Il giornalismo italiano diventa sempre più digitale, ma chi produce informazione guadagna meno, invecchia e dispone di competenze tecnologiche spesso insufficienti rispetto alle trasformazioni del settore. È il quadro delineato dalla quarta edizione dell’Osservatorio sul Giornalismo dell’AGCOM, presentata il 21 ottobre 2026 con il supporto della Fondazione Paolo Murialdi. Il 30% dei giornalisti è impegnato nel web journalism, mentre il lavoro autonomo è diventato prevalente e presenta una retribuzione media inferiore del 76% rispetto a quella dei dipendenti. I quotidiani hanno perso quasi un terzo dei ricavi in quattro anni e soltanto il 16% dei professionisti raggiunge competenze digitali medio-alte o alte. La contraddizione riguarda un’industria che chiede innovazione a una categoria sempre più economicamente fragile.
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AGCOM fotografa 39.207 giornalisti: la professione invecchia e si concentra al Nord
L’Osservatorio sul Giornalismo dell’AGCOM prende in esame una popolazione di 39.207 giornalisti attivi nel 2024, ricostruita attraverso i dati INPGI e INPS, e utilizza un questionario somministrato nell’ultimo trimestre del 2025, al quale hanno risposto 1.771 persone. I risultati sono stati riponderati dall’ISTAT rispetto alla popolazione professionale di riferimento, un passaggio metodologico necessario per distinguere le dichiarazioni degli intervistati dalle caratteristiche generali della categoria. L’età media dei giornalisti attivi si colloca intorno ai 50 anni, mentre gli ultrasessantenni rappresentano il 20,5%, una quota più che raddoppiata rispetto al 2013. Gli uomini costituiscono il 57,1% della popolazione e quasi il 45% dei giornalisti opera tra Lombardia e Lazio, confermando una concentrazione territoriale che riflette anche la distribuzione dei maggiori gruppi editoriali e dei centri istituzionali. Il 65,2% lavora esclusivamente per testate giornalistiche, mentre il 17,6% si occupa soltanto di comunicazione e uffici stampa e un ulteriore 17,2% combina le due attività. La trasformazione non consiste soltanto nell’aumento dell’età media, ma nella progressiva sovrapposizione tra giornalismo, comunicazione e nuovi modelli di produzione editoriale, con differenze professionali che il rapporto cerca di mantenere distinte.
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Lavoro autonomo al 51,7% e compensi inferiori del 76%: il vero problema è economico
Il dato più pesante dell’indagine riguarda la sostenibilità economica della professione. Il lavoro autonomo rappresenta il 51,7% delle modalità occupazionali rilevate tra giornalisti e comunicatori, mentre la retribuzione media degli autonomi risulta inferiore del 76% rispetto a quella dei dipendenti. Sono due indicatori distinti: il secondo non descrive specificamente chi lavora nelle testate online, né consente da solo di confrontare ore lavorate, continuità degli incarichi e condizioni contrattuali. Tuttavia fotografa una disparità strutturale che emerge mentre le aziende editoriali continuano a perdere risorse. Secondo AGCOM, i ricavi dei quotidiani sono passati da 1,494 miliardi di euro nel 2021 a 1,059 miliardi nel 2025, una contrazione di circa 435 milioni di euro, pari al 29,1%. Anche il rapporto INPS sullo stato del giornalismo italiano aveva evidenziato importanti differenze reddituali tra giornalisti autonomi e dipendenti, confermando che la fragilità del lavoro indipendente precede questa rilevazione. Il confronto apre una questione decisiva anche sul piano regolatorio: l’equo compenso riconosciuto agli editori per l’utilizzo dei contenuti da parte delle piattaforme non coincide automaticamente con una migliore remunerazione dei giornalisti che quei contenuti realizzano. La distinzione riguarda il sistema di distribuzione del valore, tornato al centro del confronto dopo la decisione europea favorevole alla disciplina italiana sull’equa remunerazione degli editori. Se il mercato produce meno ricavi e trasferisce una quota crescente del rischio economico sui collaboratori, la digitalizzazione rischia di diventare soprattutto una riorganizzazione dei costi.
Web journalism al 30%: newsletter e podcast crescono mentre i quotidiani perdono centralità
La crescita del web journalism, che coinvolge il 30% dei giornalisti includendo newsletter e podcast, conferma il cambiamento delle modalità di produzione dell’informazione. I quotidiani rimangono il principale ambito di attività con il 29%, ma nelle redazioni tradizionali l’integrazione digitale è ormai consolidata: sei giornalisti su dieci operano contemporaneamente nelle versioni online e offline della propria testata. Le attività produttive ordinarie coinvolgono il 78,7% degli intervistati, mentre cronaca, politica e questioni sociali rimangono le specializzazioni prevalenti; gli ambiti economici, scientifici e tecnologici risultano meno diffusi. Quest’ultimo elemento assume particolare importanza in una fase nella quale l’intelligenza artificiale, la cybersecurity e le piattaforme digitali influenzano sia il lavoro giornalistico sia gli equilibri economici dei media. Cambiano inoltre le fonti: i rapporti personali diretti restano il riferimento principale per il 68,5% dei giornalisti, ma tra gli under 40 le fonti digitali superano per la prima volta quelle giornalistiche tradizionali. Il dato deve essere letto insieme alla precedente rilevazione AGCOM sul sorpasso di Internet rispetto alla televisione come prima porta d’accesso alle notizie. Il pubblico si sposta sulle piattaforme mentre il lavoro giornalistico segue la stessa direzione, senza che questa convergenza produca necessariamente ricavi proporzionati per editori e professionisti. Newsletter, podcast e siti web costituiscono nuovi strumenti di distribuzione e relazione con i lettori, ma non rappresentano, di per sé, modelli economici sostenibili.
Intelligenza artificiale e giornalisti: soltanto il 16% ha competenze digitali elevate
La diffusione degli strumenti digitali non corrisponde automaticamente a una crescita delle competenze necessarie per utilizzarli criticamente. I motori di ricerca sono impiegati quotidianamente dal 78% dei giornalisti e i sistemi di messaggistica dal 68%, mentre i social network vengono utilizzati soprattutto per reperire informazioni e monitorare le conversazioni pubbliche. L’intelligenza artificiale generativa è entrata nelle attività professionali, ma il 30,8% degli intervistati dichiara di non utilizzare chatbot AI, una quota che sale al 42,1% tra gli over 60 e scende al 19,9% tra gli under 40. Chi utilizza questi strumenti li impiega principalmente per traduzioni, ricerche, verifiche, editing e analisi dei dati, mentre rimane meno frequente l’impiego diretto per produrre articoli, contenuti social e materiali audiovisivi. Il dato più delicato riguarda l’indice di competenza digitale costruito dall’Autorità: soltanto il 16% raggiunge livelli medio-alti o alti, mentre il 49% si colloca sotto la media della categoria. Questo non significa che l’84% dei giornalisti sia incapace di utilizzare Internet, ma indica un divario rispetto alle capacità misurate dall’indice, aggiornato anche per considerare l’AI generativa. La domanda di formazione riguarda infatti intelligenza artificiale, fact-checking, etica e geopolitica, temi nei quali l’utilizzo di strumenti automatici può accelerare il lavoro senza garantire necessariamente una corretta interpretazione delle informazioni. Il problema si collega alla riflessione sul ruolo delle commissioni AI e sulle difficoltà dell’editoria italiana nel rapporto con le Big Tech: conoscere una piattaforma non equivale a comprenderne gli algoritmi, i limiti e le implicazioni economiche.
Etica indebolita e minacce al 16% dei giornalisti: una professione sotto pressione
L’Osservatorio introduce anche una dimensione meno legata all’innovazione tecnologica e più direttamente connessa alle condizioni di esercizio della professione. Oltre la metà dei giornalisti ritiene che gli standard etici del settore si siano indeboliti, mentre aumentano le pressioni attribuite ai social network e agli interessi economici, soprattutto tra i professionisti che lavorano per produttori e fornitori di contenuti. Si tratta di una percezione rilevata attraverso questionario, non della misurazione diretta di un aumento delle violazioni deontologiche. Il 16% dei giornalisti dichiara di avere subito almeno una minaccia o intimidazione nei dodici mesi precedenti la rilevazione, con differenze territoriali significative: in Sardegna e Sicilia circa un quinto dei professionisti risulta coinvolto in forme di ritorsione, mentre anche nel Mezzogiorno la quota supera la media nazionale. Questi numeri mostrano una vulnerabilità che non può essere ridotta alle aggressioni online, perché comprende modalità differenti di pressione e intimidazione. AGCOM rileva inoltre che il 72% dei giornalisti possiede un titolo di studio superiore al diploma, con prevalenza di percorsi umanistici tra i laureati, elemento che aiuta a comprendere la domanda di aggiornamento tecnico senza trasformare il percorso di studi in un giudizio sulle capacità professionali. Una categoria più esposta economicamente può avere meno margini per sostenere conflitti, resistere alle pressioni e investire autonomamente nella propria formazione: è una conseguenza possibile del quadro delineato, non una relazione causale dimostrata dal questionario. La crisi degli standard e delle condizioni di lavoro si inserisce in un contesto già segnato da chiusure editoriali e mobilitazioni dei giornalisti contro il deterioramento dell’occupazione.
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Il principale risultato politico ed economico dell’Osservatorio AGCOM è la distanza tra l’innovazione richiesta al giornalismo e le risorse effettivamente disponibili per realizzarla. Le redazioni sono chiamate a presidiare più piattaforme, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale, verificare contenuti generati automaticamente, produrre newsletter e podcast e competere per l’attenzione del pubblico, mentre il mercato dei quotidiani perde ricavi e il lavoro autonomo presenta compensi drasticamente inferiori a quelli dei dipendenti. La risposta non può esaurirsi nella formazione professionale, per quanto necessaria: un corso sull’intelligenza artificiale non corregge un rapporto economico squilibrato tra editori, piattaforme e giornalisti. Allo stesso modo, riconoscere una remunerazione agli editori per l’utilizzo dei contenuti non dimostra che le risorse arrivino ai collaboratori o contribuiscano a migliorare la continuità occupazionale. Il nuovo rapporto non misura direttamente questo trasferimento, ma rende evidente perché dovrebbe diventare oggetto di valutazione pubblica. Anche la crescita del web journalism necessita di indicatori ulteriori rispetto alla semplice diffusione delle attività: redditività delle testate digitali, compensi effettivi, stabilità degli incarichi e capacità di finanziare lavoro investigativo originale. L’Italia dispone di una professione che si adatta ai nuovi canali informativi, ma il suo modello economico continua a indebolirsi. Il rischio non è soltanto avere giornalisti meno pagati o meno preparati sulle nuove tecnologie: è costruire un sistema nel quale l’informazione diventa sempre più accessibile, mentre chi deve verificarla e produrla dispone di minori strumenti per esercitare il proprio ruolo con autonomia.
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