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Australia contro gli algoritmi social: utenti liberi di spegnere i feed personalizzati

📌 In Sintesi

  • Il governo australiano prepara una legge che dovrebbe obbligare i social a permettere agli utenti di scegliere se utilizzare i feed algoritmici.
  • Il Digital Duty of Care sposta sulle piattaforme l’obbligo di individuare e mitigare preventivamente rischi, contenuti illegali e danni ai minori.
  • La scelta definitiva tra opt-out e opt-in non è ancora stata presa: il testo ufficiale della proposta deve essere pubblicato questa settimana.

L’Australia prepara un nuovo intervento contro il potere dei sistemi di raccomandazione dei social network: gli utenti potrebbero ottenere il diritto di disattivare i feed algoritmici e scegliere modalità alternative di visualizzazione dei contenuti. La misura entrerà nel più ampio Digital Duty of Care, con cui il governo di Anthony Albanese vuole trasferire sulle piattaforme l’obbligo di identificare e mitigare i rischi prodotti dai propri servizi. Il principio è politicamente forte, ma richiede una precisazione: Canberra non ha ancora stabilito se l’algoritmo sarà attivo per impostazione predefinita con possibilità di opt-out oppure se dovrà essere attivato volontariamente dall’utente. Il testo ufficiale della proposta deve ancora essere pubblicato.

L’Australia vuole togliere alle piattaforme il monopolio sulla scelta del feed

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La ministra delle Comunicazioni Anika Wells ha confermato il 7 settembre che il governo vuole attribuire agli australiani maggiore controllo su ciò che compare nei propri feed. Nella trascrizione ufficiale dell’incontro con la stampa a Canberra, Wells ha spiegato che gli utenti devono poter decidere se mantenere l’algoritmo oppure scegliere un’altra modalità e che le Big Tech dovranno rispettare questa decisione, pena sanzioni significative. Il concetto segna un passaggio importante: il sistema di raccomandazione non viene più trattato semplicemente come una funzionalità interna del prodotto, ma come una componente sulla quale l’utente potrebbe acquisire un vero diritto di scelta. Il modello riguarda direttamente piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e YouTube, dove il feed non coincide da anni con la semplice successione cronologica dei contenuti pubblicati dagli account seguiti. Sono sistemi automatici a decidere quali video, post o suggerimenti mostrare, utilizzando segnali comportamentali per massimizzare pertinenza ed engagement. L’Australia aveva già aperto uno dei fronti regolatori più aggressivi al mondo introducendo restrizioni all’accesso dei minori ai social network; il nuovo intervento allarga il problema dall’età dell’utente all’architettura stessa della piattaforma.

Opt-out o opt-in: la differenza cambia completamente la portata della legge

Molti titoli descrivono la proposta come un diritto di “opt-out dagli algoritmi”, ma il governo australiano non ha ancora fissato definitivamente questo modello. Nella intervista ufficiale rilasciata da Wells il 7 settembre, alla domanda diretta se il sistema sarà opt-in o opt-out, la ministra ha risposto che la questione è ancora in elaborazione e che l’exposure draft sarà pubblicato durante la settimana. La differenza è sostanziale. Con un modello opt-out, Facebook o TikTok potrebbero continuare ad aprirsi con il feed personalizzato, lasciando all’utente la possibilità di spegnerlo. Con un modello opt-in, invece, il feed algoritmico non sarebbe la condizione iniziale: l’utente dovrebbe scegliere volontariamente di attivarlo. Quest’ultima soluzione viene sostenuta dai Greens e da alcune organizzazioni impegnate nella tutela dei minori perché riduce l’effetto della cosiddetta inerzia del default: la maggior parte degli utenti tende infatti a non modificare le impostazioni iniziali. Il Parlamento australiano dispone già di una proposta separata, l’Online Safety Amendment (Fix Our Feeds) Bill 2026, presentata il 1° aprile 2026 dalla senatrice dei Greens Sarah Hanson-Young, che obbligherebbe i social a consentire in qualsiasi momento l’uscita dai sistemi di raccomandazione. La nuova iniziativa del governo non va quindi confusa con quel disegno di legge: il confronto politico sta decidendo quanto delle richieste più aggressive entrerà nel Digital Duty of Care.

Leggi anche: Meta paga fino a 17,1 miliardi e introduce feed non algoritmici per i minori su Instagram e Facebook

Il Digital Duty of Care cambia il principio: la sicurezza deve essere progettata prima

Il tema degli algoritmi rappresenta soltanto una parte del progetto. Il governo vuole introdurre un Digital Duty of Care ispirato a un principio molto più ampio: le piattaforme dovranno individuare i rischi prodotti dai propri servizi, mitigarli preventivamente e incorporare la sicurezza nella progettazione. Wells ha sintetizzato il concetto con la formula safety by design, paragonando i social network ad automobili, alimenti e giocattoli, settori nei quali un produttore non può limitarsi a intervenire soltanto dopo che un prodotto ha provocato un danno. Per gli adulti il governo indica come perimetro prioritario i contenuti illegali; per i minori entrano invece anche gravi danni psicologici e psicosociali, oltre a pornografia, grooming e altri rischi. La logica è importante perché sposta il dibattito dalla moderazione del singolo post al funzionamento del sistema che decide quanto quel post venga amplificato, riproposto e distribuito. È la stessa distinzione diventata centrale in Europa quando la Commissione ha contestato a Meta il design potenzialmente compulsivo di Instagram e Facebook: scroll infinito, autoplay, notifiche e raccomandazioni personalizzate non sono contenuti, ma scelte architetturali capaci di influenzare il comportamento dell’utente.

Il feed cronologico rompe una delle principali leve dell’economia dell’attenzione

Spegnere l’algoritmo non significa spegnere il social network. Nella forma più semplice, una piattaforma può mostrare i contenuti degli account seguiti in ordine cronologico, oppure utilizzare sistemi di selezione non basati sulla profilazione individuale. La conseguenza economica, però, può essere rilevante. Gli algoritmi di raccomandazione sono diventati uno dei motori principali dell’economia dell’attenzione perché permettono di prevedere quali contenuti abbiano maggiori probabilità di mantenere un utente sulla piattaforma. Più tempo significa generalmente più opportunità pubblicitarie, più dati comportamentali e maggiore capacità di ottimizzare ulteriormente il feed. Un vero diritto di spegnimento introduce quindi una frizione dentro un modello progettato per essere invisibile. Non elimina la pubblicità e non impedisce alla piattaforma di ordinare tecnicamente i contenuti, ma può limitare il circuito nel quale ogni interazione diventa il segnale utilizzato per determinare la successiva. Proprio questa architettura è finita al centro del dibattito statunitense che ha portato Meta ad accettare restrizioni su feed, notifiche e utilizzo compulsivo per gli adolescenti. Il caso australiano compie però un ulteriore passaggio: la scelta potrebbe essere riconosciuta non soltanto ai minori, ma agli utenti in generale.

eSafety Commissioner e sanzioni rendono il diritto verificabile

Una scelta offerta soltanto attraverso un menu nascosto avrebbe un impatto limitato. Il governo australiano vuole quindi rafforzare anche i poteri della eSafety Commissioner, l’autorità incaricata della sicurezza online. Wells ha dichiarato che le piattaforme che non rispetteranno le scelte degli utenti dovranno affrontare “big fines”, paragonabili alle sanzioni utilizzate nelle altre aree della protezione dei consumatori. In parallelo, un altro provvedimento già davanti al Parlamento punta ad ampliare i poteri di raccolta delle informazioni della Commissioner e a irrigidire le sanzioni relative al rispetto dell’età minima sui social. Secondo il governo, le società tecnologiche non dovranno più essere semplicemente credute quando affermano di rispettare le regole: l’autorità dovrà poter ottenere documentazione e confrontare quanto dichiarato dalle piattaforme con i dati dei fornitori esterni utilizzati, ad esempio, per la verifica dell’età. Questo elemento sarà determinante anche per l’eventuale opt-out dagli algoritmi: il problema non consiste soltanto nel mostrare un pulsante, ma nel verificare che dopo la scelta dell’utente il profilo di raccomandazione venga effettivamente escluso dalla costruzione del feed.

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Dalla moderazione dei contenuti al controllo sull’architettura dei social

La vera novità australiana non consiste quindi nel proibire gli algoritmi. Il governo riconosce esplicitamente che molti utenti li trovano utili e potrebbero decidere di continuare a utilizzarli. Il cambio di paradigma consiste nel mettere in discussione il principio secondo cui la piattaforma sceglie automaticamente il sistema che decide cosa l’utente vede. Se il testo finale garantirà un’alternativa realmente utilizzabile e imporrà alle società di rispettarla tecnicamente, il feed algoritmico passerà da infrastruttura invisibile e obbligatoria a funzione sottoposta alla volontà dell’utente. Restano però aperti i dettagli più importanti: opt-in o opt-out, forma del feed alternativo, trattamento della pubblicità, modalità di verifica e dimensione effettiva delle sanzioni. Per questo la proposta va valutata sul testo che Canberra pubblicherà e non soltanto sulle anticipazioni politiche. Il principio, tuttavia, è già definito: la sicurezza online australiana sta passando dal controllo di ciò che viene pubblicato al controllo dei meccanismi che decidono cosa viene amplificato.

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