Integrazione AI e BigQuery nel cloud

Google apre BigQuery agli agenti: Claude Code e Codex entrano nei dati cloud

📌 In Sintesi

  • Google porta Data Agent Kit in disponibilità generale e collega gli agenti a più di 15 servizi Data Cloud attraverso MCP e skill ufficiali.
  • La GA aggiunge BigQuery Graph, Bigtable e Managed Service for Apache Spark, oltre a pipeline dbt, Dataform e Airflow gestibili dagli agenti.
  • Claude Code e Codex possono operare direttamente sul data stack Google, mentre IAM, Model Armor e VPC Service Controls diventano il vero perimetro di sicurezza.

Google porta Data Agent Kit in disponibilità generale e trasforma il proprio data stack in una superficie operativa per agenti di coding esterni. Claude Code, Codex, Cursor e Antigravity possono collegarsi direttamente a BigQuery, AlloyDB, Cloud SQL, Bigtable e altri servizi attraverso MCP e skill ufficiali, senza costringere lo sviluppatore a copiare schemi, log ed errori dentro il prompt. Il salto non è che l’agente sappia scrivere SQL: è che possa leggere il contesto reale dell’ambiente, eseguire query, seguire job, proporre modifiche e costruire pipeline usando gli stessi permessi IAM dell’utente o del service account impersonato. Per Google, il modello può anche appartenere a un concorrente: il valore deve restare nei dati e nell’infrastruttura.

Data Agent Kit passa da preview a GA e apre il data stack agli agenti

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La documentazione ufficiale di Google Cloud spiega che Data Agent Kit combina MCP tools e Google-authored skills per collegare agenti esterni a più di 15 servizi Google Data Cloud. La release GA aggiunge BigQuery Graph, Bigtable e Managed Service for Apache Spark, mentre il kit resta utilizzabile come estensione per VS Code, Antigravity IDE e Cursor oppure come plugin per Claude Code e Codex. La differenza rispetto a un normale assistente SQL è sostanziale: l’agente può ispezionare schemi reali, verificare partizionamento e lineage, eseguire query, leggere job log e amministrare risorse dentro l’ambiente live. Google aveva già anticipato questa direzione con QueryData e gli strumenti progettati per ridurre gli errori degli agenti sui database, ma la GA rende stabile un modello nel quale l’agente non si limita più a suggerire codice: opera direttamente sul data estate.

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Leggi anche: Google porta Data Agent Kit e Antigravity SDK dentro dati e workflow enterprise

BigQuery Graph e Bigtable diventano oggetti manipolabili in linguaggio naturale

La GA amplia anche il tipo di attività che l’agente può svolgere. Per BigQuery Graph una skill può trasformare tabelle in nodi e archi, verificare le relazioni proposte sui dati e presentare un piano da approvare prima della creazione del property graph; una seconda skill genera poi query GQL. Su Bigtable il modello può progettare row key in base al pattern di accesso, segnalare hotspot e full table scan prima che la struttura venga creata.

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Nel lakehouse, Managed Service for Apache Spark permette di lavorare sulle stesse tabelle Iceberg interrogate da BigQuery, mentre una skill di federazione collega anche AWS Glue e Databricks Unity Catalog senza obbligare a costruire prima una pipeline di ingestione. Il salto è coerente con la strategia con cui Google ha già portato MCP, Spanner Graph e agenti dentro l’infrastruttura cloud: il cloud non viene più soltanto amministrato da una console, ma esposto come insieme di strumenti che l’agente può invocare all’interno di una sequenza di lavoro.

IAM, Model Armor e VPC Service Controls diventano il perimetro reale

Il passaggio più delicato riguarda la sicurezza. Data Agent Kit non introduce un’identità privilegiata separata: l’agente opera come utente oppure attraverso un service account impersonato, quindi le policy row-level e column-level restano applicate. Google indica inoltre IAM per governare l’accesso MCP, Model Armor per ispezionare il traffico e VPC Service Controls e Principal Access Boundary per delimitare le risorse raggiungibili. È un dettaglio centrale perché un agente con accesso a schema, query, pipeline e database non rappresenta più soltanto un copilota.

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Diventa un processo autorizzato capace di produrre effetti sui dati. Le precedenti integrazioni tra AlloyDB, MCP e agenti AI avevano già mostrato che la vera separazione non è più tra modello e database, ma tra identità, strumenti e privilegi. Data Agent Kit porta quella trust boundary direttamente dentro IDE e terminale, obbligando i team a trattare le autorizzazioni degli agenti con la stessa attenzione riservata alle identità umane e ai workload automatizzati.

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L’aspetto industrialmente più interessante è che Google non prova a obbligare gli sviluppatori a usare Gemini come unico front-end. Data Agent Kit documenta esplicitamente Claude Code e Codex, oltre a Cursor e Antigravity, e offre skill open source che possono essere ispezionate, modificate o sostituite. Il modello può quindi appartenere a un concorrente mentre dati, IAM, logging, pipeline e fatturazione restano dentro Google Cloud. È una scelta che sposta la competizione dall’assistente alla piattaforma: se il developer preferisce Claude per il coding o Codex per il workflow agentico, Google vuole comunque che query, Spark, Airflow, Bigtable e BigQuery restino nel proprio perimetro. La stessa apertura era già comparsa quando Google Cloud aveva trasformato Skills e MCP in un plugin installabile dentro Claude Code e Codex. Con Data Agent Kit GA, la strategia diventa ancora più evidente: l’agente può cambiare, ma il dato e l’infrastruttura che gli permettono di agire devono restare il vero lock-in.

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