Scaffali vuoti voci in piazza

Supermercati vuoti e giornalismo in crisi: il Sud smaschera l’informazione italiana

Sintesi

  • Scaffali vuoti e cittadini impreparati. La crisi delle forniture nel Mezzogiorno ha mostrato il limite di un’informazione che ha raccontato le proteste degli autotrasportatori senza dare sufficiente centralità alle conseguenze quotidiane per le famiglie.
  • L’Ordine dei giornalisti cerca di recuperare credibilità. La nuova campagna sulla verifica delle notizie si confronta con la sfiducia maturata durante il Covid, la guerra in Ucraina e le controversie sul fact-checking.
  • La notizia certificata non basta a garantire la verità. Fonti autorevoli, editori e piattaforme possono amplificare errori e narrazioni uniformate, mentre gli algoritmi influenzano la visibilità delle informazioni che raggiungono i cittadini.

È molto interessante quello che sta succedendo nel mondo dell’informazione italiana, perché ci troviamo dinanzi a due fatti che meritano una riflessione. Il primo riguarda la crescente distanza tra il giornalismo tradizionale e una parte del pubblico, che negli ultimi anni ha maturato una sfiducia profonda nei confronti delle notizie raccontate dai grandi mezzi di comunicazione. Il secondo riguarda una crisi che ha colpito silenziosamente il Mezzogiorno, mettendo in difficoltà le forniture di beni di prima necessità e mostrando quanto possa essere fragile l’organizzazione economica di un Paese quando si interrompe la catena della distribuzione. Due questioni apparentemente distanti, ma che negli ultimi giorni si sono incontrate davanti agli scaffali vuoti dei supermercati, dove tanti cittadini hanno scoperto improvvisamente che le proteste degli autotrasportatori non erano soltanto una vertenza da raccontare attraverso dichiarazioni politiche, immagini di camion fermi e collegamenti televisivi. Erano qualcosa di molto più concreto, che avrebbe potuto condizionare la possibilità di acquistare latte, acqua, frutta, verdura e altri prodotti necessari alla vita quotidiana.

Il problema non è che i giornali non abbiano dato la notizia. Il problema è come l’hanno raccontata, quale importanza le hanno attribuito e quanto siano riusciti a preparare la popolazione alle conseguenze di una protesta che si stava allargando a macchia d’olio.

Il Sud scopre gli scaffali vuoti mentre l’informazione racconta le proteste

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A Napoli la situazione è diventata evidente quando le persone, recandosi nei supermercati per effettuare la spesa, hanno iniziato a trovare interi reparti praticamente svuotati. Prima sono stati colpiti i banchi della frutta e della verdura, successivamente sono emerse difficoltà anche per il latte, i latticini e altri prodotti freschi. La corsa agli acquisti ha contribuito ad aggravare il fenomeno, perché alla mancanza delle consegne si è aggiunta la preoccupazione di chi temeva che nei giorni successivi non sarebbe arrivato più nulla. Una situazione che la TGR Campania ha documentato direttamente nei supermercati, mostrando i cartelli che avvisavano i clienti delle mancate consegne dovute allo sciopero degli autotrasportatori. Il punto è che molte famiglie hanno percepito la gravità della situazione soltanto quando si sono trovate fisicamente davanti a uno scaffale vuoto, mentre fino a quel momento avevano assistito a una successione di notizie sulle proteste senza necessariamente comprenderne l’impatto sulle proprie abitudini.

Le famiglie cercano latte e acqua, la cronaca racconta i sit-in

È proprio questa la differenza tra raccontare una protesta e fare informazione utile al cittadino. Sapere che esiste un presidio di autotrasportatori è importante, così come conoscere le ragioni economiche che hanno spinto lavoratori e imprese a fermarsi. Ma quando quei presidi iniziano a bloccare interporti, magazzini della grande distribuzione, collegamenti stradali e accessi portuali, la notizia più importante non è più soltanto chi protesta contro chi, ma quali conseguenze rischiano di prodursi nelle successive ventiquattro o quarantotto ore. Un padre o una madre di famiglia non ha necessariamente gli strumenti, né il tempo, per collegare una vertenza sul caro carburanti alle scorte disponibili nel supermercato sotto casa. Vive già in un contesto economico nel quale ogni acquisto pesa sul bilancio domestico e nel quale la possibilità di procurarsi beni essenziali costituisce una priorità superiore alle discussioni politiche che occupano le televisioni. Proprio quelle famiglie che Giorgia Meloni aveva promesso di sostenere anche attraverso politiche dedicate alla natalità si sono ritrovate a dover ragionare sulle scorte domestiche, sulle forniture e sulla possibilità di affrontare nuovi disagi. L’informazione locale, invece, ha mostrato ancora una volta quanto sia fondamentale la propria funzione di servizio. Le cronache del territorio hanno raccontato le difficoltà dei negozi, le interruzioni delle consegne e le preoccupazioni di commercianti e cittadini. Il problema riguarda soprattutto la capacità dell’informazione nazionale di trasformare quei segnali locali in un avvertimento comprensibile per un pubblico più vasto.

Non sarebbe stato necessario alimentare il panico, anzi sarebbe stato indispensabile evitarlo, ma spiegare tempestivamente quali merci rischiavano di scarseggiare, quali collegamenti erano compromessi e quali forniture potevano essere ripristinate avrebbe rappresentato un servizio pubblico ben più utile della semplice contrapposizione tra governo e manifestanti.

La Basilicata produce l’85 per cento del petrolio italiano e resta senza carburante

Il paradosso più clamoroso di questa protesta è arrivato dalla Basilicata. La regione che, secondo i dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica sulla produzione nazionale di idrocarburi, ha contribuito nel 2025 a circa l’85 per cento del greggio estratto in Italia, si è ritrovata con numerosi distributori in difficoltà e con cartelli che annunciavano l’esaurimento del carburante. Una contraddizione che avrebbe meritato un racconto molto più incisivo, perché descrive meglio di tanti dibattiti televisivi la distanza tra la produzione di ricchezza energetica e la disponibilità effettiva dei beni sul territorio. Naturalmente estrarre petrolio non significa disporre automaticamente di benzina e gasolio: esistono raffinerie, trasporto, depositi e reti distributive, e le difficoltà lucane sono state aggravate anche dalle interruzioni legate alla raffineria Eni di Taranto. Ma è precisamente questo il punto. Una regione può produrre quasi tutto il greggio nazionale e trovarsi contemporaneamente in difficoltà nell’approvvigionamento di carburante, perché il sistema economico e logistico non garantisce che ciò che viene prodotto in un territorio rimanga disponibile ai suoi cittadini.

Agricoltori e trasportatori mostrano il vero volto della grande distribuzione

Anche la Sicilia e le altre regioni meridionali hanno contribuito a mostrare un secondo paradosso. Gli agricoltori, insieme agli autotrasportatori, sono diventati protagonisti di una mobilitazione che ha messo in evidenza quanto la grande distribuzione dipenda dal lavoro di chi produce e di chi trasporta materialmente le merci. Dove i circuiti locali di vendita diretta continuavano a essere operativi, i prodotti agricoli potevano ancora raggiungere il consumatore attraverso percorsi più brevi, mentre le grandi catene subivano le conseguenze delle interruzioni logistiche. Non significa che tutta l’agricoltura fosse rimasta immune dai blocchi, ma che l’interruzione del trasporto ha reso visibile la dipendenza delle famiglie da un sistema distributivo fortemente centralizzato. È lo spaccato di un Mezzogiorno che lavora, produce e alimenta una parte significativa dell’economia nazionale, ma che continua a essere ostaggio di meccanismi commerciali nei quali il potere contrattuale dei produttori è spesso inferiore a quello dei grandi intermediari. Una realtà che avrebbe dovuto occupare uno spazio ben maggiore nel racconto della crisi, perché dietro gli scaffali vuoti non ci sono soltanto camion fermi, ma agricoltori, lavoratori, imprese, famiglie e un mercato che dimostra quanto possa diventare vulnerabile quando uno dei suoi anelli si interrompe.

Gli italiani non credono più ai giornali e l’Ordine cerca di recuperare fiducia

Ed è qui che emerge il secondo problema. Nei territori interessati dalle proteste i giornalisti si sono confrontati con cittadini preoccupati e con giudizi critici nei confronti dell’informazione. Particolarmente significativo è il ruolo degli anziani, cioè proprio quella parte della popolazione che continua a utilizzare maggiormente i mezzi tradizionali, guarda i telegiornali e mantiene un rapporto diretto con la carta stampata. La percezione che emerge da queste reazioni non può essere automaticamente trasformata in una statistica nazionale, ma indica una frattura che merita attenzione: anche chi continua a informarsi attraverso i giornali e la televisione può avere perso fiducia nella capacità di quei mezzi di raccontare ciò che gli serve realmente sapere. Non è soltanto una questione di fake news. È la sensazione di essere continuamente raggiunti da notizie selezionate secondo priorità politiche, editoriali e mediatiche che non coincidono necessariamente con i problemi della vita quotidiana.

Non è un caso che proprio in questi giorni l’Ordine dei giornalisti abbia avviato una nuova campagna di comunicazione dedicata alla credibilità della professione. Lo slogan «Se è vero, hai il diritto di saperlo» accompagna un’iniziativa che intende riportare al centro il valore del metodo giornalistico, della verifica delle informazioni e del pluralismo. L’Ordine riconosce esplicitamente la crisi di fiducia nei confronti della categoria e sostiene che il giornalismo debba tornare a essere percepito come uno strumento indispensabile per i cittadini. Il principio è certamente condivisibile, ma apre una questione più scomoda:

è sufficiente una campagna di comunicazione per riabilitare una professione che negli ultimi anni ha visto deteriorarsi il rapporto con una parte significativa del proprio pubblico?

La domanda diventa ancora più importante se confrontata con l’analisi sulla crisi della rappresentanza giornalistica, sul contratto fermo e sulla progressiva dipendenza dagli algoritmi, nella quale emerge una categoria impegnata a rivendicare diritti e dignità professionale mentre fatica a ricostruire la propria autorevolezza pubblica.

Il fact-checking dopo il Covid e la guerra in Ucraina ha lasciato una frattura

Il problema dell’Ordine è che questa campagna arriva dopo anni nei quali il mondo dell’informazione ha cercato di accreditarsi attraverso formule come verifica, certificazione, contrasto alla disinformazione e fact-checking. Durante il Covid il giornalismo ha rivendicato un ruolo centrale nella distinzione tra notizie attendibili e contenuti falsi, ma una parte del dibattito pubblico si è progressivamente trasformata in uno scontro ideologico nel quale il confine tra verifica scientifica, opinione legittima e posizione istituzionale è stato talvolta trattato con eccessiva rigidità. La stessa criticità era stata sollevata nell’approfondimento Il ministero della Verità ha giustiziato i giornalisti prima del responso sull’origine del Covid, che contestava precisamente la tendenza a considerare definitivamente chiuse questioni sulle quali il confronto scientifico e documentale non aveva ancora prodotto conclusioni condivise. Con il conflitto russo-ucraino il fenomeno si è ripresentato attraverso una polarizzazione ancora più marcata. La necessità di contrastare la propaganda russa ha favorito un ecosistema nel quale determinate ricostruzioni sono state considerate attendibili soprattutto per la provenienza delle fonti, mentre posizioni differenti hanno rischiato di essere associate automaticamente alla propaganda avversaria. Il caso Orsini, Corriere della Sera e NewsGuard rappresenta uno degli esempi più significativi del rischio di trasformare classificazioni, appartenenze presunte e giudizi politici in elementi capaci di incidere sulla reputazione di una persona.

La verifica delle informazioni è indispensabile, ma perde credibilità quando viene percepita come uno strumento che pretende di stabilire chi abbia diritto di essere ascoltato anziché accertare ciò che è realmente dimostrabile.

Milano, proteste e saccheggi: quando la cronaca prende il posto delle cause sociali

Le manifestazioni avvenute a Milano negli ultimi giorni offrono un ulteriore elemento di riflessione. Le proteste contro il caro vita e il deterioramento dei servizi pubblici sono state accompagnate da episodi di violenza, devastazioni e saccheggi che hanno inevitabilmente conquistato l’attenzione mediatica. È giusto raccontare quei fatti e accertare le responsabilità di chi ha commesso reati, senza confondere i manifestanti pacifici con chi ha partecipato alle violenze. Ma quando l’intera narrazione si concentra sui ragazzi che saccheggiano i negozi, rischia di scomparire il contesto sociale ed economico nel quale quelle manifestazioni sono nate. Anche qui la questione non è assolvere chi distrugge o saccheggia, ma chiedersi perché l’informazione riesca a produrre un’enorme attenzione sul momento dello scontro e molto meno sulla crisi materiale che ha preceduto la protesta. Si ripete così lo stesso meccanismo osservato nel Sud: gli autotrasportatori diventano protagonisti quando bloccano le strade, i cittadini diventano protagonisti quando svuotano i supermercati e i manifestanti diventano protagonisti quando arrivano gli scontri con le forze dell’ordine. La notizia viene spesso rappresentata nel momento in cui esplode, mentre il lavoro giornalistico dovrebbe servire anche a raccontare ciò che avviene prima dell’esplosione. Ed è proprio la mancanza di una continuità informativa che può alimentare la percezione di un giornalismo più interessato al clamore che alla comprensione della realtà.

Il problema non sono soltanto le notizie false, ma quelle sbagliate pubblicate dai giornali

C’è poi una questione che la campagna dell’Ordine non può permettersi di ignorare. La disinformazione non nasce soltanto da account anonimi, bot, piattaforme straniere e operazioni organizzate da apparati ostili. Una notizia falsa può essere pubblicata anche da una testata autorevole, da un giornalista professionista o da una redazione che dispone di tutte le credenziali necessarie per essere considerata affidabile. È quanto emerso, per esempio, quando una comunicazione social del Corriere della Sera ha annunciato erroneamente la morte di Alessandro Di Battista, vicenda ripresa nella newsletter Quando il falso è certificato e l’algoritmo decide. Un errore non equivale automaticamente a un’operazione deliberata di disinformazione, ma resta un contenuto falso che può raggiungere un pubblico enorme proprio perché proviene da una fonte considerata autorevole.

Le notizie certificate possono essere sbagliate e nessuno sembra ricordarsene

Il problema diventa ancora più grave quando una redazione considera verificata una notizia semplicemente perché è già stata pubblicata da un’altra testata. Si costruisce così una catena nella quale il primo errore viene riprodotto, amplificato e progressivamente legittimato dal numero delle pubblicazioni che lo riportano. La moltiplicazione delle fonti apparenti finisce per sostituire la verifica della fonte originaria. Le conseguenze sono state analizzate anche nel caso delle sette false identità giornalistiche che hanno ottenuto quasi cento pubblicazioni su testate reali, dimostrando che un contenuto può acquisire credibilità non perché sia vero, ma perché riesce a entrare nel circuito editoriale che dovrebbe controllarlo. E quando l’errore viene scoperto, troppo spesso la correzione riceve una visibilità inferiore rispetto alla notizia iniziale. Il pubblico però non dimentica necessariamente, soprattutto quando quell’informazione ha contribuito a orientare giudizi personali, convinzioni politiche o comportamenti concreti.

Pensare che basti ritirare un contenuto sbagliato, pubblicare una rettifica e passare alla notizia successiva significa sottovalutare la memoria dei cittadini e il progressivo deterioramento della fiducia.

È una dinamica resa ancora più complicata dall’intelligenza artificiale, capace di moltiplicare enormemente la produzione e la circolazione dei contenuti, come dimostra anche l’analisi sui deepfake e sull’autenticità delle informazioni nel giornalismo.

Gli algoritmi scelgono quali notizie diventano importanti e gli editori si adeguano

A questo punto diventa inevitabile affrontare il rapporto tra il giornalismo e le piattaforme digitali. Perché una cosa è sostenere che il cittadino abbia diritto a ricevere informazioni verificate, un’altra è ignorare che la visibilità dell’informazione dipende sempre più da sistemi algoritmici gestiti da grandi società tecnologiche. Google, Meta e le altre piattaforme non determinano direttamente ogni scelta editoriale, ma controllano strumenti di distribuzione capaci di influenzare il traffico, i ricavi pubblicitari e la possibilità per una testata di raggiungere nuovi lettori. Ne deriva un sistema nel quale molti editori finiscono per inseguire le stesse notizie, gli stessi argomenti e le stesse modalità di presentazione, sperando di ottenere quella visibilità necessaria alla sostenibilità economica. È una contraddizione che emerge anche dalla recente inchiesta sull’equo compenso degli editori e sui rapporti economici con Google e Meta. Da un lato si rivendica il riconoscimento del valore dell’informazione, dall’altro si accetta un modello distributivo nel quale pochi intermediari tecnologici possono condizionare la visibilità commerciale dei contenuti.

Se una notizia viene pubblicata perché l’algoritmo potrebbe premiarla, anziché perché risponde a un bisogno informativo del cittadino, il rapporto tra giornalismo e pubblico viene progressivamente rovesciato.

Non è più la redazione che individua ciò che merita di essere raccontato e cerca di raggiungere il lettore, ma è il lettore che viene raggiunto soprattutto da ciò che il sistema di distribuzione considera più interessante, coinvolgente o redditizio.

Il pluralismo non consiste nel ripetere tutti la stessa versione

La conseguenza è che fonti differenti possono finire per produrre narrazioni molto simili, soprattutto sui grandi temi politici e internazionali. L’Unione Europea viene spesso raccontata attraverso le proprie posizioni istituzionali, così come le vicende geopolitiche vengono filtrate prevalentemente attraverso le fonti occidentali più accessibili e riconosciute. Questo non significa che le fonti istituzionali europee siano automaticamente inattendibili, né che una fonte alternativa debba essere considerata vera soltanto perché racconta una versione differente.

Significa invece che il giornalismo dovrebbe avere la capacità di consultare, confrontare e verificare fonti primarie appartenenti anche a contesti politici e geografici differenti, senza trasformare il punto di vista di un’istituzione nella rappresentazione esclusiva della realtà.

La questione era stata affrontata anche nel confronto sui bot, gli agenti AI e il potere di decidere quali informazioni raggiungono il pubblico. Perché il problema della disinformazione non consiste soltanto nella produzione di notizie false, ma anche nella selezione delle informazioni, nell’attribuzione di credibilità alle fonti e nella capacità di alcune narrazioni di occupare sistematicamente gli spazi più visibili. Quando questa selezione incontra interessi economici, pubblicitari e politici, il rischio è quello di un’informazione che si presenta come pluralista ma finisce per offrire al pubblico versioni sempre più uniformate degli stessi avvenimenti.

L’Ordine dei giornalisti vuole riabilitare la categoria, ma il pubblico chiede altro

È qui che la nuova campagna dell’Ordine dei giornalisti dovrà dimostrare la propria utilità. Non basterà ripetere che i giornalisti sono professionisti, che verificano le notizie e che rappresentano un presidio contro la disinformazione. Nessuno dovrebbe mettere in discussione il valore del metodo giornalistico, della deontologia e della responsabilità professionale.

Ma il problema non è convincere il pubblico che esistano giornalisti capaci di verificare una notizia. È dimostrare che quel metodo venga applicato anche quando la verifica rischia di contraddire una narrazione consolidata, una fonte autorevole, un grande editore o un soggetto politicamente influente.

La crisi delle forniture nel Sud offre una lezione molto concreta. Le persone non chiedevano di assistere all’ennesimo confronto ideologico sul diritto di sciopero, né avevano necessariamente bisogno di conoscere le dichiarazioni di tutti i rappresentanti politici coinvolti nella vertenza. Chiedevano di sapere se il supermercato sarebbe stato rifornito, se il latte sarebbe arrivato, quanto sarebbero durati i disagi e se ci fosse realmente il rischio di un peggioramento della situazione. Non si trattava di alimentare allarmismo, ma di fornire informazioni capaci di aiutare i cittadini a prendere decisioni razionali, evitando proprio quelle corse agli acquisti che possono aggravare temporaneamente una difficoltà di approvvigionamento. La risposta alla perdita di credibilità non può quindi essere soltanto una campagna di comunicazione. Deve essere un cambiamento del rapporto tra giornalismo, fonti, potere e cittadini. È lo stesso problema emerso quando il caso Falsissimo ha mostrato quanto il giornalismo tradizionale fatichi a comprendere la crisi del proprio rapporto con il pubblico. Non perché qualsiasi personaggio capace di conquistare attenzione debba essere automaticamente considerato più credibile di una redazione, ma perché il successo di forme alternative di comunicazione costituisce anche un segnale di insoddisfazione nei confronti dell’offerta informativa tradizionale.

Gli scaffali vuoti hanno raccontato ciò che il giornalismo non è riuscito a spiegare

Alla fine, quanto accaduto negli ultimi giorni tra Napoli, Basilicata, Sicilia e le altre regioni meridionali racconta molto più di una protesta contro il caro carburanti. Racconta un Paese nel quale la fragilità della distribuzione può diventare improvvisamente visibile, dove le famiglie scoprono quanto siano dipendenti da pochi collegamenti logistici e dove la popolazione si trova a fare i conti con problemi concreti che spesso ricevono meno attenzione delle polemiche politiche.

Racconta soprattutto una crisi dell’informazione che non si misura soltanto attraverso le copie vendute, gli ascolti televisivi o il traffico dei siti, ma anche attraverso la distanza tra ciò che i giornali ritengono importante e ciò che i cittadini hanno realmente bisogno di conoscere.

Le proteste di Milano, i supermercati svuotati nel Sud, il caro carburanti e il malessere economico non sono fatti isolati, ma manifestazioni differenti di una società che esprime preoccupazioni sempre più evidenti. Sarebbe un errore leggere ogni episodio attraverso un’unica interpretazione politica, così come sarebbe sbagliato attribuire automaticamente alla stampa la responsabilità di problemi economici che hanno origini molto più profonde. Ma il giornalismo ha una responsabilità precisa nel modo in cui questi fenomeni vengono raccontati, collegati e spiegati. E questa responsabilità non scompare quando una notizia viene pubblicata da una fonte certificata o quando un articolo rispetta formalmente le procedure di verifica.

La credibilità non si recupera dichiarando di essere credibili. Si recupera dimostrando di esserlo soprattutto quando è difficile, quando una notizia contraddice le aspettative e quando raccontarla significa rinunciare alla versione più comoda.

Per questo la campagna dell’Ordine dei giornalisti dovrà confrontarsi con una domanda molto più semplice del proprio slogan: se i cittadini hanno davvero il diritto di sapere, chi garantisce loro che le notizie importanti arrivino nel momento in cui servono e non soltanto quando diventano sufficientemente clamorose da conquistare l’attenzione dei grandi mezzi di comunicazione?

Gli scaffali vuoti del Mezzogiorno hanno ricordato una verità che il giornalismo non dovrebbe dimenticare: non basta informare su ciò che è accaduto, bisogna aiutare le persone a comprendere ciò che sta accadendo e le conseguenze che potrebbe avere sulla loro vita. E se l’Ordine pensa di riconquistare la fiducia con una campagna che ricorda quanto siano bravi i giornalisti a verificare le notizie, dovrà prima fare i conti con un pubblico che durante il Covid, la guerra in Ucraina e le crisi successive ha imparato a giudicare l’informazione anche dai suoi errori. Perché i cittadini possono dimenticare un titolo. Ma difficilmente dimenticano quando scoprono che la realtà è molto diversa da quella che si aspettavano dopo avere ascoltato i giornali. E per recuperare quella fiducia, nessuna certificazione e nessuna campagna pubblicitaria potranno sostituire il giornalismo fatto bene.

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