Cosa leggere
deepfake, informatica forense, ONIF, intelligenza artificiale, giornalismo, prove digitali, disinformazione
<h3>📌 In Sintesi</h3><ul><li>Il decimo convegno nazionale ONIF porta al centro il problema dell’autenticità delle prove digitali davanti alla crescita di deepfake, audio sintetici e immagini generate con AI.</li><li>L’Ordine dei Giornalisti della Liguria richiama il caso di un canale social clandestino denunciato alla Procura dopo la diffusione di false notizie capaci di alimentare odio razziale e allarme sociale.</li><li>Il nuovo codice deontologico impone che l’AI non sostituisca l’attività giornalistica e che il suo utilizzo nella produzione o modifica dei contenuti venga dichiarato e resti sotto responsabilità umana.</li></ul>
Una fotografia non è più necessariamente una fotografia, una voce registrata non dimostra automaticamente che qualcuno abbia pronunciato quelle parole e persino un articolo apparentemente giornalistico può essere prodotto industrialmente dall’intelligenza artificiale senza che dietro esista una vera redazione. È il problema che ha attraversato a Genova la decima edizione del convegno nazionale dell’Osservatorio Nazionale Informatica Forense, appuntamento dedicato a digital forensics, cybersecurity e informatica giuridica che ha riunito esperti, professionisti e rappresentanti delle istituzioni a Villa Giustiniani Cambiaso. Il punto comune tra giustizia e informazione è ormai l’autenticità: stabilire non soltanto cosa mostra un contenuto digitale, ma chi lo ha prodotto, come è stato generato e se ciò che rappresenta sia realmente accaduto.
I deepfake diventano un problema per la prova digitale
ONIF ha collocato intelligenza artificiale e deepfake tra le trasformazioni che stanno modificando il lavoro degli investigatori e dei consulenti tecnici. Nel programma ufficiale del decimo convegno nazionale compaiono AI applicata alla digital forensics, analisi delle prove digitali, rilevamento dei deepfake, OSINT, blockchain investigation, analisi fonica e nuove forme di evidenza provenienti dai dispositivi digitali. Il problema non consiste semplicemente nella crescente qualità delle immagini sintetiche: riguarda il loro possibile ingresso in procedimenti nei quali fotografie, video, messaggi vocali e conversazioni costituiscono elementi da acquisire, verificare e sottoporre al giudizio. Più diventa semplice generare una rappresentazione plausibile di una persona che parla o agisce, più la provenienza del file, la catena di custodia, i metadati e l’analisi forense diventano importanti quanto il contenuto visibile. È lo stesso cambio di paradigma che emerge nello sviluppo di sistemi capaci di riconoscere deepfake anche generati da modelli non presenti durante il training: non basta più cercare l’errore evidente nell’immagine, bisogna costruire strumenti di autenticazione e verifica resistenti all’evoluzione dei generatori.

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L’Ordine dei Giornalisti porta lo stesso problema dentro le redazioni
Al convegno è intervenuto Tommaso Fregatti, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Liguria, spostando il problema dalla prova giudiziaria alla produzione dell’informazione. Fregatti ha richiamato il caso già denunciato dall’Ordine alla Procura di Genova relativo a un canale social che svolgeva attività informativa senza essere una testata registrata e che aveva diffuso una falsa notizia su una presunta rapina con pestaggio ai danni di un novantaduenne a Vesima. Le verifiche effettuate dall’Ordine con Questura, Carabinieri e altre forze di polizia avevano accertato che la vicenda non era avvenuta. Il comunicato dell’Ordine del 24 luglio riferisce che nell’esposto viene ipotizzata la diffusione di notizie false atte a turbare l’ordine pubblico, aggravata dalla finalità di odio razziale. Nel suo intervento a ONIF, Fregatti ha inoltre evidenziato l’impiego dell’intelligenza artificiale nella produzione dei contenuti pubblicati dal canale. L’AI non crea quindi necessariamente la disinformazione, ma abbassa drasticamente il costo necessario per produrne grandi quantità con forma apparentemente giornalistica.
Una fotografia proveniente da una fonte istituzionale non è più automaticamente affidabile
Il problema aveva già prodotto un secondo intervento dell’Ordine ligure. A settembre Ordine, Assostampa e Gruppo Cronisti avevano denunciato una pratica ancora più delicata: uffici stampa, anche riconducibili a istituzioni, avevano iniziato a distribuire fotografie di fatti di cronaca generate o modificate attraverso sistemi di intelligenza artificiale. Nel richiamo del 28 settembre viene indicato espressamente il rischio di costruire una rappresentazione distorta o completamente falsa della realtà. È un cambiamento sostanziale per il lavoro giornalistico perché indebolisce una scorciatoia operativa consolidata: considerare il materiale proveniente da una fonte istituzionale intrinsecamente più affidabile. Con l’AI anche la provenienza autorevole deve essere distinta dall’autenticità tecnica del contenuto. Il problema è già emerso su scala più ampia con deepfake, watermark e obblighi europei di trasparenza sui contenuti sintetici.
Il codice deontologico vieta di sostituire il giornalista con l’AI
L’Ordine ligure richiama l’articolo 19 del nuovo codice deontologico, che stabilisce un principio netto: l’intelligenza artificiale non può sostituire l’attività giornalistica. Quando viene utilizzata per produrre o modificare testi, immagini o contenuti sonori, il giornalista deve renderne esplicito l’impiego, specificarne il contributo e conservarne responsabilità e controllo. Lo stesso Ordine era già intervenuto a gennaio dopo avere riscontrato su una testata genovese un articolo nel quale erano rimaste tracce dell’utilizzo di un sistema generativo. Non viene quindi vietato lo strumento, ma viene respinta l’idea che un modello possa diventare il soggetto che verifica, seleziona e pubblica autonomamente una notizia. È una distinzione fondamentale anche alla luce del richiamo del Garante ai media sul caso Garlasco e sul rischio dei deepfake: velocità e capacità generativa non eliminano responsabilità editoriale, verifica delle fonti e rispetto delle persone coinvolte.
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Giustizia e giornalismo hanno ormai lo stesso problema: dimostrare che il reale è reale
La digitalizzazione aveva abituato tribunali e redazioni a lavorare su una quantità crescente di fotografie, registrazioni, video, screenshot, chat e documenti elettronici. L’intelligenza artificiale introduce ora una seconda fase: il contenuto digitale non deve essere soltanto acquisito, deve essere autenticato. Per un tribunale significa evitare che materiale sintetico acquisisca valore probatorio senza una verifica tecnica adeguata. Per una redazione significa non trasformare immagini artificiali, testi automatizzati o fonti manipolate in informazione soltanto perché il contenuto appare plausibile o arriva da un soggetto considerato affidabile. La conseguenza è paradossale: più l’AI rende semplice produrre immagini, audio e testi credibili, più cresce il valore del lavoro umano di verifica. Nel mondo dei deepfake la prova più difficile da costruire potrebbe presto non essere dimostrare che qualcosa è falso, ma dimostrare con sufficiente certezza che ciò che appare vero lo sia davvero.
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