📌 In Sintesi
- Un giudice federale ha certificato la class action degli emittenti di carte contro Apple per le commissioni applicate alle transazioni Apple Pay.
- Apple figura tra le aziende con maggiore accesso ai decisori europei, con 257 incontri registrati dal giugno 2024 e una spesa annua dichiarata nell’ordine di 8-9 milioni di euro.
- Google rende operativa in quattro Paesi la verifica degli sviluppatori Android, mentre Samsung affronta una causa separata per presunta violazione di cinque brevetti sulla localizzazione a basso consumo.
Pagamenti, distribuzione delle applicazioni, lobbying e proprietà intellettuale sembrano vicende lontane, ma raccontano lo stesso passaggio dell’industria tecnologica: il valore economico si concentra sempre più nel controllo dell’accesso alla piattaforma. Apple deve ora affrontare come class action la causa degli emittenti statunitensi che contestano le commissioni di Apple Pay; contemporaneamente emerge la dimensione del lobbying delle Big Tech a Bruxelles. Google introduce invece la verifica obbligatoria degli sviluppatori Android in quattro mercati, restringendo l’anonimato nel sideloading senza abolirlo, mentre Samsung affronta negli Stati Uniti un contenzioso brevettuale sulle tecnologie di localizzazione e gestione energetica di smartphone e smartwatch.
Cosa leggere
Apple Pay, la causa degli emittenti diventa una class action
Il 23 settembre 2026 il giudice federale Jeffrey S. White del Northern District of California ha certificato la classe nel procedimento Affinity Credit Union v. Apple Inc.. La classe comprende gli enti statunitensi che hanno emesso carte abilitate ad Apple Pay e hanno pagato ad Apple commissioni sulle relative transazioni. La decisione non stabilisce che Apple abbia violato le norme antitrust: consente agli emittenti interessati di procedere collettivamente e mantiene aperto il confronto sulle prove economiche relative al mercato dei wallet mobili. I ricorrenti sostengono che Apple abbia sfruttato il controllo sull’ecosistema iPhone per ottenere commissioni che altri wallet non impongono agli issuer. Secondo la documentazione dei legali della classe, negli Stati Uniti Apple applica lo 0,15% sulle transazioni con carta di credito e mezzo centesimo su quelle di debito effettuate tramite Apple Pay. La tesi dei ricorrenti collega queste commissioni alla posizione di Apple sull’accesso NFC e al presunto monopolio del tap-to-pay su iOS; Apple contesta l’impostazione del caso. La certificazione della classe rende però economicamente più rilevante il procedimento perché aggrega migliaia di potenziali istituzioni finanziarie. Il nodo è lo stesso che ha spinto l’Unione Europea a intervenire sull’apertura delle piattaforme attraverso il Digital Markets Act: quando hardware, sistema operativo, wallet e canale di distribuzione appartengono allo stesso soggetto, il vantaggio competitivo può trasformarsi in potere di intermediazione. La questione giudiziaria statunitense deve comunque restare distinta dall’applicazione europea del DMA: nel primo caso siamo davanti ad accuse ancora da provare in tribunale, nel secondo a obblighi regolatori già definiti.
A Bruxelles Apple incontra i decisori 257 volte
Sul fronte europeo, un’analisi del Financial Times basata sui registri di trasparenza e sugli incontri dichiarati da Parlamento e Commissione UE colloca Apple tra i gruppi con maggiore accesso ai policymaker europei. Dal giugno 2024 Google e società collegate risultano aver totalizzato 302 incontri, Apple 257 e Amazon 239. Apple dichiara una spesa annuale per il lobbying europeo nell’ordine degli 8-9 milioni di euro; Meta supera i 10 milioni. Il dato non dimostra di per sé un’influenza illecita: il lobbying istituzionale è un’attività regolamentata e registrata. Mostra però quanto sia elevato il valore attribuito dalle grandi piattaforme alla formazione delle regole europee su concorrenza, AI, cloud, sicurezza e mercati digitali. Apple e Amazon hanno dichiarato al Financial Times di confrontarsi con i policymaker su questioni rilevanti per clienti e attività aziendali. La scala degli incontri rende tuttavia evidente che la regolamentazione europea è ormai un terreno industriale tanto importante quanto la progettazione dei prodotti.
Leggi anche: La grande ipocrisia italiana: politica, editori e università si consegnano a Google
Android restringe il sideloading ma non lo elimina
Il controllo dell’ecosistema emerge anche sul versante Google, sebbene con una logica diversa. Dal 30 settembre 2026 Android richiede che le applicazioni installate attraverso gli store partecipanti su dispositivi certificati in Brasile, Indonesia, Singapore e Thailandia siano registrate da sviluppatori verificati. Il primo gruppo comprende Google Play, Galaxy Store, Xiaomi GetApps, OPPO App Market, vivo V-Appstore, HONOR App Market e Transsion Palm Store. Il requisito verrà esteso globalmente nel 2027. Google presenta la misura come risposta alla distribuzione di malware e truffe da sviluppatori anonimi. Non equivale però alla fine del sideloading: gli utenti avanzati possono installare software proveniente da sviluppatori non verificati attraverso una procedura avanzata una tantum, mentre ADB resta disponibile per sviluppo e installazione manuale. Esistono inoltre account gratuiti per studenti e hobbisti destinati alla distribuzione su un numero limitato di dispositivi. Il confine diventa quindi più sottile. Android rimane formalmente aperto alla distribuzione esterna, ma Google introduce un livello centrale di identità e registrazione prima dell’installazione sulla massa dei dispositivi certificati. È un compromesso tra sicurezza e apertura che sposta una parte del potere dal semplice app store al sistema operativo stesso.
Samsung finisce in tribunale per cinque brevetti sulla localizzazione
Il quarto fronte riguarda Samsung. La società mPanion Licensing LLC ha depositato il 12 agosto 2026 una causa per violazione di brevetto nell’Eastern District of Texas contro Samsung Electronics e Samsung Electronics America. Il procedimento, numero 2:26-cv-00683, riguarda cinque brevetti statunitensi. Il docket federale conferma il deposito della complaint e la richiesta di processo con giuria; non esiste quindi, allo stato attuale, alcuna decisione che stabilisca una violazione. Le accuse riguardano tecnologie per gestire la localizzazione in tempo reale riducendo il consumo energetico, utilizzando sensori a basso consumo e informazioni contestuali per evitare l’attivazione continua del GPS. Tra i dispositivi indicati nella complaint figurano le famiglie Galaxy S23, S24 e S25, tablet Galaxy e smartwatch dal Watch4 al Watch8, Watch FE e Galaxy Watch Ultra. Anche qui il punto non è il singolo prodotto: l’oggetto del contendere è uno strato software e hardware trasversale all’intero ecosistema Galaxy.
Il potere si sposta dal prodotto al punto di accesso
Apple Pay, lobbying europeo, Android developer verification e brevetti Samsung non appartengono allo stesso procedimento né producono le stesse conseguenze giuridiche. Presi insieme mostrano però una trasformazione precisa: la competizione tecnologica non si gioca più soltanto su chi costruisce il telefono migliore, ma su chi controlla pagamento, distribuzione, identità dello sviluppatore, proprietà intellettuale e accesso al sistema. Apple monetizza il wallet integrato nell’iPhone e deve ora difendere quel modello in una class action; Google mantiene il sideloading ma aggiunge un controllo identitario a livello di dispositivo; Samsung deve difendere in tribunale funzioni incorporate trasversalmente nei Galaxy. Nel frattempo, le stesse aziende investono milioni nel rapporto con Bruxelles perché è lì che viene definita una parte crescente dei limiti di questo potere.
Continua con:
Da iPhone a Galaxy S25 Ultra: la vera recensione
Android introduce DNS-over-TLS per rafforzare sicurezza e privacy
Le piattaforme stanno diventando la vera infrastruttura del mercato
La questione centrale non è stabilire se apertura o chiusura siano sempre corrette. La verifica degli sviluppatori può ridurre malware e truffe; l’integrazione verticale può produrre servizi più sicuri e semplici; i brevetti proteggono investimenti reali in ricerca. Il problema nasce quando lo stesso soggetto controlla contemporaneamente dispositivo, sistema operativo, identità , distribuzione e accesso economico agli utenti. È in quel punto che una scelta tecnica smette di essere soltanto progettazione del prodotto e diventa struttura del mercato. Apple, Google e Samsung stanno difendendo asset differenti, ma il terreno è ormai comune: non basta possedere la tecnologia. Conta soprattutto controllare le condizioni attraverso cui qualcun altro può usarla, distribuirla o competere con essa.
Iscriviti alla Newsletter
Non perdere le analisi settimanali: Entra nella Matrice Digitale.
Matrice Digitale partecipa al Programma Affiliazione Amazon EU. In qualità di Affiliato Amazon, ricevo un guadagno dagli acquisti idonei. Questo non influenza i prezzi per te.









