa capacità manifatturiera che sostiene il computing sta rendendo solare, batterie e tecnologie verdi cinesi sempre più competitive nei mercati africani.
Cosa leggere
Victor Gao: la Cina non accetterà un monopolio globale sull’AI
La dichiarazione politicamente più netta arriva da Victor Gao, vicepresidente del Centre for China and Globalisation, che durante il Penang Peace Dialogue in Malaysia ha sostenuto che Pechino non consentirà a nessun Paese di raggiungere una posizione di dominio esclusivo sull’intelligenza artificiale. Gao ha accusato gli Stati Uniti di militarizzare e trasformare l’AI in uno strumento geopolitico, citando applicazioni che spaziano dai droni ai missili balistici fino ai normali sistemi software e hardware. Ha inoltre contrapposto l’approccio open source promosso da parte dell’ecosistema cinese alle strategie più chiuse delle grandi aziende americane, collegando direttamente la capacità di Pechino di resistere alla pressione statunitense al controllo cinese sulle terre rare e sulle filiere critiche. La dichiarazione, riportata dal South China Morning Post, resta naturalmente la posizione di un esponente di un think tank e non una nuova dottrina ufficiale del governo cinese. È però coerente con una linea industriale già osservabile: Washington usa export control, semiconduttori e accesso agli acceleratori come leve di contenimento, mentre Pechino risponde cercando di rendere meno indispensabili proprio quelle tecnologie. La dinamica è già emersa nella guerra industriale tra USA e Cina che ha spostato il confronto dai chip a data center, energia e infrastrutture.
La Cina investe molto meno degli hyperscaler USA ma compra più compute per dollaro
Il limite cinese rimane quantitativo. Secondo la ricerca di Moody’s Ratings sull’espansione del computing cinese, il capex aggregato dei principali gruppi tecnologici della Cina dovrebbe superare 140 miliardi di dollari nel 2026, più del doppio dei 65 miliardi spesi nel 2025, per raggiungere circa 165 miliardi nel 2027. La distanza dagli Stati Uniti resta enorme: Moody’s stima che soltanto sei hyperscaler americani possano avvicinarsi a 785 miliardi di dollari di investimenti nel 2026. Il confronto nominale, tuttavia, non descrive completamente la capacità computazionale prodotta. Costi di costruzione inferiori, incentivi pubblici, energia meno costosa in alcune regioni e una supply chain domestica sempre più estesa permettono alle aziende cinesi di ottenere più capacità fisica per ogni dollaro di capex rispetto alle controparti statunitensi. Moody’s mantiene chiaramente il vantaggio americano nei semiconduttori più avanzati, ma osserva che il divario reale nel compute è inferiore a quello suggerito dal semplice confronto degli investimenti. È la conferma di una dinamica già visibile nel modello cinese che combina open source, satelliti, energia e data center per ridurre lo svantaggio nell’AI.
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Le restrizioni sui chip stanno costringendo Pechino a ottimizzare l’intero sistema
La conseguenza più interessante degli export control americani è che la Cina non può permettersi di replicare semplicemente il modello statunitense comprando più acceleratori. Deve ottenere più inferenza e addestramento da risorse relativamente inferiori. Questo significa intervenire su quantizzazione, mixture-of-experts, scheduling dei cluster, networking, memoria, software e costo energetico, oltre che sviluppare acceleratori domestici. DeepSeek ha reso evidente quanto l’efficienza algoritmica possa ridurre il fabbisogno di calcolo rispetto a modelli addestrati con strategie più brute force, mentre Huawei, Cambricon, Enflame e altri produttori cercano di costruire alternative alla piattaforma Nvidia. Il vantaggio CUDA e l’accesso statunitense alle GPU più avanzate rimangono difficili da colmare, ma l’obiettivo cinese non è necessariamente eguagliare ogni componente: è ottenere una capacità utile sufficientemente grande attraverso un sistema complessivamente più economico. Lo stesso meccanismo emerge nella crescita di Shenzhen come polo di autosufficienza per chip, AI e robotica. Gli export control possono quindi produrre due effetti contemporaneamente: rallentare l’accesso cinese alla frontiera e aumentare l’incentivo economico a costruire una filiera alternativa.
L’energia diventa parte del vantaggio computazionale cinese
L’efficienza economica del compute dipende anche da ciò che alimenta i server. Moody’s lega parte del vantaggio di costo cinese all’accesso a energia verde relativamente economica e agli incentivi territoriali, mentre il programma nazionale Eastern Data, Western Computing sposta una parte dei workload verso province occidentali con maggiore disponibilità di territorio ed energia. Pechino può così trasformare l’espansione di solare ed eolico in una componente della strategia AI. Non significa che i data center cinesi siano alimentati esclusivamente da rinnovabili, né che il carbone abbia perso il proprio ruolo centrale nella generazione elettrica nazionale. Significa però che il costo marginale dell’espansione del computing può essere ridotto collegando nuovi cluster a regioni dove produzione energetica e spazio sono più abbondanti. La Cina ha già superato il carbone in termini di capacità solare installata, pur mantenendo il carbone dominante nella generazione effettiva. La corsa all’AI diventa quindi anche una corsa alle reti elettriche: un acceleratore non produce alcun vantaggio competitivo se manca l’energia necessaria per tenerlo acceso.
Il PLA studia l’Ucraina: guerra informativa e operazioni militari devono convergere
La competizione AI entra parallelamente nella dottrina militare. Ricercatori della National University of Defence Technology hanno analizzato l’operazione ucraina Spiderweb, l’attacco del giugno 2025 nel quale oltre cento droni occultati in normali camion colpirono diverse basi aeree russe. Lo studio, pubblicato sulla rivista cinese Defence Industry Conversion, non si concentra soltanto sull’efficacia militare del raid. Gli autori considerano altrettanto importante il modo in cui Kiev ha coordinato operazione fisica, narrazione pubblica, immagini, social media e comunicazione internazionale. La lezione proposta a Pechino è che possedere tecnologia avanzata non basta: informazione e azione devono essere progettate insieme. I ricercatori suggeriscono coordinamento tra governo, think tank e influencer, messaggi differenti per pubblici differenti e uso aggressivo dell’AI generativa per produrre, diffondere e difendere le narrazioni. Il punto è particolarmente rilevante perché analisi cinesi pubblicate negli stessi mesi ammettono ancora ritardi del PLA nell’utilizzo offensivo dei grandi modelli, mentre la guerra in Ucraina è diventata il principale laboratorio mondiale per droni, software, guerra elettronica e sistemi autonomi.
La lezione ucraina non riguarda propaganda separata dal campo di battaglia
La novità concettuale è proprio l’abbandono della distinzione rigida tra combattimento e comunicazione. Nell’interpretazione dei ricercatori cinesi, Spiderweb ha prodotto un risultato militare ma anche un effetto psicologico: mostrare che basi collocate molto lontano dal fronte potevano essere colpite ha modificato la percezione di sicurezza russa e contemporaneamente rafforzato il morale ucraino e la capacità di ottenere attenzione internazionale. L’AI generativa rende questa integrazione potenzialmente molto più rapida, perché può generare testi, immagini, traduzioni, video e adattamenti narrativi per pubblici differenti quasi in tempo reale. Il rischio è evidente: gli stessi strumenti possono industrializzare disinformazione, contenuti sintetici e operazioni di influenza. Ma dal punto di vista militare il problema è ancora più ampio. Se sensori, droni e reti producono informazioni sul campo e i modelli generativi trasformano immediatamente quei dati in materiale comunicativo, la “information warfare” smette di essere una funzione successiva alla battaglia e diventa un livello della stessa operazione. È una convergenza coerente con la crescente integrazione cinese tra infrastrutture dual-use, AI, droni e filiere tecnologiche.
In Africa la competizione con gli USA passa attraverso pannelli e batterie
La stessa logica di vantaggio sistemico appare fuori dal dominio strettamente digitale. In Africa, la penetrazione della green tech cinese sta riducendo il peso relativo delle strategie americane basate sull’espansione di petrolio e gas. Il Global Solar Council rileva che nel 2025 l’Africa ha registrato il proprio anno di crescita solare più rapido, con accelerazione sia degli impianti utility-scale sia di quelli distribuiti, commerciali e domestici. La Cina è centrale perché domina la produzione mondiale di pannelli fotovoltaici, batterie e numerosi componenti della filiera, comprimendo il costo di ingresso per Paesi nei quali grandi infrastrutture fossili richiederebbero più capitale, tempi più lunghi e una dipendenza continuativa dalle importazioni di combustibile. Il vantaggio cinese non coincide quindi con una scelta ideologica delle economie africane a favore di Pechino: è innanzitutto un problema di prezzo, disponibilità e velocità di installazione. La stessa forza industriale che permette alla Cina di ridurre il costo dei data center e della robotica sta rendendo competitive le esportazioni di tecnologie energetiche.
Continua con:
- USA e Cina allargano la guerra tecnologica a chip, minerali e spazio
- CXMT e Samsung mostrano come la guerra dell’AI coinvolga chip, acqua, energia e GPU
Pechino punta alla resilienza del sistema più che alla superiorità del singolo chip
I quattro sviluppi convergono su una conclusione meno semplice della narrazione secondo cui gli Stati Uniti possiedono i chip migliori e la Cina deve soltanto recuperarli. Washington mantiene un vantaggio tecnologico reale negli acceleratori di frontiera, nel software e nella capacità finanziaria degli hyperscaler, ma Pechino sta tentando di spostare la metrica della competizione. Se un modello può ottenere risultati competitivi con meno compute, se un data center costa meno, se l’energia è più economica, se una filiera domestica riduce la dipendenza dalle importazioni e se la stessa capacità produttiva conquista mercati esteri, il divario nella singola GPU pesa meno sul risultato finale. Le dichiarazioni di Victor Gao trasformano questa strategia in una rivendicazione politica; Moody’s ne mostra la logica economica; gli studi militari ne espongono la dimensione cognitiva; l’Africa ne mostra l’effetto commerciale. La guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina non si decide quindi soltanto nel nodo di processo di un semiconduttore. Si decide sulla capacità di costruire un ecosistema abbastanza efficiente, resiliente e distribuito da continuare a funzionare anche quando l’avversario controlla alcune delle tecnologie migliori.
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