📌 In Sintesi
- Gli ETF spot XRP statunitensi raggiungono circa 1,68 miliardi di dollari di afflussi netti cumulativi dopo undici sedute consecutive positive.
- La BRI sperimenta XRP Ledger per certificare statistiche ufficiali, ma il progetto è un proof of concept su DevNet e non un’adozione istituzionale di XRP.
- I miner Bitcoin riducono l’hashrate destinato al mining e convertono data center verso AI e HPC, mentre ricavi e modelli finanziari dell’ecosistema cambiano struttura.
La finanza crypto del 2026 sta diventando sempre meno separabile dalla finanza tradizionale. Gli ETF spot su XRP negli Stati Uniti hanno raggiunto circa 1,68 miliardi di dollari di afflussi netti cumulativi, la Banca dei Regolamenti Internazionali ha sperimentato XRP Ledger per verificare l’integrità delle statistiche ufficiali e Coinbase partecipa con Better a un prodotto immobiliare che consente di utilizzare Bitcoin come collaterale per finanziare l’anticipo di un mutuo. Nello stesso momento Robinhood Chain affronta il primo vero confronto sul modello economico delle blockchain commerciali, mentre una parte dei miner Bitcoin sta spostando elettricità, data center e capitale verso AI e high-performance computing. Non è più soltanto un ciclo di prezzo: sta cambiando l’infrastruttura economica costruita attorno agli asset digitali.
Cosa leggere
Gli ETF XRP superano 1,68 miliardi e Wall Street allarga la base istituzionale
Il dato più significativo arriva dagli ETF spot statunitensi su XRP, che hanno registrato undici sedute consecutive di afflussi e raccolto circa 170 milioni di dollari durante la serie positiva. I flussi cumulativi dall’avvio dei prodotti nel novembre 2025 hanno così raggiunto circa 1,68 miliardi di dollari. Nell’ultima seduta disponibile della serie gli ingressi netti sono stati pari a 14,38 milioni, con il fondo di Franklin Templeton a circa 6,63 milioni e Grayscale a 4,72 milioni. Il dato va interpretato con proporzione: gli ETF Bitcoin statunitensi sono ancora su una scala molto superiore e avevano raccolto 2,26 miliardi di dollari in appena sei sessioni di fine agosto, ma XRP ha ormai costruito una base finanziaria regolamentata che dodici mesi prima non esisteva. Ancora più significativa è la composizione dei possessori istituzionali ricostruibile dai filing 13F: Goldman Sachs risultava a fine secondo trimestre il maggiore detentore dichiarato, con circa 87,4 milioni di dollari di esposizione ai fondi XRP, affiancato da operatori professionali come Jane Street e Millennium. I 13F non dimostrano che quelle posizioni siano ancora aperte né rivelano eventuali coperture, ma confermano che XRP è entrato nel perimetro operativo di soggetti che non partecipano al mercato come semplici investitori retail. È una prosecuzione della trasformazione già visibile nella progressiva apertura di Wall Street a XRP, altcoin e infrastrutture finanziarie on-chain, dove broker, gestori e società di tesoreria stanno trasformando asset nativi crypto in strumenti accessibili attraverso strutture tradizionali. I dati degli ETF provengono da SoSoValue e fotografano quindi i flussi dei fondi, non acquisti diretti effettuati da Ripple o dalla rete XRP Ledger. È una distinzione fondamentale: la domanda finanziaria per un ETF non equivale automaticamente all’utilizzo della blockchain, ma crea un ponte stabile tra il token e il capitale istituzionale.
La BRI testa XRP Ledger, ma non sta adottando XRP come infrastruttura finanziaria
Il secondo sviluppo è tecnicamente più interessante e contemporaneamente più facile da sovrainterpretare. Il CEO di Ripple Brad Garlinghouse ha commentato pubblicamente la scelta di un gruppo di ricercatori della Banca dei Regolamenti Internazionali di sperimentare XRP Ledger, indicando velocità, commissioni basse e storia operativa della rete come ragioni che renderebbero la scelta poco sorprendente. Il documento originario della BRI, però, consente di definire precisamente cosa sia successo. Nel working paper 1374 pubblicato dalla Bank for International Settlements viene studiato un sistema per rendere verificabili l’origine e l’integrità delle statistiche ufficiali distribuite attraverso SDMX, lo standard utilizzato per lo scambio di dati statistici. Ogni dataset viene trasformato in un’impronta crittografica; più fingerprint vengono aggregate attraverso una struttura Merkle e un valore di sintesi viene registrato sulla blockchain, permettendo successivamente a chi riceve i dati di verificare che non siano stati alterati. I test descritti dal paper sono stati eseguiti su XRPL DevNet, con dataset sintetici e token privi di valore economico. Non si tratta quindi di una decisione della BRI di utilizzare XRP per pagamenti internazionali, riserve, settlement bancario o infrastrutture monetarie. È un proof of concept tecnologico, seppure significativo perché dimostra che una blockchain pubblica può essere impiegata come livello di attestazione per dati istituzionali senza trasferire on-chain le informazioni statistiche sottostanti. Il risultato si inserisce bene nella traiettoria già emersa con XRP Ledger e l’utilizzo della rete per pagamenti automatizzati e applicazioni software: il valore strategico dell’infrastruttura non dipende necessariamente dal trasferimento di grandi quantità di XRP, ma dalla possibilità di usare consenso e timestamp della rete per costruire servizi verificabili. La correzione giornalistica necessaria è quindi netta: la BRI ha sperimentato XRPL, non ha adottato XRP.
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Robinhood Chain trasforma le commissioni in una battaglia sul modello di business
La competizione tra blockchain entra contemporaneamente in una fase meno ideologica e molto più economica. Robinhood Chain, Layer-2 Ethereum costruita con tecnologia Arbitrum, è diventata il centro di un confronto che coinvolge Solana, Arbitrum e BNB Chain sulla destinazione delle commissioni prodotte dall’attività on-chain. Robinhood documenta ufficialmente che la rete utilizza ETH come gas token, Ethereum per il settlement e la tecnologia Arbitrum per l’esecuzione Layer-2. Il punto controverso non è però il costo unitario della transazione, ma chi trattiene il valore generato dalla rete. In base alla struttura dell’Arbitrum Expansion Program, Robinhood conserva il 90% dei ricavi netti di protocollo e restituisce il 10% all’ecosistema Arbitrum, di cui l’8% destinato alla DAO treasury e il 2% all’Arbitrum Developer Guild. Il cofondatore di Solana Anatoly Yakovenko ha sostenuto che il valore ceduto ad Arbitrum sarebbe stato sufficiente a sovvenzionare molte volte le commissioni Solana e permettere a Robinhood di offrire transazioni apparentemente gratuite. Steven Goldfeder di Offchain Labs ha replicato evidenziando precisamente il vantaggio opposto: su Arbitrum Robinhood conserva la maggior parte delle fee generate dalla propria rete, mentre costruendo soltanto applicazioni su una blockchain indipendente pagherebbe commissioni senza possedere direttamente l’economia dell’infrastruttura. Nina Rong di BNB Chain ha allargato il discorso sostenendo che il problema strategico delle blockchain non è più comprimere all’infinito il gas, ma costruire modelli di business sostenibili che finanzino sviluppo e crescita. È un cambiamento profondo rispetto alla prima stagione Layer-1 e Layer-2, quando throughput e commissioni minime rappresentavano quasi interamente il terreno competitivo. Robinhood vuole invece controllare il livello di distribuzione, gli utenti, la tokenizzazione degli asset e una parte significativa della rendita prodotta dalle transazioni. La stessa convergenza era già evidente quando Bitcoin, ETF e Solana avevano mostrato come tokenizzazione e finanza regolamentata stessero fondendo mercati tradizionali e blockchain. La documentazione di Robinhood Chain conferma che l’infrastruttura è permissionless, compatibile EVM e costruita esplicitamente per stock token, ETF tokenizzati e altri real world assets. Il confronto sulle commissioni è quindi, in realtà, un confronto su chi controllerà la futura distribuzione economica della finanza on-chain.
Coinbase e Better portano Bitcoin dentro il mutuo ma introducono la rehypothecation
Il confine tra capitale crypto e credito tradizionale diventa ancora più sottile con il prodotto immobiliare costruito da Better e Coinbase. Il meccanismo permette a un cliente di impegnare Bitcoin senza venderli per finanziare l’anticipo necessario all’acquisto di una casa. Coinbase descrive ufficialmente il prodotto come una struttura formata da due finanziamenti: un mutuo convenzionale conforme ai requisiti Fannie Mae garantito dall’immobile e un secondo prestito destinato al down payment, garantito dai BTC e da un secondo lien sulla proprietà. Per ogni dollaro finanziato nel secondo prestito occorre inizialmente impegnare 2,50 dollari in Bitcoin, quindi un rapporto di collateralizzazione del 250%. Le due componenti condividono durata e tasso e vengono pagate attraverso una rata combinata. L’elemento più delicato emerge però nelle condizioni descritte da Better: la società può effettuare rehypothecation, cioè riutilizzare i bitcoin dati in garanzia purché mantenga una quantità equivalente disponibile per restituire il collaterale alla fine del rapporto. Questo significa che il cliente non ha necessariamente la garanzia che gli stessi UTXO depositati rimangano immobilizzati per tutta la durata del mutuo; acquisisce invece un diritto alla restituzione di una quantità equivalente di BTC. La struttura introduce quindi un rischio di controparte tradizionale proprio dentro un prodotto costruito intorno a un asset nato per ridurre la dipendenza dagli intermediari. Coinbase, secondo le società, opera come fornitore tecnologico e custode tramite Coinbase Prime e non decide l’erogazione del credito. Un’altra peculiarità è l’assenza di margin call automatica: anche una forte caduta del prezzo di Bitcoin non provoca immediatamente liquidazioni o richieste di ulteriore garanzia. Il collaterale può essere liquidato in caso di morosità, con Better che ha indicato un possibile intervento dopo 60 giorni di mancato pagamento, mentre l’eventuale foreclosure dell’immobile segue tempi differenti. Il prodotto completa una trasformazione già evidente nella progressiva integrazione di Coinbase e Bitcoin con strutture finanziarie e bancarie tradizionali: Bitcoin non viene più soltanto acquistato, custodito o inserito nei bilanci, ma diventa direttamente garanzia di credito immobiliare.
I miner Bitcoin spostano capacità verso l’AI e cambiano economia ai data center
Anche il mining sta attraversando una trasformazione industriale molto più ampia del normale ciclo di difficoltà della rete. I dati di BlocksBridge Consulting e TheEnergyMag indicano che il gruppo di miner pubblici analizzato ha ridotto di circa 56 EH/s il proprio hashrate realizzato nella prima metà del 2026, una contrazione del 15%, superiore alla riduzione del 10% osservata complessivamente sulla rete nello stesso periodo. Alcune configurazioni del campione mostrano riduzioni superiori al 20%, da cui derivano i riferimenti al 23% utilizzati nelle sintesi di mercato, ma il 15% resta il dato generale più confrontabile. La capacità non sta necessariamente spegnendosi: una parte viene convertita per ospitare GPU, workload AI e HPC. I ricavi direttamente dichiarati da attività HPC e AI presso gli operatori confrontabili sono cresciuti del 52% rispetto al trimestre precedente e, per alcune aziende più avanzate nella conversione, nel secondo trimestre la colocation HPC o i servizi AI cloud hanno già superato i ricavi del mining progressivamente ridotto. Il motivo economico è intuitivo. Un sito di mining dispone già di connessioni elettriche ad alta capacità, terreni, sistemi di raffreddamento e collegamenti di rete: caratteristiche estremamente costose da costruire da zero e contemporaneamente richieste dalla crescita dei data center AI. Questo non significa che trasformare un capannone ASIC in una server farm GPU sia semplice: alimentazione, ridondanza, networking, rack density e raffreddamento richiesti dall’AI sono differenti e comportano nuovi investimenti. La rete Bitcoin, intanto, continua a regolare autonomamente l’equilibrio del mining. All’altezza del blocco 965.664 la difficoltà è aumentata dell’1,31% fino a 127,45 T, mentre l’hashrate globale era intorno a 934 EH/s. L’hashprice è salito del 22,24%, da 32,42 a 39,63 dollari per PH/s/giorno, soprattutto grazie all’aumento del prezzo di Bitcoin, mentre le commissioni hanno rappresentato appena lo 0,43% dei ricavi miner nelle 24 ore considerate. Il settore resta quindi fortemente dipendente dalla quotazione di BTC proprio mentre dispone di un’alternativa industriale — l’AI — capace di monetizzare la stessa risorsa scarsa: energia elettrica disponibile vicino a infrastrutture di calcolo. Il lato fisico di questa trasformazione emerge con particolare forza a El Reno, Oklahoma, dove un impianto associato ad Athlon BT è stato condannato dalle autorità cittadine dopo la rottura di una linea idrica privata. Le prime stime parlavano di circa 3 milioni di galloni d’acqua, successivamente aggiornati dalle autorità locali a circa 3,8 milioni, dispersi da un sito impiegato per data center mobili, AI storage e Bitcoin mining. La perdita ha contribuito alla chiusura temporanea di scuole, uffici pubblici e attività e ha provocato problemi di pressione alla rete idrica. La vicenda è ancora più significativa perché il Comune aveva emesso uno stop-work order nel 2023 per violazioni di sicurezza e lo stesso city manager ha riconosciuto che l’ordine non era stato adeguatamente seguito. La struttura avrebbe continuato a operare senza un certificato finale di occupazione, circostanza sulla quale il Comune ha annunciato verifiche e iniziative per recuperare dal proprietario i costi sostenuti. Non è quindi corretto ridurre l’incidente a una generica dimostrazione secondo cui “Bitcoin consuma acqua”: il problema immediato è stato una linea privata guasta in un impianto con irregolarità amministrative e di sicurezza. Allo stesso tempo mostra il peso materiale assunto dai siti di calcolo ad alta densità. Mining e AI competono per gli stessi megawatt, gli stessi terreni, parte delle stesse infrastrutture idriche e una quantità crescente di capitale.
Truffe, riciclaggio e vecchi Bitcoin ricordano che l’economia on-chain resta bifronte
L’istituzionalizzazione non elimina il lato criminale e opaco dell’ecosistema. Negli Stati Uniti Carlos Erick Vazquez Gonzalez, cittadino messicano di 48 anni, si è dichiarato colpevole per il proprio ruolo in un sistema di riciclaggio che ha movimentato circa 4 milioni di dollari provenienti dal narcotraffico, successivamente trasferiti attraverso criptovalute verso il Messico. Secondo il Dipartimento di Giustizia statunitense, l’uomo riceveva proventi dei narcotici raccolti negli Stati Uniti, li depositava in wallet sotto il proprio controllo, effettuava rapidamente ulteriori trasferimenti per ostacolarne la ricostruzione e convertiva infine la criptovaluta in dollari in Messico, restituendo il contante ai money broker coinvolti. È una dinamica che conferma come gli asset digitali non cancellino il riciclaggio tradizionale ma possano inserirsi come livello di trasferimento tra raccolta del cash, offuscamento e riconversione. In Ucraina, intanto, SBU e Polizia nazionale hanno smantellato una rete composta da diverse decine di persone che avrebbe generato nei periodi di picco fino a un milione di dollari al mese attraverso false piattaforme di investimento. La ricostruzione ufficiale del Servizio di sicurezza ucraino descrive social engineering, manipolazione psicologica e siti che imitavano servizi finanziari legittimi; la polizia ha identificato almeno 62 vittime in oltre 20 paesi. Le indagini indicano che le vittime venivano spinte verso falsi investimenti e successivamente indotte a effettuare operazioni che permettevano agli organizzatori di impossessarsi degli asset nei wallet. La precedente rete brasiliana che riciclava proventi della cocaina attraverso criptovalute mostrava già lo stesso punto: blockchain e stablecoin non costituiscono un’attività criminale in sé, ma sono ormai abbastanza liquide e diffuse da essere utilizzate anche dalle organizzazioni che prima avrebbero scelto esclusivamente cash, banche ombra e money broker. Sul lato opposto, la blockchain continua a rendere visibili movimenti che in un sistema finanziario chiuso sarebbero difficilmente osservabili in tempo reale. Il 5 settembre dodici wallet risalenti al 2010 hanno trasferito complessivamente 600 BTC, per un valore di circa 47,84 milioni di dollari. Le monete provenivano da coinbase transaction generate nei primissimi mesi della rete, quando Bitcoin veniva ancora minato con CPU e non possedeva un mercato sviluppato. Il giorno successivo un wallet aperto nel 2016 ha spostato 1.260,77 BTC, oggi superiori ai 100 milioni di dollari, mentre nei primi sei giorni di settembre sono state riscattate quasi 75 monete fisiche Casascius da 1 BTC. “Peeling” una Casascius viene rimosso il sigillo olografico che protegge la chiave privata e il BTC fisicamente rappresentato dalla moneta diventa spendibile on-chain. Questi movimenti non dimostrano automaticamente intenzioni di vendita: trasferire BTC da un vecchio indirizzo a un nuovo wallet può significare consolidamento, aggiornamento della custodia o semplice riorganizzazione. Sono però importanti perché riportano sul mercato potenziale supply rimasta immobile per dieci o sedici anni e ricordano quanto una parte consistente del patrimonio Bitcoin dipenda ancora dalle decisioni di possessori entrati nella rete quando l’asset valeva una frazione infinitesimale dei livelli attuali. La precedente attività delle whale storiche e degli Stati on-chain mostra perché questi movimenti vengano monitorati con attenzione senza trasformarli automaticamente in segnali ribassisti.
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Da Bukele a BTCB2, il confine tra infrastruttura e speculazione resta aperto
Due episodi completano un quadro nel quale istituzionalizzazione e speculazione convivono senza sostituirsi. In El Salvador, il presidente Nayib Bukele ha negato che le riserve Bitcoin dello Stato siano state trasferite a un operatore privato nell’ambito degli accordi con il Fondo Monetario Internazionale. La distinzione riguarda Chivo Wallet: il controllo operativo e la partecipazione nella società sono passati verso una struttura privata, ma Bukele sostiene che questo non implichi la cessione della riserva sovrana in BTC. La vicenda resta particolarmente sensibile perché gli accordi con il FMI hanno progressivamente ridotto il ruolo pubblico dell’infrastruttura Bitcoin salvadoregna e aumentato l’attenzione sulla separazione tra wallet di Stato, attività commerciale di Chivo e riserve formalmente detenute dal Paese. Sul versante opposto del mercato, il token BTCB2, nato dallo split verificatosi ad agosto attorno alla controversia BIP-110, ha toccato temporaneamente 1.799 dollari su mercati estremamente sottili. Il dato di prezzo ha un valore informativo molto inferiore a quello che suggerisce il numero: BTCB2 non dispone della profondità di Bitcoin e viene trattato su exchange relativamente piccoli, con liquidità sufficiente a produrre oscillazioni enormi anche a fronte di ordini modesti. La capitalizzazione teorica ottenuta moltiplicando supply e ultimo prezzo può quindi produrre cifre poco rappresentative del capitale realmente disponibile sul mercato. La fotografia del 7 settembre 2026 è quindi meno contraddittoria di quanto sembri. XRP raccoglie capitale attraverso ETF regolamentati e viene utilizzato indirettamente in una ricerca della BRI; Robinhood costruisce una blockchain proprietaria perché le fee sono diventate un business; Coinbase trasforma Bitcoin in collaterale immobiliare; i miner convertono capacità elettrica verso l’intelligenza artificiale; polizia e magistratura trattano wallet e transazioni crypto come normali strumenti delle indagini finanziarie. Contemporaneamente vecchi BTC si risvegliano, fork illiquidi producono prezzi estremi e i governi devono chiarire perfino chi controlli realmente le proprie riserve digitali. Le criptovalute non stanno entrando nella finanza tradizionale mantenendo intatta la promessa originaria di un sistema senza intermediari. Sta accadendo qualcosa di diverso: banche, broker, fondi, Stati, data center e autorità stanno assorbendo l’infrastruttura crypto dentro modelli economici già esistenti, mentre la blockchain conserva alcune caratteristiche native — trasparenza delle transazioni, programmabilità e settlement globale — che rendono questa integrazione diversa dalla semplice digitalizzazione della finanza precedente.
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