Punti chiave
- L’Europa ammette oggi una dipendenza strutturale da cloud, software, semiconduttori e infrastrutture controllate prevalentemente da operatori extra-UE.
- Tre hyperscaler statunitensi rappresentano oltre il 65% del mercato cloud europeo, mentre l’adozione del cloud continua ad accelerare soprattutto in Italia.
- La Commissione distingue finalmente tra server localizzati in Europa e sovranità reale, introducendo livelli che riguardano proprietà, controllo, supply chain e interferenze di Paesi terzi.
- Il cloud non ospita più soltanto siti e file: posta elettronica, identità, contabilità, collaborazione, software professionale e AI trasformano la dipendenza infrastrutturale in dipendenza produttiva.
- I data center richiedono energia, acqua, territorio e reti elettriche, mentre l’Europa punta almeno a triplicarne la capacità nei prossimi cinque-sette anni.
- L’open source torna nella strategia europea dopo anni nei quali buona parte del valore generato dal software aperto è stata catturata dagli ecosistemi proprietari.
- Il problema non è uscire dagli Stati Uniti, ma poter scegliere: una sovranità credibile esiste soltanto quando cambiare fornitore è tecnicamente, economicamente e politicamente possibile.
Alla fine l’Europa si è accorta di avere un problema con la propria sovranità digitale. Peccato che per scoprirlo abbia aspettato che cloud, software, identità, posta elettronica, database, piattaforme collaborative, intelligenza artificiale e capacità computazionale diventassero pezzi ordinari della vita delle imprese e della Pubblica Amministrazione. Oggi Bruxelles parla apertamente di dipendenza tecnologica, Banca d’Italia avverte che infrastrutture cloud, semiconduttori, reti e modelli AI sono concentrati nelle mani di pochi attori in gran parte non europei e la Commissione prepara regole per distinguere un cloud semplicemente collocato sul territorio dell’Unione da uno realmente controllabile dall’Europa. Tutto corretto. Tutto necessario. Ma soprattutto tutto molto tardivo. Perché il problema non è apparso improvvisamente nel 2026: è stato costruito lentamente attraverso anni di outsourcing, migrazioni, abbonamenti SaaS, procurement pubblico e progressiva rinuncia alla proprietà dell’infrastruttura informatica.
Cosa leggere
Matrice Digitale lo aveva affrontato mesi fa nell’inchiesta Cloud, sovranità digitale e hardware AI: come la centralizzazione ridisegna il potere tecnologico, quando il cloud veniva descritto non più come una semplice tecnologia ma come un modello capace di spostare l’informatica dal possesso all’accesso e dalla libertà di sostituzione alla dipendenza dall’ecosistema. Il passaggio successivo era arrivato con Abbiamo svenduto i nostri server, ora paghiamo il conto: la resa dell’Europa sull’AI: più capacità computazionale viene delegata, più costoso diventa ricostruirla autonomamente quando ci si accorge che quella delega ha assunto un valore geopolitico. Adesso sono le istituzioni europee a utilizzare parole sorprendentemente simili. Nel suo intervento del 23 settembre 2026 sulla sovranità digitale europea, il vicedirettore generale di Banca d’Italia Gian Luca Trequattrini ha osservato che le tecnologie sulle quali poggiano economia e società sono concentrate in un numero ristretto di soggetti, in larga parte non europei, e che imprese e istituzioni devono conservare una possibilità concreta di cambiare i fornitori critici quando necessario.
Il punto è precisamente questo: se cambiare fornitore non è concretamente possibile, il mercato esiste soltanto fino al momento della firma del contratto. Dopo comincia la dipendenza.
L’Europa ha regolato il digitale mentre gli Stati Uniti costruivano il cloud
La storia della dipendenza europea non può essere ridotta alla superiorità commerciale di qualche azienda statunitense particolarmente brava. L’Unione europea ha trascorso gli ultimi dieci anni costruendo probabilmente l’apparato regolatorio digitale più vasto al mondo: GDPR, Data Governance Act, Data Act, Digital Services Act, Digital Markets Act, NIS2, AI Act, Cyber Resilience Act, DORA e una quantità crescente di normative settoriali. È difficile sostenere che Bruxelles non si sia occupata di digitale. Il problema è che si è occupata molto più efficacemente delle regole che della proprietà degli strumenti necessari per applicarle. Nel frattempo Microsoft, Amazon e Google costruivano infrastrutture, servizi gestiti, API, identità, database, capacità di calcolo, piattaforme di sviluppo, cybersecurity e successivamente intelligenza artificiale, trasformando il cloud da servizio opzionale nel sistema operativo invisibile di una parte crescente dell’economia occidentale.
I numeri utilizzati dalla stessa Commissione sono sufficienti. Il rapporto Draghi sulla competitività europea osservava già che appena tre hyperscaler statunitensi rappresentavano oltre il 65% del mercato cloud europeo, mentre il maggiore operatore europeo disponeva di circa il 2%. Lo stesso documento attribuiva agli Stati Uniti circa il 70% dei foundation model sviluppati dal 2017, descrivendo un divario tecnologico che non riguarda un singolo settore ma l’intera catena digitale. Oggi la Commissione è ancora più esplicita: nella documentazione del Cloud and AI Development Act parla direttamente di “over reliance on non-EU cloud service providers”, una dipendenza eccessiva che costituisce un rischio per l’autonomia digitale e la resilienza europea.
C’è quasi dell’ironia involontaria nella successione temporale. Prima si è favorito un modello nel quale acquistare capacità remota era più semplice che costruirla, affidarsi a servizi gestiti era economicamente razionale, migrare verso il SaaS permetteva di ridurre personale, hardware e manutenzione; poi, quando imprese e amministrazioni hanno trasferito quantità crescenti di processi dentro quegli ecosistemi, si è scoperto il lock-in. Il 25 giugno 2026 la Commissione ha comunicato ad Amazon e Microsoft la propria posizione preliminare secondo la quale AWS e Azure dovrebbero essere designati gatekeeper ai sensi del Digital Markets Act. Non soltanto perché sono il primo e il secondo servizio cloud nell’Unione, ma perché Bruxelles individua precisamente elevati costi di switching, effetti di lock-in, ecosistemi molto estesi e una crescente integrazione degli strumenti AI nelle decisioni di procurement cloud.
In pratica l’autorità che deve difendere la concorrenza sta mettendo nero su bianco ciò che dovrebbe essere evidente da tempo: la concorrenza nel cloud non si misura semplicemente contando quanti provider esistono sul mercato, ma verificando quanti clienti siano realmente in grado di spostarsi da uno all’altro senza dover riscrivere mezza infrastruttura aziendale. Un database gestito, un sistema IAM, una pipeline, un servizio serverless, una piattaforma di logging, un’infrastruttura AI o un insieme di API proprietarie generano costi di uscita che crescono insieme alla profondità dell’integrazione. La dipendenza diventa quindi progressiva: più il cloud funziona bene, più l’organizzazione lo utilizza; più lo utilizza, più costruisce attorno a esso; più costruisce, più diventa costoso andarsene.
Leggi anche: Microsoft ammette: nessuna garanzia sulla sovranità dei dati UE. In Italia era già noto
Il server non basta più: Office, SaaS e software trasformano il cloud in produzione
Il problema diventa ancora più evidente quando si smette di pensare al cloud come a un luogo nel quale salvare file o pubblicare siti web. Sul cloud oggi gira il lavoro. Microsoft 365 lega posta elettronica, collaborazione, identità, videoconferenza, archiviazione e produttività; Adobe ha trasformato gran parte del proprio ecosistema professionale in servizi continuamente autenticati e aggiornati; Autodesk e altri produttori hanno spostato progressivamente licensing, collaborazione e workflow verso modelli connessi; migliaia di software gestionali seguono la stessa direzione. Un’interruzione di Microsoft 365 non è quindi più semplicemente il malfunzionamento di un programma: può significare una parte dell’azienda che non comunica, non accede ai documenti o non riesce a collaborare, come mostrato anche dai recenti problemi di Microsoft 365 tra Teams ed Exchange Online.
Eurostat fotografa la velocità con cui questo modello sta penetrando nel tessuto produttivo. Nel 2025 il 52,7% delle imprese europee acquistava servizi cloud a pagamento, contro appena il 17,8% del 2014. L’Italia non è semplicemente sopra la media: con il 75,6% delle imprese è il secondo Paese dell’Unione per utilizzo, dietro soltanto alla Finlandia, e tra il 2023 e il 2025 ha registrato un incremento di 14,2 punti percentuali. Il dato può essere letto come successo della digitalizzazione, e in larga parte lo è. Ma ogni successo nella migrazione aumenta anche il peso della domanda successiva: su quale infrastruttura girano i servizi acquistati, chi ne controlla lo stack e quanto costerebbe sostituirli?
Il caso TeamSystem permette di capire il problema senza attribuire responsabilità tecniche che non risultano dimostrate. Nell’agosto 2026 Matrice Digitale ha documentato in esclusiva il data breach di Contabilità in Cloud con esfiltrazione di IBAN e movimentazioni contabili. Quell’incidente non dimostra affatto che Microsoft o un altro hyperscaler sia stato responsabile della compromissione e sarebbe scorretto sostenerlo senza evidenze. Mostra però qualcos’altro: quanto il software applicativo italiano sia ormai inserito dentro catene tecnologiche più estese del marchio che compare sulla fattura. TeamSystem e Microsoft avevano annunciato già nel 2015 una partnership per integrare parte delle piattaforme gestionali del gruppo con Azure e Office 365; ciò non consente di attribuire automaticamente a Microsoft l’hosting di ogni servizio TeamSystem attuale, ma racconta bene il modello industriale che si è consolidato: il produttore nazionale sviluppa applicazioni e servizi mentre una quota dell’infrastruttura, dell’ecosistema o delle integrazioni può poggiare su piattaforme globali.
La distinzione è fondamentale perché altrimenti la sovranità diventa un esercizio di branding. Un servizio non è sovrano solo perché l’azienda che lo vende ha una partita IVA italiana, così come un data center non diventa europeo soltanto perché si trova fisicamente in Lombardia. Occorre sapere chi controlla hardware, virtualizzazione, orchestrazione, software, identità, aggiornamenti, crittografia, catena di supporto e possibilità di esportazione. Ed è significativo che la Commissione sia arrivata esattamente a questa conclusione nel 2026, introducendo con il Cloud and AI Development Act quattro livelli distinti di sovranità: il primo richiede semplicemente che dati e processing restino nell’Unione; il secondo introduce indipendenza dai Paesi terzi e trasparenza sulla software supply chain; il terzo richiede proprietà e controllo europeo; il quarto arriva alla piena trasparenza e al controllo della catena software senza interferenze di Paesi terzi.
Tradotto dal burocratese europeo: “cloud in Europa” e “cloud europeo” non sono la stessa cosa. Una distinzione ovvia oggi, ma politicamente molto meno popolare quando per anni si è presentata la localizzazione dei dati come risposta sufficiente alla domanda di sovranità.
Il censimento AgID può finalmente guardare sotto il cofano
In Italia questa discussione arriva mentre AgID sta conducendo il nuovo censimento del patrimonio ICT della Pubblica Amministrazione, con scadenza fissata al 30 settembre 2026 per amministrazioni centrali e locali. L’Agenzia spiega che i dati raccolti serviranno a costruire una mappatura delle infrastrutture e dei servizi, migliorare la governance ICT e orientare la spesa pubblica. È un passaggio potenzialmente molto più importante della normale fotografia statistica, perché un censimento realmente utile alla sovranità dovrebbe permettere allo Stato di conoscere non soltanto quanti server possiede o quali servizi compra, ma da quali fornitori dipendono i fornitori ai quali si affida.
Il vecchio modello di qualificazione SaaS di AgID indicava già tra i requisiti la portabilità, l’interoperabilità e l’esportabilità dei dati proprio per ridurre il rischio di lock-in. Ma oggi il problema è più profondo. Per ogni servizio critico sarebbe necessario mappare infrastruttura sottostante, Paesi coinvolti, subprocessor, sistemi di autenticazione, componenti proprietarie essenziali, servizi PaaS utilizzati, procedure di disaster recovery e soprattutto exit strategy. Quanto tempo serve per cambiare provider? Quanto costa? Quali funzioni devono essere riscritte? Quale parte dello stack può essere portata altrove senza autorizzazione del fornitore? Quali dipendenze restano anche dopo la migrazione? È questa la contabilità che misura la sovranità, non il numero di loghi italiani presenti in una presentazione PowerPoint.
Matrice Digitale aveva già posto lo stesso problema analizzando la distanza tra compliance e capacità autonoma nell’inchiesta Bruno Frattasi lascia ACN, ma il problema resta la sovranità cibernetica italiana: localizzare non significa controllare. Uno Stato può avere dati fisicamente ospitati entro i propri confini e continuare a essere dipendente da console, aggiornamenti, licenze, stack software e supporto controllati altrove. In quel caso possiede il luogo nel quale il servizio viene eseguito, non necessariamente il servizio.
Data center: l’Europa vuole recuperare la sovranità usando acqua, energia e territorio europeo
Se il problema fosse soltanto software, la soluzione sarebbe già complessa. Ma il cloud è materia. Ha bisogno di edifici, fibra, trasformatori, connessioni ad alta tensione, acqua, sistemi di raffreddamento, server, memoria, acceleratori e quantità crescenti di energia. Ed è qui che la nuova strategia europea produce uno dei paradossi più interessanti dell’intera vicenda: per ridurre la dipendenza digitale l’Europa deve costruire enormi quantità di nuova infrastruttura fisica, proprio mentre i soggetti economicamente più capaci di costruirla rapidamente sono gli stessi hyperscaler globali dai quali vuole diventare meno dipendente.
Il Cloud and AI Development Act fissa un obiettivo enorme: almeno triplicare la capacità dei data center dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni e arrivare entro il 2035 a soddisfare le necessità di imprese e pubbliche amministrazioni europee. Per riuscirci Bruxelles vuole semplificare permessi, accelerare l’installazione delle strutture e migliorare l’accesso a energia, terreno, acqua e finanziamenti. Non è più quindi una discussione per tecnici. Ogni nuovo data center compete per risorse fisiche con altri settori dell’economia e trasforma la politica digitale in politica energetica, ambientale e territoriale.
La Commissione lo ha ammesso praticamente in contemporanea con il nuovo allarme sulla sovranità. Il 21 settembre ha aperto una consultazione sugli standard minimi di prestazione dei data center riconoscendo che la loro espansione produce pressioni non soltanto sul consumo elettrico ma sulle reti, sulle emissioni e su risorse naturali come l’acqua. Il nuovo sistema europeo di rating deve infatti rendere più trasparenti sia il consumo energetico sia quello idrico. Il digitale, dopo anni durante i quali è stato raccontato come qualcosa di immateriale, torna improvvisamente a pesare tonnellate, occupare ettari e consumare megawatt.
Il paradosso italiano è costruire sovranità per conto degli altri
L’Italia è particolarmente esposta a questa trasformazione perché combina posizione geografica, dorsali di connettività, mercato rilevante e disponibilità di aree industriali che possono diventare poli infrastrutturali. Il Parlamento ha già aperto la strada con la disciplina sui data center analizzata da Matrice Digitale in Sovranità digitale: l’Italia vara la delega Data Center per sbloccare investimenti, energia e sicurezza, dove emergeva chiaramente che il nodo non riguarda soltanto nuovi investimenti ma priorità nell’accesso alla rete elettrica, procedure autorizzative, acqua, recupero del calore, fiscalità e sicurezza nazionale.
Il rischio è semplice da descrivere: l’Italia potrebbe offrire territorio, energia, autorizzazioni, infrastrutture di rete e risorse naturali per costruire data center fisicamente italiani ma industrialmente parte di ecosistemi stranieri. Questo non significa che gli investimenti degli hyperscaler debbano essere respinti. Sarebbe una conclusione semplicistica e probabilmente controproducente. Significa che ogni concessione o facilitazione dovrebbe essere valutata chiedendo quale parte della catena del valore resta sul territorio: proprietà dell’infrastruttura, competenze, manutenzione, software, fiscalità, occupazione qualificata, possibilità di accesso delle imprese locali e soprattutto controllo delle funzioni critiche. Altrimenti la sovranità assume una forma curiosa:
noi mettiamo il terreno, l’acqua, la rete elettrica e gli incentivi; qualcun altro mette il cloud, il software, il capitale tecnologico e decide le condizioni di accesso. Il server si trova in Europa, ma l’Europa continua a essere cliente.
Ed è ancora più difficile recuperare terreno adesso perché l’esplosione dell’AI ha trasformato GPU, HBM, memoria, networking e capacità elettrica in asset contesi globalmente. L’inchiesta Abbiamo svenduto i nostri server, ora paghiamo il conto aveva già individuato questo meccanismo: il cloud sembrava conveniente quando l’alternativa consisteva nell’acquistare normali server aziendali; diventa molto più difficile costruire un’alternativa quando per competere occorrono acceleratori AI scarsamente disponibili, cluster da miliardi e infrastrutture energetiche dedicate. L’Europa prova quindi a tornare proprietaria proprio nel momento storico in cui diventare proprietari costa più che mai.
Il cloud sovrano arriva quando uscire dal cloud americano è già costoso
Ad aprile la Commissione europea ha assegnato fino a 180 milioni di euro in sei anni per permettere alle istituzioni dell’Unione di acquistare servizi cloud sovrani da quattro raggruppamenti europei. L’operazione è interessante non soltanto per il valore economico ma per il metodo: Bruxelles ha elaborato un Cloud Sovereignty Framework composto da 48 criteri raggruppati in otto categorie, che spaziano dalla sovranità strategica e giuridica alla supply chain, dalla tecnologia alla sicurezza fino alla sostenibilità ambientale.
Anche qui il dettaglio diventa quasi più interessante della dichiarazione politica. Uno dei raggruppamenti selezionati è guidato da Proximus e utilizza tra i propri partner S3NS, joint venture tra Thales e Google Cloud. La Commissione spiega che l’ambiente tecnologico è basato su Google Cloud ma operato esclusivamente da aziende dell’Unione e che il livello raggiunto soddisfa i requisiti minimi previsti dal framework. Non è necessariamente una contraddizione: la sovranità può essere graduata e la completa autarchia tecnologica non è né realistica né desiderabile. Ma il caso mostra perfettamente quanto sia difficile separare oggi le filiere. Perfino quando Bruxelles compra cloud sovrano, una parte della tecnologia sottostante può continuare a provenire dagli ecosistemi globali che dominano il mercato.
Banca d’Italia offre su questo punto una definizione molto più utile dello slogan. Sovranità non significa produrre ogni componente entro i confini europei, ma assicurare accesso stabile e diversificato alle tecnologie critiche e conservare la capacità concreta di sostituire i fornitori. È una distinzione essenziale, perché impedisce di trasformare il dibattito in una caricatura tra chi vorrebbe chiudere l’Europa dentro un’autarchia digitale e chi considera inevitabile qualsiasi dipendenza dal mercato globale.
La vera sovranità è la possibilità di dire no senza spegnere l’azienda, il ministero o l’ospedale.
Ed è precisamente quella possibilità che il lock-in riduce.
L’open source è l’alternativa che l’Europa ha utilizzato ma non trasformato in potere industriale
La parte forse più interessante della nuova strategia europea riguarda ciò che per anni è rimasto contemporaneamente ovunque e quasi invisibile: l’open source. Il 3 giugno 2026 la Commissione lo ha inserito formalmente nel pacchetto sulla sovranità tecnologica insieme a Chips Act 2.0, Cloud and AI Development Act e strategia digitale per l’energia. L’obiettivo dichiarato è ridurre le dipendenze lungo l’intero stack, dal sistema operativo al cloud, dall’AI alla cybersecurity. La stessa Commissione ammette che l’Europa, pur ospitando oltre tre milioni di contributori open source, resta fortemente dipendente da fornitori non UE nel software, nel cloud, nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture. Ancora più interessante è il passaggio nel quale Bruxelles riconosce che una parte del valore economico prodotto dai progetti open source europei viene catturata fuori dall’Europa. È esattamente il meccanismo già descritto da Matrice Digitale: l’open source alimenta kernel, orchestratori, database, runtime, librerie e framework su cui i grandi cloud costruiscono servizi gestiti proprietari. Il codice resta aperto, ma il margine economico si concentra nel servizio, nell’integrazione e nell’infrastruttura.
Il recente progetto analizzato da Matrice Digitale tra Mozilla e Mila per costruire un layer AI open source locale mostra la direzione alternativa: non basta rendere disponibile un modello, occorre costruire un livello capace di permettere all’organizzazione di cambiare modello, mantenere localmente dati e policy e sostituire componenti senza ricostruire l’intero ambiente. È questo il valore strategico dell’open source: non il romanticismo del software gratuito, ma la riduzione dei costi di uscita. La domanda politica e industriale diventa allora inevitabile. Se l’Europa aveva comunità, università, aziende, sviluppatori e competenze open source da anni, perché quel patrimonio non è stato trasformato prima in infrastruttura industriale? Perché il procurement pubblico non è stato utilizzato con maggiore continuità per far crescere alternative europee? Perché la capacità normativa è cresciuta molto più rapidamente della capacità tecnologica? Non servono teorie complottistiche per porre queste domande. È sufficiente osservare il risultato: l’Europa ha costruito un mercato digitale estremamente regolato nel quale molte delle infrastrutture essenziali da regolare appartengono ad altri.
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Chi oggi denuncia la dipendenza deve spiegare come l’Europa ci è arrivata
Ed è questo il punto nel quale la sovranità digitale smette definitivamente di essere una questione tecnica. Chi oggi descrive correttamente il rischio della dipendenza non può fingere che quella dipendenza sia caduta dal cielo. Le migrazioni sono state autorizzate, i contratti sottoscritti, i modelli cloud incoraggiati, il SaaS premiato dalla riduzione dei costi iniziali, i data center attratti sui territori e le alternative industriali europee lasciate crescere molto più lentamente dei concorrenti statunitensi. La responsabilità non appartiene a un singolo governo, a una singola Commissione o a un singolo Paese: è il risultato di una traiettoria durata anni nella quale convenienza economica di breve periodo e autonomia strategica di lungo periodo sono state trattate come se non fossero in conflitto. Oggi Bruxelles propone il Cloud and AI Development Act, un framework per misurare la sovranità, un nuovo Chips Act, una strategia open source, investimenti in AI Factories e gigafactory, appalti per cloud sovrano e una gigantesca espansione dei data center. Sono iniziative reali e necessarie. Ma proprio la loro ampiezza dimostra l’entità del ritardo. Se per diventare più sovrana l’Europa deve contemporaneamente costruire chip, aumentare capacità computazionale, finanziare open source, triplicare data center, rafforzare le reti elettriche e ripensare gli acquisti pubblici, significa che la dipendenza non riguarda un tassello: riguarda il modello.
Non serve quindi una nuova strategia del terrore sulla dipendenza digitale. Serve una contabilità delle responsabilità e soprattutto delle dipendenze. Ogni amministrazione dovrebbe sapere quali servizi non potrebbe sostituire entro sei mesi. Ogni infrastruttura critica dovrebbe conoscere quali componenti dipendono da provider extraeuropei. Ogni grande contratto pubblico dovrebbe contenere una exit strategy tecnicamente verificabile. Ogni incentivo ai data center dovrebbe dichiarare quanta capacità, proprietà intellettuale, fiscalità e competenza rimangano realmente nell’Unione. Prima ancora di chiedere quanti miliardi costerà diventare sovrani, bisognerebbe calcolare quanti ne sono stati risparmiati negli anni accettando di non esserlo e quanto costerà oggi recuperare ciò che non è stato costruito. Matrice Digitale ha seguito lo stesso filo passando dal cloud alla cybersecurity, dal Polo Strategico Nazionale alle piattaforme globali fino alla sovranità italiana tra Stati Uniti, Governo e ACN. Il problema non è mai stato dimostrare che utilizzare tecnologia americana sia di per sé sbagliato. Sarebbe una semplificazione ideologica. Il problema nasce quando non esiste più una scelta alternativa economicamente e tecnicamente praticabile. A quel punto un partner commerciale diventa infrastruttura indispensabile e un’infrastruttura indispensabile acquisisce inevitabilmente peso politico. La situazione europea è quindi più seria della formula “dipendenza dagli Stati Uniti”. L’Europa dipende da un modello tecnologico nel quale gran parte dell’innovazione, del capitale, del cloud, dei modelli AI e delle economie di scala viene prodotta altrove, mentre sul proprio territorio restano domanda, regolazione e una quota crescente delle infrastrutture fisiche necessarie a far funzionare quel modello.
La sovranità non consiste nel cacciare Microsoft, Amazon o Google dall’Europa. Consiste nel fare in modo che l’Europa possa continuare a funzionare anche qualora decidesse, per ragioni economiche, giudiziarie, industriali o di sicurezza, di non dipendere più da uno di loro.
Fino a quando questa possibilità resterà teorica, il cloud sovrano continuerà a essere soprattutto un aggettivo aggiunto a un’infrastruttura costruita da altri. E il paradosso finale è che oggi Bruxelles presenta come emergenza strategica una dipendenza che le sue stesse politiche industriali non hanno saputo impedire quando evitarla sarebbe costato molto meno.
Per anni l’Europa ha scritto le regole del digitale mentre altri costruivano il digitale sul quale quelle regole sarebbero state applicate. Adesso ha scoperto che possedere il regolamento non significa possedere lo stadio. E per ricomprarlo, questa volta, serviranno denaro, energia, acqua, chip, competenze e soprattutto molto più tempo di quanto sarebbe servito per non venderlo.
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