Vannacci non ha perso a Cernobbio: Monti lo attacca, ma il salotto del potere lo legittima

📌 Punti chiave

  • Vannacci può avere perso il confronto nella sala, ma l’invito a Cernobbio gli consegna una legittimazione politica che prima non possedeva.
  • Calenda aveva compreso il problema prima dell’evento: contestare l’invito significava riconoscere che quel palco attribuisce status all’interlocutore.
  • Monti accusa Vannacci di retorica fascista, ma la sua storia impone una domanda speculare sul potere tecnocratico, finanziario e sulla cessione di sovranità.

Roberto Vannacci ha perso a Cernobbio? La risposta più semplice arriva dagli applausi: Mario Monti è stato accolto molto meglio, ha attaccato il generale sulla sua idea di Europa e ha evocato la «retorica e lo spirito del fascismo». Se però la politica fosse soltanto una gara di applausi nei salotti che la ospitano, l’analisi potrebbe fermarsi qui. Il problema è che Vannacci aveva ottenuto il risultato politicamente più importante ancora prima di parlare: essere invitato a Cernobbio. Futuro Nazionale non ha ancora affrontato un’elezione politica nazionale con il proprio simbolo, ma il suo leader è stato riconosciuto come interlocutore in uno dei luoghi nei quali si incontrano establishment economico, finanza, grandi imprese, politica e istituzioni internazionali. Reuters aveva colto il punto prima dell’evento, definendo quella partecipazione una vera “establishment platform” per Vannacci.

Il risultato di Vannacci arriva prima del confronto con Monti

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La fotografia politicamente più interessante di Cernobbio non è quindi Monti che parla e Vannacci che incassa. È Vannacci seduto lì. The European House-Ambrosetti presenta il proprio Forum come uno dei principali luoghi internazionali di confronto tra capi di governo, istituzioni, amministratori delegati, banchieri, economisti e grandi investitori. La stessa organizzazione ricorda che i partecipanti alle proprie edizioni rappresentano patrimoni gestiti nell’ordine delle decine di trilioni di euro. Non è una riunione di partito e nemmeno una trasmissione televisiva nella quale invitare un personaggio controverso può essere giustificato esclusivamente con l’audience: essere ammessi dentro quel perimetro significa essere considerati parte del gioco politico che conta. Ed è precisamente questo che Carlo Calenda aveva capito quando ha protestato contro l’invito e annunciato il proprio boicottaggio. Reuters riferiva già il 3 settembre che il leader di Azione considerava Vannacci un personaggio pericoloso e contestava la decisione di offrirgli quella tribuna. La reazione di Calenda può essere criticata, ma aveva una logica politica perfettamente leggibile: se si ritiene Vannacci un fenomeno antisistema da isolare, farlo entrare nella stanza simbolica del sistema significa normalizzarlo. Nel frattempo Futuro Nazionale viene accreditato da SWG del 7,5%, davanti a Forza Italia nella rilevazione citata da Reuters e quarto partito nazionale nelle intenzioni di voto. Matrice Digitale aveva già osservato questo processo nella trasformazione di Vannacci da generale-mediatico a soggetto politico capace di utilizzare Trump, AI e comunicazione digitale per costruire un proprio spazio autonomo: Vannacci usa Meloni e l’AI per conquistare la destra e sfidare Bruxelles. Cernobbio rappresenta il passaggio successivo. Non è più soltanto Vannacci che costruisce da solo il proprio palcoscenico attraverso social, libri e provocazioni. È il palcoscenico dell’establishment che decide di costruirgli una sedia.

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Monti può aver vinto nella sala e regalato a Vannacci la vittoria fuori dalla sala

È a questo punto che la scena degli applausi assume un significato completamente diverso. Monti richiama il fascismo, il pubblico reagisce calorosamente, Vannacci riceve un consenso molto più tiepido. Reuters descrive esattamente questa dinamica e registra anche la presenza di partecipanti che, pur non condividendo il generale, riconoscono alcune delle sue critiche all’eccesso di regolazione europea. Ma per l’elettore di Vannacci quella sproporzione di applausi non rappresenta necessariamente una sconfitta. Può diventare la prova esattamente opposta: Sono entrato nella loro casa e tutti si sono schierati contro di me. È il carburante perfetto per una comunicazione polarizzante. L’avversario non deve essere sconfitto nel merito; deve essere mostrato come membro di un blocco omogeneo di potere. Quanto più quella sala applaude Monti, tanto più semplice diventa per Vannacci descrivere quella stessa sala come il luogo dal quale arriva il rifiuto del suo elettorato. È un meccanismo comunicativo elementare, ma continua a essere ignorato da una parte dell’opinione pubblica. L’indignazione dell’establishment è diventata da anni una risorsa politica per chi si presenta come anti-establishment. Donald Trump ha costruito una parte della propria forza su questo corto circuito. Lo stesso Vannacci utilizza continuamente la reazione dei media e degli avversari come prova della propria alterità. Per questo il titolo «Monti asfalta Vannacci» può soddisfare chi Vannacci lo detesta, ma non necessariamente sottrargli un voto. Può anzi rafforzare la convinzione del suo elettore che il generale sia andato nella tana del nemico e ne sia uscito vivo. Il punto giornalistico dovrebbe quindi essere meno consolatorio: non chiedersi chi abbia ricevuto più applausi, ma chi abbia guadagnato più capitale politico dall’intera rappresentazione. Da questa prospettiva Vannacci ha ottenuto qualcosa che nessun video autoprodotto avrebbe potuto garantirgli: il riconoscimento formale come avversario degno di discutere di Europa con Mario Monti davanti alla platea di Cernobbio.

Monti parla di fascismo ma la sua idea di sovranità merita lo stesso scrutinio

Il secondo cortocircuito riguarda proprio Mario Monti. Definirlo letteralmente «fascista per conto della finanza» sarebbe storicamente improprio se il termine venisse utilizzato come classificazione politica: Monti non appartiene alla tradizione fascista e una simile affermazione presentata come fatto non sarebbe sostenibile. Ma la provocazione cambia significato se viene utilizzata per contestare l’uso selettivo della categoria di autoritarismo. Monti considera pericoloso un nazionalismo che comprime pluralismo e integrazione europea; è una posizione perfettamente legittima. Ma la sua biografia politica è a sua volta fondata sull’idea che porzioni della sovranità nazionale debbano essere trasferite verso un livello sovranazionale anche quando quel trasferimento incontra resistenze popolari. Non è un’interpretazione attribuitagli dai sovranisti. In un famoso intervento del 22 febbraio 2011, Monti spiegò che l’Europa ha storicamente bisogno delle crisi per compiere passi avanti e che tali passi sono, «per definizione», cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario; aggiunse che le crisi rendono politicamente e psicologicamente accettabili trasferimenti che in condizioni normali incontrerebbero maggiore resistenza e che le istituzioni create durante quelle crisi lasciano poi un «sedimento» non completamente reversibile. La registrazione dell’intervento è ancora reperibile nella sua trascrizione integrale. Nel 2024 Monti ha ribadito il concetto in termini meno provocatori, sostenendo che contrapporre sovranità italiana e sovranità europea sia ormai «fittizio» e che l’Italia abbia bisogno di un’Europa più forte per esercitare influenza. Sono idee europeiste coerenti, non prove di un complotto. Ma politicamente autorizzano una domanda che gli applausi di Cernobbio sembrano evitare:

perché la compressione della sovranità è trattata come un problema democratico soltanto quando procede dal nazionalismo e non quando viene giustificata dalla necessità tecnocratica, finanziaria o sovranazionale?

Se il fascismo viene evocato non nel suo significato storico preciso ma come categoria retorica della concentrazione del potere, allora la stessa severità dovrebbe essere utilizzata per esaminare ogni architettura che allontana decisioni fondamentali dagli elettori. Il problema non è chiamare Monti fascista. È evitare che chi denuncia il fascismo dell’avversario ottenga automaticamente una patente democratica assoluta per il proprio modello di trasferimento del potere.

L’Unione europea e il nodo delle banche esiste davvero e va raccontato correttamente

Qui bisogna però essere chirurgicamente precisi, perché una formulazione sbagliata regalerebbe agli avversari dell’intero ragionamento una confutazione facilissima. L’Unione europea non è un’associazione privata partecipata da banche e compagnie assicurative. È un ordinamento sovranazionale fondato sui trattati stipulati e ratificati dagli Stati membri. Nemmeno la Banca centrale europea appartiene alle banche commerciali: il suo capitale, pari attualmente a circa 10,825 miliardi di euro, è sottoscritto esclusivamente dalle banche centrali nazionali dei Paesi dell’Unione. La stessa BCE specifica esplicitamente di non avere proprietari privati. Fermarsi qui, tuttavia, significherebbe ignorare l’origine probabilmente più interessante della critica. Banca d’Italia, che partecipa al capitale della BCE, è un istituto di diritto pubblico ma possiede un capitale suddiviso in quote detenibili per legge da banche, compagnie di assicurazione e riassicurazione, fondazioni bancarie, enti previdenziali e fondi pensione. La documentazione ufficiale aggiornata al 2026 mostra tra i principali partecipanti UniCredit, Intesa Sanpaolo, BPER, ICCREA, Generali, BNL, Crédit Agricole Italia, Unipol e Monte dei Paschi, accanto a casse previdenziali e istituzioni pubbliche. Il bilancio 2025 quantifica la composizione in modo ancora più netto: le banche detenevano il 48,5% del capitale, gli enti previdenziali il 30,8%, le fondazioni bancarie l’8,6%, i fondi pensione il 6,1% e le assicurazioni il 6%. Questo non significa che UniCredit o Generali comandino la politica monetaria italiana o europea: Banca d’Italia precisa che le funzioni pubbliche restano indipendenti dai partecipanti e ricorda di essere un istituto di diritto pubblico. Ma il dato esiste e merita di essere raccontato senza trasformarlo in qualcosa che non è. Il rapporto strutturale tra architettura monetaria, banche centrali, sistema bancario e finanza è reale; la proprietà privata dell’Unione europea è invece falsa sui libri di scuola, ma è corretta se si fa un’analisi logica del sistema. Correggere questa distinzione rende l’argomento contro la tecnocrazia molto più forte, non più debole, perché sposta l’attenzione dalle fantasie societarie alla vera domanda democratica: chi determina la politica monetaria, quali vincoli condizionano i governi, quanto spazio rimane agli elettori e quali ambienti culturali ed economici formano le élite che gestiscono quelle istituzioni.

Mario Monti è davvero un uomo dell’establishment finanziario senza bisogno di inventare nulla

Del resto non serve deformare la natura dell’UE per collocare Mario Monti dentro l’establishment economico e finanziario internazionale. È sufficiente leggere le biografie istituzionali. È stato commissario europeo per il Mercato interno, i servizi finanziari e la fiscalità dal 1995 al 1999 e commissario alla Concorrenza dal 1999 al 2004. È stato presidente della Bocconi, fondatore e presidente onorario di Bruegel e membro di numerosi organismi internazionali. Soprattutto, la stessa Commissione europea ricorda nella propria biografia ufficiale che Monti è stato international adviser di Goldman Sachs e componente dell’advisory board di Coca-Cola. Nel novembre 2011 viene nominato senatore a vita e appena una settimana dopo assume la presidenza del Consiglio nel pieno della crisi del debito sovrano. La scheda ufficiale del Senato documenta quella sequenza: nomina il 9 novembre, governo dal 16 novembre 2011. Nessuno di questi fatti rende Monti illegittimo né trasforma automaticamente le sue politiche in un mandato delle banche. Ma rende quantomeno curioso utilizzare l’ex premier come figura esterna al sistema chiamata a impartire lezioni sulla pericolosità del potere altrui. Monti è uno degli interpreti più coerenti della tecnocrazia europea, cioè dell’idea che determinate scelte di politica economica possano e talvolta debbano essere sottratte alla volatilità immediata della politica nazionale attraverso regole, istituzioni indipendenti e vincoli sovranazionali. Si può considerare questa architettura una garanzia contro populismo e irresponsabilità fiscale. Si può, all’opposto, considerarla una progressiva riduzione dello spazio decisionale democratico. Entrambe sono posizioni politiche discutibili. Ciò che non funziona è trattare la prima come pura neutralità tecnica e la seconda automaticamente come minaccia autoritaria. È lo stesso cortocircuito che Matrice Digitale ha evidenziato analizzando il Rhine Group di Mario Draghi, dove ex decisori pubblici, capitale finanziario, grandi imprese, economisti e vertici dell’informazione tornano a riunirsi dentro strutture private che ambiscono apertamente a orientare l’agenda europea: Mario Draghi e Rhine Group: il cancro che vuole curare l’Europa. Anche in quel caso il problema non è immaginare un complotto, ma osservare la continuità tra chi produce le idee, chi gestisce il capitale, chi costruisce la reputazione e chi viene chiamato a tradurre tutto questo in politica pubblica.

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Cernobbio non ha sconfitto Vannacci: lo ha incassato nel sistema che dice di combattere

Ed è questa, alla fine, la vera vittoria di Vannacci a Cernobbio. Non aver convinto la sala. Non aver battuto Monti sul terreno dell’economia europea. Non essere risultato più elegante, più competente o più applaudito. La vittoria consiste nell’essere diventato abbastanza rilevante da essere invitato nel luogo che una parte del suo stesso elettorato identifica con i “poteri forti”. Il sistema ha fatto ciò che i sistemi fanno quando una forza esterna diventa troppo grande per essere ignorata: l’ha portata dentro, l’ha esposta, l’ha contestata e contemporaneamente l’ha riconosciuta. È la stessa ragione per cui la protesta preventiva di Calenda era politicamente più lucida dell’esultanza successiva per gli applausi a Monti. Calenda aveva capito che il problema era la sedia, non il risultato del dibattito. Una volta concessa quella sedia, Vannacci poteva perdere dieci a zero e tornare comunque dal proprio elettorato dicendo di essere stato invitato nel tempio dell’establishment per sfidarne uno dei sacerdoti più riconoscibili. E chi pensa di averlo demolito diffondendo il video di Monti che parla di fascismo rischia di completare gratuitamente la seconda metà della sua campagna: trasformare Vannacci nell’uomo che il sistema teme abbastanza da convocare e attaccare pubblicamente.

Il paradosso finale è quasi perfetto. Monti parla di fascismo davanti al pubblico economicamente più lontano dall’elettorato di Vannacci; quella platea applaude; i giornali celebrano l’asfaltatura; l’elettore vannacciano vede esattamente la conferma del racconto che gli viene proposto da mesi. Nessuno cambia idea. Le due tribù escono più convinte di prima. Solo che una delle due ha ottenuto qualcosa che prima non aveva: l’ingresso ufficiale nella fotografia dell’establishment.

Per questo sostenere che Vannacci abbia semplicemente «perso a Cernobbio» significa confondere la performance con il potere.

Mario Monti può avere vinto il dibattito.

Cernobbio può aver applaudito Mario Monti.

Ma è Roberto Vannacci quello che Cernobbio ha appena riconosciuto come parte del gioco.

E per un politico che costruisce il proprio consenso raccontando di combattere il sistema, essere ammesso dal sistema e contemporaneamente poter continuare a dichiararsi contro il sistema è probabilmente il risultato migliore possibile.

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