BIPM tempo globale e infrastrutture digitali

Secondi intercalari aboliti dal 2027: l’UTC diventa continuo

📌 In Sintesi

  • Dal 20 maggio 2027 l’UTC diventerà continuo: la Conferenza generale dei pesi e delle misure ha anticipato di otto anni l’abbandono dei secondi intercalari, inizialmente previsto entro il 2035.
  • La differenza massima ammessa tra tempo astronomico e UTC salirà a 3.600 secondi, ma non significa che nel 2027 verrà aggiunta un’ora agli orologi.
  • La decisione punta a eliminare una fonte di instabilità informatica per data center, telecomunicazioni, navigazione satellitare e sistemi distribuiti, soprattutto davanti al rischio di un secondo intercalare negativo mai sperimentato.

Il mondo smetterà di aggiungere secondi ai propri orologi per inseguire la rotazione irregolare della Terra. Dal 20 maggio 2027 il Tempo universale coordinato (UTC) diventerà una scala temporale continua, senza i secondi intercalari che dal 1972 hanno mantenuto allineati il tempo atomico e quello astronomico. La decisione è stata adottata il 15 ottobre 2026 dalla Conferenza generale dei pesi e delle misure (CGPM), riunita a Versailles, anticipando di otto anni il termine precedentemente fissato al 2035. Il cambiamento non modificherà l’ora visualizzata sugli smartphone o la durata ordinaria delle giornate, ma eliminerà una discontinuità temporale che per decenni ha complicato sistemi operativi, database, reti e infrastrutture digitali.

Il BIPM elimina i secondi intercalari dal 20 maggio 2027

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La Risoluzione 5 della 28ª CGPM pubblicata dal BIPM stabilisce due principi: l’entrata in vigore dell’UTC continuo il 20 maggio 2027 e l’aumento a 3.600 secondi del massimo scostamento ammesso tra UT1 e UTC. UT1 segue la rotazione terrestre, mentre UTC deriva dagli orologi atomici e viene utilizzato come riferimento internazionale per il tempo civile. Fino a oggi la differenza è stata mantenuta entro 0,9 secondi attraverso correzioni occasionali: quando necessario, il minuto finale di giugno o dicembre poteva contenere un sessantunesimo secondo, rappresentato dalla sequenza 23:59:60. L’ultima aggiunta risale al 31 dicembre 2016. La nuova regola permette alle due scale di divergere gradualmente per secoli, senza imporre periodiche interruzioni alla continuità del tempo civile.

Leggi anche: Precision Time Protocol gestisce i leap second nei sistemi distribuiti

Il vero problema era un secondo negativo mai sperimentato

L’accelerazione della decisione nasce soprattutto dal timore che la rotazione terrestre possa rendere necessario un secondo intercalare negativo, una correzione che eliminerebbe un secondo anziché aggiungerlo. Nel 2025 un gruppo di esperti del CCTF e dell’International Earth Rotation and Reference Systems Service (IERS) aveva stimato una probabilità di circa 30% entro il 2035. Un evento del genere non si è mai verificato nei sistemi UTC operativi e molti software non sono stati progettati per gestire un minuto di 59 secondi. I rischi riguardano ordinamento dei timestamp, sincronizzazione tra nodi, registrazioni cronologiche e componenti che presumono un avanzamento regolare dell’orologio. Il BIPM ha evidenziato che preparare le infrastrutture critiche a questo scenario avrebbe potuto richiedere investimenti paragonabili, per complessità organizzativa, a quelli affrontati per il Millennium Bug.

Google e Meta avevano già cercato di aggirare il problema

Le grandi piattaforme Internet avevano già sviluppato soluzioni autonome per evitare salti improvvisi dell’orologio. Google utilizza dal 2008 il cosiddetto leap smear, documentato per il proprio servizio NTP: anziché applicare un secondo in un istante preciso, modifica leggermente la velocità dell’orologio distribuendo la correzione lungo 24 ore. È una soluzione efficace all’interno di sistemi coerentemente configurati, ma può creare temporanee divergenze quando si mescolano server che applicano lo smear e server che mantengono UTC senza modifiche. Meta ha affrontato il problema anche attraverso Precision Time Protocol e conversioni tra TAI e UTC. La differenza è importante perché una rete di data center deve garantire non soltanto un’ora apparentemente corretta, ma la stessa sequenza temporale su migliaia di macchine che registrano ed elaborano eventi simultanei.

La sincronizzazione dell’ora resta una questione di cybersecurity

L’abolizione dei secondi intercalari non elimina la necessità di proteggere i protocolli utilizzati per distribuire l’orario. Nelle infrastrutture digitali l’ora determina validità dei certificati TLS, scadenza dei token, finestre anti-replay e ricostruzione degli incidenti. Il problema è stato approfondito anche quando Meta ha introdotto Network Time Security per autenticare le risposte NTP, distinguendo la precisione del segnale dalla possibilità di verificarne la provenienza. La continuità di UTC ridurrà una categoria di anomalie, ma non impedirà a un server compromesso di distribuire un riferimento temporale sbagliato. Per amministratori di sistema e operatori di rete il passaggio richiederà soprattutto coerenza tra sorgenti temporali, aggiornamento delle implementazioni NTP e PTP e verifica delle dipendenze da tabelle dei leap second, evitando di confondere una semplificazione normativa con la scomparsa di tutti i problemi di sincronizzazione.

In Italia il riferimento resta UTC(IT) distribuito dall’INRiM

L’impatto italiano riguarda soprattutto operatori che necessitano di sincronizzazione certificabile e tracciabile. L’Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica mantiene la scala nazionale UTC(IT) e offre tre server NTP primari per la sincronizzazione dei sistemi collegati a Internet. L’istituto indica uno scarto normalmente inferiore al millisecondo tra i server e il riferimento nazionale, mentre la precisione ottenibile dagli utenti dipende dalla rete e dalla distanza. Il passaggio all’UTC continuo non implica la sostituzione immediata di questi servizi, ma richiede che i riferimenti internazionali e le infrastrutture locali recepiscano correttamente la nuova disciplina. Per telecomunicazioni, sistemi finanziari, industria e pubblica amministrazione, l’obiettivo resta disporre di un’unica base temporale affidabile, senza introdurre correzioni differenti tra ambienti informatici che devono scambiarsi dati.

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La decisione non introduce un leap hour nel 2027 e non programma automaticamente una correzione di un’ora nel futuro. I 3.600 secondi rappresentano il nuovo limite massimo consentito alla differenza tra tempo astronomico e UTC, una soglia che secondo il BIPM garantirà continuità per diversi secoli. L’eventuale necessità di intervenire in un futuro lontano richiederà ulteriori decisioni internazionali. Per la vita quotidiana il cambiamento sarà sostanzialmente invisibile, mentre per l’informatica segna la rinuncia definitiva a un compromesso storico: costringere gli orologi atomici ad adattarsi, secondo necessità, all’irregolarità della rotazione terrestre. Dal 20 maggio 2027 la priorità diventerà mantenere il tempo digitale continuo, lasciando alla metrologia e all’astronomia il compito di misurare e gestire lo scostamento rispetto al cielo.

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