📌 In Sintesi
- Franco Bernabè sostiene che l’intelligenza artificiale trasformi la dipendenza tecnologica europea in una vulnerabilità di sicurezza nazionale.
- Il controllo dei chip, dei framework, del cloud e dei modelli consente ai fornitori extraeuropei di orientare l’evoluzione delle infrastrutture cognitive.
- La risposta indicata non è l’autarchia, ma la capacità di sostituire fornitori, proteggere i dati e ricostruire competenze industriali e progettuali.
L’intelligenza artificiale può diventare l’infrastruttura attraverso la quale fornitori esteri condizionano processi, informazioni e decisioni delle imprese europee. È l’allarme lanciato da Franco Bernabè, presidente di Techvisory ed ex amministratore delegato di Eni e Telecom Italia, il 22 ottobre 2026 alla Scuola Superiore di Polizia di Roma, durante il convegno «Intelligenza artificiale e sovranità: l’alternativa è possibile», organizzato da Agile Lab. Nell’intervento registrato direttamente, Bernabè ricostruisce la perdita di autonomia tecnologica del continente, cita le sanzioni contro un giudice della Corte penale internazionale e spiega perché i sistemi AI integrati possono rendere la dipendenza molto più profonda di quella dell’informatica tradizionale.
Cosa leggere
Il modello europeo si è retto su tecnologia americana, energia estera e mercati aperti
Per spiegare perché l’AI rappresenti un problema di sovranità, Bernabè parte dalla storia economica europea degli ultimi decenni. A suo giudizio, il modello di sviluppo del continente ha poggiato su tre pilastri delegati all’esterno: tecnologia e sicurezza acquistate prevalentemente dagli Stati Uniti; approvvigionamenti energetici affidati in larga parte alla Russia e ad altri fornitori, compresi quelli mediorientali; sbocchi commerciali internazionali attraverso i quali valorizzare una base manifatturiera competitiva. Questa costruzione ha permesso crescita e specializzazione, ma ha anche ridotto gli incentivi a mantenere un presidio diretto delle capacità essenziali. Nell’interpretazione di Bernabè, le tensioni commerciali promosse da Donald Trump e la crisi dei rapporti transatlantici rendono ormai visibile un limite che per anni era rimasto economicamente sopportabile: un sistema produttivo molto efficiente può diventare fragile se dipende da decisioni politiche e industriali assunte fuori dal proprio territorio. Non significa che l’Europa non abbia prodotto tecnologia, energia o innovazione, né che tutti i Paesi condividano lo stesso grado di esposizione. Significa che le sue filiere critiche sono diventate progressivamente meno autonome. La riflessione incrocia l’erosione delle capacità industriali europee nel rapporto con le Big Tech, nella quale la localizzazione di un data center non coincide automaticamente con il controllo del software, della proprietà intellettuale, degli aggiornamenti o delle condizioni contrattuali. Per Bernabè, l’errore sarebbe continuare a considerare questi vincoli come semplici variabili dei costi anziché come fattori che incidono sulla libertà di scelta dei governi e sulla continuità operativa delle imprese.
Dall’Eni alla ricerca di Telecom Italia: le capacità che il Paese ha progressivamente disperso
Il giudizio è reso più netto dall’esperienza industriale di Bernabè, che richiama la guida di grandi gruppi italiani e una stagione nella quale l’Italia disponeva di asset tecnologici, competenze di ricerca, capacità energetiche e imprese capaci di presidiare intere filiere. Cita l’esplorazione del gas, la successiva dipendenza dalle importazioni e il peso assunto dalle scoperte nel Mediterraneo orientale, utilizzando il settore energetico come esempio di ciò che può accadere quando un Paese smette di sviluppare internamente competenze considerate non più strategiche. Il discorso si sposta quindi sulle telecomunicazioni e sui centri di ricerca collegati alla storia di Telecom Italia, in particolare sull’esperienza torinese del CSELT, evocata come prova che la ricerca italiana aveva affrontato temi oggi associati all’intelligenza artificiale ben prima dell’esplosione dei modelli generativi. Il riferimento non equivale a sostenere che l’Italia possedesse già gli attuali sistemi AI, ma richiama la presenza di una cultura scientifica e ingegneristica sulla quale si sarebbe potuto continuare a investire. Bernabè attribuisce inoltre valore alla conservazione di alcune grandi competenze industriali nazionali e guarda con interesse al ruolo attuale di Poste Italiane: perdere una società significa talvolta perdere anche laboratori, progettisti, conoscenza organizzativa e potere contrattuale, risorse che non si ricostituiscono acquistando una licenza software. È lo stesso nodo che emerge nelle discussioni sul rapporto tra infrastrutture cedute, investimenti mancati e autonomia europea nell’intelligenza artificiale: una dipendenza può risultare conveniente nel breve periodo e diventare assai costosa quando occorre sostituire rapidamente un fornitore o progettare una soluzione alternativa.
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Il caso Nicolas Guillou mostra cosa succede quando la dipendenza diventa una sanzione
Il punto più concreto dell’intervento è il richiamo a Nicolas Guillou, giudice francese della Corte penale internazionale, colpito dalle sanzioni degli Stati Uniti nell’agosto 2025. Bernabè usa la sua esperienza per mostrare che il potere americano non passa soltanto da eserciti, dazi o accordi diplomatici, ma attraversa anche circuiti di pagamento, servizi digitali, software, prenotazioni e relazioni contrattuali. Il caso ha una base documentale precisa: il provvedimento dell’OFAC del 20 agosto 2025 inserisce Guillou fra i soggetti designati; in un’audizione dell’8 aprile 2026 davanti all’Assemblea nazionale francese il magistrato ha descritto le difficoltà incontrate con strumenti di pagamento e servizi di operatori statunitensi. Una nuova escalation è arrivata il 9 ottobre 2026, quando Washington ha inserito nella lista sanzionatoria anche la Corte penale internazionale come istituzione, accompagnando però la misura con specifiche licenze generali che autorizzano determinate attività, comprese alcune relative a telecomunicazioni e software aziendale. La distinzione conta: non è corretto sostenere che ogni applicazione americana sia stata indiscriminatamente disattivata per ogni membro della Corte, ma le restrizioni concrete e il rischio di interruzioni sono documentati. Per Bernabè, la lezione di Guillou è di portata generale: se una disposizione politica estera può compromettere l’accesso a servizi essenziali di un cittadino europeo, una dipendenza analoga può colpire anche organizzazioni pubbliche e imprese. Il dibattito italiano sul caso Guillou e sul controllo delle piattaforme offre un precedente diretto di questa riflessione. Il problema non è equiparare qualsiasi fornitore statunitense a una minaccia, ma verificare se esistono alternative operative quando cambiano le regole del rapporto.
L’intelligenza artificiale non è più uno strumento: il fornitore entra nei processi dell’impresa
Bernabè colloca qui la frattura fra l’informatica tradizionale e l’intelligenza artificiale generativa. Nel modello precedente, spiega, l’impresa acquistava componenti tecnologiche e un integratore di sistemi ne definiva l’architettura, collegava le applicazioni e adattava il risultato ai bisogni del cliente. Non era un ambiente privo di dipendenze, ma conservava margini per scegliere tecnologie differenti e sviluppare competenza nazionale nell’orchestrazione dei prodotti. Con i grandi modelli e soprattutto con gli agenti AI, il rapporto rischia di invertirsi: non è più soltanto l’organizzazione a decidere come usare uno strumento, perché il sistema può ricevere deleghe crescenti sulla gestione delle informazioni, sulla produzione del software e sull’esecuzione di attività operative. Bernabè ricorre a una metafora destinata a rimanere il centro del suo intervento: affidarsi senza alternative al fornitore dell’AI equivale a consegnargli le chiavi dello stabilimento. Il punto non riguarda la semplice presenza di un chatbot in azienda. Riguarda l’ipotesi in cui modelli, interfacce, runtime, memorie, strumenti di sviluppo e autorizzazioni siano controllati da un unico ecosistema, con costi elevati per sostituirlo. In quel contesto, il lock-in non determina soltanto il prezzo del servizio: può condizionare processi decisionali, possibilità di audit, interoperabilità e accesso al patrimonio informativo. Per questo gli sviluppi di alternative open source alle suite software dominanti rappresentano una direzione industriale pertinente, pur non eliminando automaticamente la dipendenza da chip, strumenti software e manutenzione esterna. La tesi di Bernabè va quindi letta come un avvertimento strategico, non come l’affermazione che ogni prodotto AI abbia già assunto il controllo autonomo delle aziende che lo utilizzano.
Cinque livelli dello stack AI e un’Europa che non governa l’intera filiera
La dipendenza diventa ancora più evidente quando Bernabè scompone l’intelligenza artificiale in livelli tecnologici distinti, osservando che il potere non si concentra soltanto in chi vende il modello finale. Alla base colloca il livello fisico dei semiconduttori, nel quale gli acceleratori Nvidia e le altre architetture di calcolo determinano prestazioni, consumi, costi e compatibilità. Salendo compaiono gli strumenti di programmazione e le librerie necessarie a usare l’hardware, un ambito dove l’ecosistema CUDA costituisce un importante fattore di dipendenza. Seguono i framework di sviluppo e addestramento, fra i quali PyTorch e TensorFlow sono riferimenti riconoscibili, quindi il cloud, dominato a livello internazionale da operatori come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, e infine i modelli AI, sui quali competono società statunitensi e cinesi. È una rappresentazione strategica semplificata, non un censimento esaustivo di tutti i fornitori, ma aiuta a individuare i punti in cui una decisione commerciale o tecnica può propagarsi lungo l’intera catena. Bernabè richiama anche il ruolo europeo nella litografia avanzata attraverso ASML: essere indispensabili in un segmento della produzione dei semiconduttori non significa tuttavia controllare automaticamente GPU, cloud, software e modelli. L’ingresso degli agenti Nvidia nei Comuni europei mostra quanto possa essere difficile separare autonomia delle amministrazioni e proprietà delle tecnologie su cui si appoggiano. La questione decisiva, per l’ex amministratore delegato di Telecom Italia, è chi possa sostituire uno strato senza dover rinunciare agli altri quattro: possedere un modello europeo non rende sovrani se tutta l’inferenza resta vincolata a un unico hardware, così come costruire un data center nazionale non garantisce libertà se orchestrazione e servizi applicativi rimangono non sostituibili.
Gli investimenti di Anthropic e il rischio di una domanda insufficiente per l’AI
Alla critica industriale Bernabè aggiunge una considerazione economica. L’addestramento dei modelli, la costruzione dei data center, la disponibilità di energia e la corsa alle infrastrutture di calcolo richiedono investimenti di una scala tale da presupporre mercati enormi e ricavi futuri molto elevati. Richiama le ambizioni di Anthropic e le valutazioni finanziarie attribuite al settore per sostenere che non è affatto scontato un mercato capace di remunerare tutto il capitale mobilitato. Il riferimento quantitativo a una quota dell’economia statunitense non è sufficientemente nitido nella trascrizione per essere riportato come dato testuale verificato; resta però inequivocabile il senso dell’argomentazione: una parte del potere delle grandi piattaforme nasce dall’urgenza di trasformare investimenti infrastrutturali straordinari in una domanda globale ricorrente. Da qui l’interesse dei fornitori a estendere i propri modelli dal singolo compito alla gestione continuativa di interi processi aziendali. La fragilità economica e quella geopolitica, in questa prospettiva, possono rafforzarsi reciprocamente. Se l’industria AI spinge verso ecosistemi sempre più integrati per aumentare i ricavi, imprese e Stati rischiano di trovarsi con meno libertà contrattuale proprio quando cresce il valore delle funzioni delegate. Le analisi sugli investimenti nordici in capacità di calcolo ed energia per la filiera AI mostrano l’altra faccia del problema: senza infrastrutture e costi energetici sostenibili, anche una strategia europea di diversificazione del software resta incompleta. Le previsioni di ricavo delle aziende del settore non sono, per definizione, risultati economici già acquisiti.
Dal GSM ai brevetti CDMA: la lezione industriale della telefonia mobile
Il precedente storico scelto da Bernabè è la telefonia mobile, settore nel quale l’Europa aveva mostrato la capacità di trasformare tecnologie nazionali incompatibili in uno standard comune. La standardizzazione del GSM, promossa dagli operatori europei negli anni Ottanta, rese possibile una filiera industriale e una interoperabilità internazionale che prima non esistevano: la ricostruzione storica della GSMA documenta le tappe del progetto a partire dal 1982 e l’accordo del 1987. Bernabè descrive poi il passaggio alle comunicazioni dati come il momento in cui il controllo dei brevetti e delle licenze assunse un peso crescente, richiamando Qualcomm, il CDMA e il contributo di Andrew Viterbi, scienziato di origine italiana e cofondatore dell’azienda americana. La società stessa ne ricostruisce il ruolo nello sviluppo degli algoritmi utilizzati nelle telecomunicazioni. L’argomento industriale riguarda il rapporto tra chi definisce una tecnologia, chi detiene diritti essenziali e chi produce i terminali. Gli accordi di licenza possono imporre royalty e condizionare la concorrenza, ma il declino della manifattura europea dei telefoni non può essere attribuito a una singola clausola o a un solo brevetto: hanno inciso anche strategie industriali, software, concorrenza globale e mutamenti della domanda. La documentazione Qualcomm del 1999 sull’accordo con Ericsson conferma l’importanza delle licenze e delle royalty nella transizione tecnologica. Il senso del paragone di Bernabè non è dunque una ricostruzione monocausale della scomparsa dei produttori europei, ma un avvertimento: se una dipendenza brevettuale può influenzare il valore della filiera mobile, una dipendenza dallo stack AI può toccare la filiera cognitiva di molte industrie contemporaneamente. L’attuale contenzioso sulle royalty fra Qualcomm e Arm mostra che il controllo delle architetture rimane una leva economica tutt’altro che superata.
La fuga di dati Samsung e il potere informativo dell’inferenza
Il secondo fronte riguarda i dati. Bernabè ricorda gli episodi nei quali dipendenti Samsung avevano inserito informazioni riservate in ChatGPT, trasformando un’attività apparentemente ordinaria di supporto al lavoro in un’esposizione di materiale aziendale verso un servizio esterno. L’episodio, emerso nel 2023, aveva portato a restrizioni interne sull’uso di strumenti generativi; la vicenda dei dipendenti Samsung e del codice caricato su ChatGPT mostra perché il controllo dei flussi informativi sia essenziale. Bernabè va oltre il caricamento esplicito di documenti e richiama il rischio di rivelare strategie, problemi e competenze attraverso le stesse richieste rivolte a un modello. La formulazione più rigorosa è che prompt, allegati, metadati, contesto conversazionale e telemetria possono contenere indizi sensibili, anche quando non riportano un intero progetto riservato. Questo non significa che qualsiasi modello ricostruisca automaticamente e con esattezza un segreto industriale partendo da poche domande: una capacità generalizzata del genere non è dimostrata dalla sola testimonianza. Il punto sostenibile riguarda la necessità di verificare modalità di trattamento, conservazione, addestramento, isolamento dei tenant, accessi amministrativi e possibilità di controllo da parte del cliente. Per un’azienda che impiega l’AI su progettazione, manutenzione, acquisti, sicurezza o rapporti con i fornitori, la protezione del dato richiede governance tecnica e contrattuale, non soltanto la raccomandazione ai dipendenti di non copiare informazioni confidenziali. Le proposte di AI isolata e priva di telemetria esterna rivolte a organizzazioni sensibili rispondono a questa esigenza, sebbene vadano valutate in base alle garanzie effettivamente offerte.
Le risposte generative possono rendere invisibili le imprese italiane
L’ultimo rischio evidenziato da Bernabè è meno immediato di una sanzione o di una fuga di dati, ma riguarda direttamente la capacità commerciale delle imprese italiane di essere trovate e scelte all’estero. Nel modello del motore di ricerca tradizionale, un potenziale cliente poneva una domanda e riceveva un insieme di pagine e fornitori, che poteva confrontare autonomamente. Con gli assistenti generativi, osserva Bernabè, quella mediazione cambia: il sistema può rispondere direttamente, sintetizzare il mercato, indicare pochi operatori e non rendere altrettanto visibile il percorso attraverso il quale è arrivato alla selezione. Un’impresa manifatturiera che ha investito per anni in cataloghi tecnici, presenza internazionale e relazioni commerciali rischia così di risultare meno presente nel momento decisivo della ricerca, senza che ciò corrisponda necessariamente alla qualità dei suoi prodotti. La dipendenza dall’AI non riguarda soltanto chi utilizza un modello, ma anche chi deve essere riconosciuto da quel modello come fornitore credibile. Il rischio, tuttavia, non va descritto come una cancellazione automatica di tutte le imprese italiane: le risposte dei sistemi variano in base a dati, query, contesto e progettazione, e gli effetti commerciali richiedono misurazioni specifiche. Esiste però una questione documentata di attribuzione, visibilità e controllo della distribuzione informativa, già emersa quando Google ha sperimentato compensi ai siti che contribuiscono alle risposte AI. Per Bernabè, il passaggio dalla ricerca per collegamenti alla risposta mediata da modelli proprietari può creare una nuova barriera all’accesso ai mercati, particolarmente delicata per le piccole e medie imprese che non controllano le infrastrutture della scoperta digitale.
L’Europa prova a reagire, ma la sovranità non si compra con un singolo data center
Bernabè giudica importante il cambio di orientamento europeo del 3 giugno 2026, quando la Commissione ha presentato un pacchetto dedicato alla sovranità tecnologica. La comunicazione ufficiale della Commissione europea colloca nello stesso disegno semiconduttori, sviluppo cloud e AI, software open source ed energia. Comprende proposte legislative e iniziative strategiche: non tutto ciò che è stato annunciato è già una norma pienamente applicabile o una capacità industriale realizzata. È precisamente qui che l’intervento di Bernabè acquista un contenuto operativo. A suo avviso, la sovranità non consiste nell’autarchia e neppure nel rifiuto di comprare tecnologia americana o cinese; consiste nel poter scegliere quali dipendenze accettare, quali evitare e quando sostituire un fornitore. Questa libertà richiede presidio del calcolo, dei dati, dell’architettura software, delle competenze e delle condizioni che permettono di mantenere nel tempo un’alternativa. Una piattaforma costruita su componenti open source, per esempio, non è automaticamente indipendente se nessuno è capace di mantenerla, adattarla o verificare come interagisce con il cloud e con l’hardware sottostante. Allo stesso modo, un servizio ospitato entro i confini nazionali non assicura controllo effettivo se la sua proprietà intellettuale, le credenziali amministrative o le dipendenze operative restano concentrate altrove. Il riferimento alla sovranità che passa dal controllo reale delle architetture, non dalla semplice localizzazione dei server chiarisce perché i progetti pubblici e privati debbano essere valutati sulla sostituibilità dei componenti, sulla disponibilità di personale competente e sull’effettiva possibilità di continuare a operare durante una crisi commerciale o politica.
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La conclusione dell’intervento non è un appello a spegnere l’AI o a sostituire indiscriminatamente prodotti stranieri con alternative nazionali meno efficienti. È una richiesta di tornare a governare le scelte tecnologiche anziché subire le architetture offerte dal mercato. Bernabè riconosce che Stati Uniti e Cina hanno già accumulato una profondità industriale e finanziaria difficile da replicare, ma individua un margine di iniziativa nella formazione, nella progettazione dei sistemi, nella valorizzazione del patrimonio scientifico e nella capacità di combinare prodotti diversi senza consegnare un’intera organizzazione a un solo fornitore. Per imprese e pubbliche amministrazioni, questo significa saper definire requisiti, controllare il trattamento dei dati, progettare migrazioni credibili e disporre di figure tecniche capaci di intervenire sull’intero ciclo di vita dei sistemi. Mettere un modello al lavoro all’interno di un’organizzazione non equivale a possedere la competenza necessaria per governarlo. Dopo decenni nei quali una parte del valore tecnologico è stata comprata come servizio, la priorità indicata dall’ex manager è ricostruire il patrimonio conoscitivo che permette di negoziare, scegliere e cambiare. Il giudizio finale è severo: la dipendenza non diventa pericolosa soltanto quando un fornitore interrompe l’accesso, ma già quando chi acquista tecnologia non è più in grado di immaginare, progettare e realizzare una strada alternativa.
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