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NEAR Intents perde 3,8 milioni, Bitget porta il bottino dentro Zcash

🛡️ Executive Summary

  • NEAR Intents ha sospeso temporaneamente depositi e prelievi cross-chain dopo un exploit da circa 3,8 milioni di dollari e ha annunciato il rimborso degli utenti colpiti.
  • Wallet collegati al furto da 387,5 milioni contro Bitget hanno trasferito 2.746 ZEC, circa 3,9 milioni di dollari, nel pool shielded Ironwood di Zcash.
  • I due incidenti mostrano due problemi distinti ma complementari: compromettere il livello cross-chain permette di sottrarre fondi, mentre privacy pool e swap decentralizzati rendono più complesso seguirne il percorso successivo.

La sicurezza delle criptovalute sta mostrando contemporaneamente i propri due punti più fragili: il livello che collega blockchain differenti e quello che permette ai fondi rubati di attraversarle senza un intermediario capace di fermarli. NEAR Intents ha sospeso parte delle operazioni cross-chain dopo un exploit da circa 3,8 milioni di dollari che ha interessato depositi e prelievi su diverse reti, mentre quasi quattro milioni di dollari in Zcash riconducibili all’attacco da 387,5 milioni contro Bitget sono entrati nel pool privato Ironwood. Non si tratta dello stesso attacco e non esiste un collegamento tra gli autori, ma i due episodi descrivono perfettamente il nuovo ciclo operativo del cybercrime crypto: compromettere un punto di orchestrazione, convertire gli asset, attraversare più reti e infine utilizzare strumenti che riducono la visibilità on-chain.

NEAR Intents ferma il cross-chain dopo un exploit da 3,8 milioni

Annuncio

NEAR Intents ha sospeso temporaneamente depositi e prelievi su più blockchain dopo avere individuato un exploit che, secondo la comunicazione del progetto, ha prodotto perdite per circa 3,8 milioni di dollari; il team ha dichiarato che gli utenti interessati verranno rimborsati e che l’incidente è stato ricondotto a un bug nel sistema utilizzato per le operazioni cross-chain. Il punto tecnico è rilevante perché NEAR Intents non funziona come un semplice DEX confinato dentro una blockchain: la documentazione ufficiale NEAR spiega che il sistema utilizza bridge multichain per depositare asset provenienti da reti esterne, convertirli in token utilizzabili nell’ambiente Intents e successivamente ritirarli sulla blockchain di destinazione. La piattaforma dichiara supporto per decine di reti e oltre cento asset, con routing automatico e settlement nell’ordine di decine di secondi. Questa astrazione migliora drasticamente l’esperienza utente, ma concentra una quantità crescente di logica nei componenti che devono coordinare deposito, rappresentazione dell’asset, solver, settlement e withdrawal: se uno di questi livelli viene compromesso, il rischio non resta confinato alla blockchain sulla quale nasce la transazione.

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L’astrazione cross-chain sposta il rischio dalla blockchain all’orchestrazione

Il caso NEAR Intents è interessante proprio perché mostra il prezzo tecnico della promessa “qualsiasi asset, qualsiasi chain”. Nella propria documentazione commerciale il progetto descrive un’esperienza nella quale l’utente sceglie semplicemente asset di partenza e destinazione, mentre il sistema determina il percorso, esegue la conversione e consegna il risultato senza costringerlo a gestire manualmente bridge, gas e wallet intermedi. Il problema è che la complessità non scompare: viene trasferita dall’utente all’infrastruttura. Deposit address, bridge, solver, API, smart contract e sistemi di settlement diventano quindi una catena di fiducia che deve funzionare correttamente in ogni passaggio. È lo stesso principio emerso nel precedente incidente Bitget raccontato da Matrice Digitale: chiavi e blockchain possono restare formalmente integre mentre viene compromessa l’infrastruttura che decide quali operazioni autorizzare. Nel caso NEAR non esistono al momento elementi pubblici sufficienti per attribuire l’incidente a una compromissione della supply chain o per descrivere con precisione il bug oltre quanto comunicato dal progetto, quindi sarebbe scorretto trasformare l’exploit in una diagnosi non ancora disponibile; il dato strutturale resta però evidente: più il cross-chain diventa invisibile all’utente, più la sicurezza dipende dal software che orchestra quella invisibilità.

I fondi Bitget entrano nel pool privato Ironwood di Zcash

Sul fronte Bitget l’attacco è invece già nella fase successiva al furto. Una ricostruzione originale di CoinDesk basata sui registri delle transazioni ha individuato 2.746 ZEC, circa 3,9 milioni di dollari, trasferiti in tre operazioni nel pool shielded Ironwood di Zcash tra le 08:15 e le 08:46 UTC del 30 settembre. I fondi sono transitati attraverso due indirizzi intermedi finanziati da un wallet che Bitget aveva identificato come appartenente all’attaccante e rappresentano circa il 15% dei quasi 18.917 ZEC sottratti durante il breach del 24 settembre. Il movimento non rende automaticamente il denaro impossibile da investigare, ma cambia radicalmente la qualità della traccia disponibile: all’ingresso del pool è ancora possibile osservare quantità e momento del deposito, mentre all’interno di Ironwood mittente, destinatario e importo delle transazioni shielded non vengono esposti pubblicamente. Se i fondi torneranno successivamente verso indirizzi trasparenti, gli investigatori potranno nuovamente osservare valori e tempistiche, ma non avranno una catena pubblica di transazioni che colleghi direttamente ingresso e uscita. È un salto importante rispetto ai circa 6,3 milioni già convertiti dall’attaccante attraverso THORChain, dove gli swap tra ether e bitcoin lasciavano comunque visibili gli estremi delle operazioni sulle rispettive blockchain.

THORChain e Zcash mostrano due ostacoli diversi al recupero dei fondi

Il precedente scontro tra Bitget e THORChain aveva già mostrato il primo problema: una rete decentralizzata può rendere visibile il trasferimento senza possedere necessariamente un’autorità centrale capace di bloccarlo. Il cofondatore Chad Barraford aveva respinto l’idea di censurare selettivamente wallet collegati al furto sostenendo che introdurre questa possibilità avrebbe trasformato la neutralità del protocollo in un meccanismo discrezionale. Zcash aggiunge ora un livello differente perché non si limita a trasferire l’asset senza bloccarlo, ma attraverso le transazioni shielded può ridurre le informazioni pubblicamente disponibili sul percorso successivo dei fondi. Neutralità e privacy non equivalgono a complicità con l’attaccante e sono proprietà tecniche utilizzate anche per finalità perfettamente legittime, ma producono un problema investigativo concreto quando vengono inserite nella fase di laundering successiva a un furto. È la stessa trasformazione più generale osservata da Matrice Digitale nei Blockchain Dead Drops utilizzati da criminali e attori statali: le caratteristiche che rendono una blockchain resiliente, accessibile e difficile da censurare diventano contemporaneamente vantaggi operativi quando l’utilizzatore è un aggressore.

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Il problema non è più rubare crypto ma attraversare l’infrastruttura senza essere fermati

NEAR Intents e Bitget descrivono così due momenti consecutivi della stessa superficie di rischio senza appartenere allo stesso incidente. Nel primo caso un bug nel sistema cross-chain ha consentito di produrre una perdita diretta; nel secondo l’attaccante ha già superato il perimetro dell’exchange e sta sfruttando swap decentralizzati, blockchain differenti e privacy pool per aumentare progressivamente il costo dell’investigazione. La sicurezza crypto deve quindi essere valutata oltre la semplice domanda su quale blockchain sia stata violata, perché sempre più spesso la blockchain principale non viene compromessa affatto: vengono attaccati bridge, backend, sistemi di autorizzazione, solver e servizi esterni, mentre la fase successiva utilizza protocolli legittimi per spostare e trasformare il bottino. È questo il paradosso della maturazione dell’economia on-chain: più le reti diventano interoperabili e liquide, più diventano efficaci anche per chi deve muovere rapidamente fondi sottratti, e tracciare una transazione non significa necessariamente possedere gli strumenti tecnici o giuridici per fermarla.

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