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RISC-V unisce USA e Cina: la falla nella guerra dei chip

📌 In Sintesi

  • MIPS, controllata dalla statunitense GlobalFoundries, dichiara di collaborare strettamente con aziende cinesi sulla standardizzazione RISC-V.
  • L’ISA aperta crea un’area di cooperazione difficile da separare lungo le stesse linee usate dagli USA per GPU, macchinari e software EDA.
  • La Cina può sfruttare RISC-V per ridurre alcune dipendenze tecnologiche, ma resta legata a produzione, software, toolchain e standard globali.

La guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina ha costruito negli ultimi anni barriere su GPU AI, macchinari litografici, software EDA, fonderie avanzate e trasferimento di know-how, ma esiste un livello della filiera nel quale la separazione resta molto più difficile: l’architettura aperta RISC-V. MIPS, società americana controllata da GlobalFoundries, sta collaborando con aziende e organizzazioni cinesi a un livello definito senza precedenti da uno dei suoi dirigenti, proprio mentre Washington prova a ridurre l’accesso di Pechino alle tecnologie più sensibili. Non è una contraddizione secondaria. RISC-V è uno standard aperto, internazionale e implementabile da attori diversi, quindi sfugge in parte alla logica con cui gli Stati possono bloccare la vendita di un acceleratore NVIDIA o di un macchinario per semiconduttori. La conseguenza è che USA e Cina possono combattersi sulla capacità produttiva continuando contemporaneamente a costruire parti della stessa grammatica dei processori futuri.

MIPS collabora con la Cina sulla standardizzazione RISC-V

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La conferma arriva da Yankin Tanurhan, CTO di MIPS, che durante un briefing a Shanghai ha spiegato come l’azienda stia lavorando “molto strettamente” con la Cina sulla standardizzazione dell’architettura. L’informazione proviene da una ricostruzione originale del South China Morning Post basata sul briefing del dirigente MIPS e assume un peso particolare perché MIPS dal 2025 appartiene a GlobalFoundries, una delle società centrali nella strategia industriale americana sui semiconduttori. La collaborazione si sviluppa nel perimetro di RISC-V International, dove aziende statunitensi, europee e cinesi lavorano insieme alla definizione di profili e standard destinati non più soltanto a microcontrollori e sistemi embedded, ma anche ad automotive, intelligenza artificiale fisica e server. È il salto che rende politicamente interessante un’architettura che Matrice Digitale aveva già analizzato attraverso i primi chip ibridi capaci di integrare workload CPU, GPU e NPU sopra RISC-V: più lo standard sale verso sistemi ad alte prestazioni, più diventa strategico decidere chi contribuisce alla sua evoluzione e quali implementazioni riescono a costruire un ecosistema commerciale intorno all’ISA.

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L’ISA aperta è molto più difficile da bloccare di una GPU

Il nodo è nella natura stessa di RISC-V. Washington può vietare a NVIDIA di vendere determinati acceleratori in Cina, limitare l’accesso alle apparecchiature necessarie per costruire chip avanzati o impedire a specifiche società di utilizzare tecnologie statunitensi, ma controllare uno standard aperto e sviluppato attraverso un organismo internazionale è molto più complesso. La Cina non riceve con RISC-V una fabbrica a 2 nanometri né un’alternativa automatica a CUDA, ARM o x86: ottiene però una base architetturale sulla quale può progettare processori senza dover acquistare una licenza ISA proprietaria da un soggetto occidentale. Questa differenza diventa importante proprio perché Pechino sta cercando di eliminare progressivamente i colli di bottiglia che Washington può trasformare in strumenti di pressione. Il blocco americano sui macchinari destinati alla produzione cinese a 7 nanometri mostra quanto la strategia statunitense continui a concentrarsi sui punti della filiera difficili da sostituire: litografia, process technology, packaging, EDA e acceleratori. RISC-V agisce in modo opposto perché distribuisce l’accesso all’ISA e sposta la competizione sulla qualità dell’implementazione, sulla microarchitettura, sui compilatori, sul software e sulla capacità di fabbricare materialmente il silicio.

Per Pechino RISC-V riduce una dipendenza ma non risolve il problema dei chip

È proprio qui che bisogna evitare di trasformare l’architettura aperta nella scorciatoia narrativa della “Cina ormai indipendente”. Possedere o implementare RISC-V non significa possedere automaticamente le tecnologie necessarie per realizzare un processore competitivo. La progettazione richiede tool EDA, IP complementare, verifica, interconnessioni, memoria, packaging e soprattutto accesso a nodi produttivi adeguati; una volta realizzato il chip servono inoltre sistemi operativi, compilatori, librerie, driver e applicazioni capaci di sfruttarlo. Pechino sta lavorando contemporaneamente su tutti questi livelli, dall’automazione della progettazione con QiMeng fino ai tentativi di costruire processi produttivi alternativi e architetture che aggirino la dipendenza dalla litografia occidentale, ma la distanza fra una ISA accessibile e una piattaforma industriale completa resta enorme. Proprio per questo la collaborazione internazionale sugli standard conviene anche alla Cina: permette alle aziende locali di non sviluppare in isolamento la base software e architetturale dei propri processori e, nello stesso tempo, offre alle società occidentali accesso a uno dei mercati più grandi per automotive, robotica, edge computing e sistemi industriali.

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RISC-V mostra il limite strutturale del decoupling tecnologico

Il dato più interessante non è quindi stabilire se RISC-V diventerà “cinese” o “americano”, perché proprio questa domanda tradisce la natura dello standard. La competizione geopolitica può frammentare la produzione dei semiconduttori, imporre licenze sulle esportazioni, creare blacklist e costringere le aziende a ridisegnare le supply chain, ma diventa molto meno efficace quando incontra una tecnologia il cui valore deriva dall’essere condivisa, standardizzata e implementabile da più soggetti. Stati Uniti e Cina hanno interesse opposto sul controllo della capacità produttiva ma possono avere un interesse convergente nel mantenere compatibile la base architetturale sulla quale vengono costruiti processori destinati a milioni di dispositivi. Questo non cancella la guerra dei chip: può anzi renderla ancora più selettiva, perché la battaglia si sposta dai livelli che non conviene chiudere a quelli dove esistono veri colli di bottiglia. La collaborazione fra MIPS e gli attori cinesi dimostra così che il decoupling non procede come una separazione lineare delle due economie tecnologiche. Più Washington chiude l’accesso alle tecnologie proprietarie e ai nodi industriali controllabili, più Pechino ha un incentivo a investire negli standard aperti; ma più RISC-V cresce, più anche le aziende occidentali hanno interesse a partecipare a un ecosistema che non può svilupparsi ignorando la Cina. La falla nella guerra dei chip non è quindi un errore della strategia americana: è il limite naturale di una guerra tecnologica combattuta dentro un’industria che, nonostante tutto, continua ad avere bisogno di standard globali.

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