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HashFly usa il cervello simulato di una mosca per minare Bitcoin nel browser

🤖 Cosa cambia

  • FutureBit ha costruito HashFly, proof-of-concept che collega una simulazione derivata dal connectoma MaleCNS al calcolo SHA-256 per Bitcoin.
  • Il sistema utilizza soltanto una parte della rete neuronale ricostruita e gira su hardware digitale convenzionale: non contiene neuroni biologici reali.
  • FutureBit stima teoricamente 1 W/TH usando neuroni organici, ma il dato non è stato dimostrato sperimentalmente e non misura HashFly.

Un connectoma di moscerino è stato trasformato in un esperimento di mining Bitcoin eseguibile nel browser. HashFly nasce da FutureBit, produttore statunitense di miner ASIC, e utilizza una simulazione costruita a partire dal nuovo dataset MaleCNS v1.0 per collegare attività neuronale ricostruita al calcolo SHA-256. L’esperimento ha un enorme potenziale visivo, ma richiede una distinzione immediata: non è Google ad avere costruito un miner biologico, non vengono utilizzati neuroni viventi e HashFly non ha dimostrato di poter competere con un ASIC. Il claim più forte — circa 1 watt per terahash usando neuroni organici — è una proiezione dichiarata da FutureBit, non una misura ottenuta dal proof-of-concept.

HashFly nasce dal connectoma MaleCNS ma non è un cervello biologico che mina Bitcoin

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FutureBit ha presentato HashFly attraverso il proprio account ufficiale come un esperimento che utilizza il nuovo connectoma della Drosophila per costruire un miner Bitcoin basato su una rete neuronale simulata. La base scientifica arriva da MaleCNS v1.0, ricostruzione dell’intero sistema nervoso centrale di un moscerino maschio adulto realizzata dalla collaborazione tra FlyEM di HHMI Janelia, University of Cambridge, MRC Laboratory of Molecular Biology e Google Research. Il progetto ufficiale mette a disposizione pubblicamente neuroni, sinapsi, skeleton e annotazioni e conta circa 166.700 neuroni, comprendendo cervello centrale, lobi ottici e ventral nerve cord. HashFly utilizza soltanto una frazione di questa struttura e associa circuiti della simulazione al processo necessario per cercare un risultato SHA-256 compatibile con un target.

La differenza rispetto al racconto più spettacolare è quindi sostanziale: il connectoma fornisce il cablaggio biologico di riferimento, ma la simulazione continua a essere eseguita da un computer tradizionale. Matrice Digitale aveva già ricostruito questa distinzione quando MaleCNS era stato collegato a Doom e Super Mario 64: usare connessioni ricavate da un cervello reale non significa avere ricreato digitalmente una mosca cosciente o un sistema nervoso biologicamente completo.

Leggi anche: Google completa il cervello del moscerino: 166.000 neuroni finiscono dentro Doom

FutureBit ipotizza 1 W/TH, ma HashFly non dimostra quel livello di efficienza

Il passaggio più interessante e insieme più facile da fraintendere riguarda l’efficienza. FutureBit sostiene che, se un sistema equivalente potesse essere realizzato utilizzando veri neuroni organici e portato alla scala necessaria, il consumo teorico potrebbe attestarsi attorno a 1 W/TH, circa un ordine di grandezza sotto i migliori ASIC in silicio indicati dall’azienda. Il confronto interno è significativo perché FutureBit vende realmente hardware SHA-256 a 3 nanometri: il suo Apollo III viene dichiarato fino a 18 TH/s e può scendere nell’ordine di 12-15 W/TH nelle modalità a basso consumo. Ma il confronto finisce qui. HashFly non è un miner organico capace di produrre 1 TH/s consumando un watt e FutureBit non ha pubblicato una validazione sperimentale che dimostri quel rapporto tra energia e hashing. La cifra è una estrapolazione teorica basata sull’efficienza energetica dei neuroni biologici e sull’ipotesi di poterli dedicare a un compito computazionale estremamente specifico. È quindi interessante come ordine di grandezza da esplorare, non come benchmark contro Bitmain, MicroBT o gli stessi chip FutureBit. Nel mining reale, dove energia, densità di calcolo e costo per terahash determinano ormai l’intera economia dell’infrastruttura, la differenza tra una proiezione e un dispositivo fisico funzionante è enorme.

Il vero biocomputing richiede neuroni vivi e un’interfaccia con l’elettronica

HashFly diventa più interessante se viene confrontato non con un ASIC ma con gli esperimenti che stanno davvero utilizzando tessuto neuronale vivente come substrato computazionale. In questo campo il computer non simula semplicemente neuroni su CPU o GPU: registra e stimola direttamente l’attività elettrica di cellule biologiche. È il principio seguito, per esempio, da 3D-MIND di Princeton, che integra reti neurali vive e strutture elettroniche tridimensionali. Quel tipo di architettura affronta però problemi assenti dal mining tradizionale: mantenimento delle cellule, stabilità biologica, interfacciamento, riproducibilità, scalabilità e traduzione di un calcolo deterministico in dinamiche neuronali. SHA-256 è inoltre un carico estremamente diverso dai compiti nei quali i sistemi biologici mostrano naturalmente vantaggi, perché richiede una quantità enorme di operazioni deterministiche ripetute e verificabili senza errore. La questione non è quindi semplicemente sostituire transistor con neuroni. Bisogna dimostrare che una rete biologica possa implementare quella funzione con precisione, throughput e stabilità sufficienti da rendere significativo il confronto energetico. Anche il neuromorphic computing tradizionale tenta di catturare parte di questa efficienza senza utilizzare cellule vive, come mostra il chip criogenico di HKU che replica il comportamento spiking attraverso componenti elettronici.

Il connectoma diventa una piattaforma sperimentale aperta

L’aspetto più significativo di HashFly potrebbe allora non essere Bitcoin. MaleCNS v1.0 è disponibile pubblicamente con licenza CC BY e consente a ricercatori e sviluppatori di interrogare e scaricare neuroni, connessioni e strutture anatomiche direttamente dall’infrastruttura Janelia. Questo ha trasformato in poche settimane un risultato di neuroscienza fondamentale in una piattaforma sulla quale sono nati esperimenti con videogiochi, robot, trading e ora mining. Non tutti hanno lo stesso valore scientifico e molti incorporano decisioni ingegneristiche che non appartengono alla biologia originale, ma mostrano cosa cambia quando un sistema nervoso completo diventa un dataset programmabile. L’interesse reale è verificare quali proprietà rimangano quando la connettività biologica viene inserita in ambienti completamente estranei a quelli per cui si è evoluta. Anche gli studi sui circuiti decisionali biologici stanno già mostrando quanto le architetture cerebrali possano suggerire modelli computazionali più ricorrenti ed efficienti, senza per questo trasformare automaticamente un connectoma in un processore.

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HashFly è soprattutto un esperimento sui limiti del silicio

Il valore di HashFly sta quindi nella domanda che pone, non nel miner che oggi mette a disposizione. Il browser non contiene neuroni, non produce un vantaggio energetico misurato di dieci volte e non dimostra che il futuro del mining Bitcoin sarà biologico. Dimostra però che il confine tra connectomica, simulazione neuronale e computing sta diventando abbastanza permeabile da permettere a un dataset scientifico di essere ricablato in pochi giorni verso un algoritmo completamente estraneo alla biologia. FutureBit vuole ora estendere l’esperimento a una porzione maggiore del connectoma e pubblicare ulteriori risultati; solo misure riproducibili potranno stabilire se dietro la provocazione esista una strada ingegneristica concreta. Per il momento HashFly resta un proof-of-concept, ma mette a fuoco una questione molto più seria del mining: se l’efficienza energetica del cervello potrà essere trasferita anche solo in parte al computing, il prossimo salto oltre il silicio potrebbe arrivare non da transistor più piccoli, ma da architetture che imparano finalmente qualcosa dalla materia biologica.

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