Sintesi
- Il quarto potere italiano dipende sempre più dalle infrastrutture straniere: Google controlla snodi fondamentali della distribuzione e della monetizzazione dell’informazione, mentre le istituzioni collaborano con le stesse piattaforme dalle quali dipende la visibilità dei giornalisti.
- L’equo compenso rischia di rafforzare chi possiede già risorse economiche: investimenti editoriali, anzianità delle testate, accordi privati e capacità di sostenere controversie legali possono favorire i grandi gruppi, lasciando gli editori indipendenti a contendersi le briciole.
- L’Ordine dei giornalisti deve scegliere chi rappresentare: precarietà, giornalisti senza testata, querele e dipendenza algoritmica mettono in discussione l’efficacia dell’attuale sistema di tutela professionale, riaprendo il confronto sulla sua riforma e sulla stessa utilità dell’istituzione.
Cosa leggere
Le previsioni formulate negli ultimi anni sulla crisi dell’informazione italiana si stanno concretizzando, ma non perché sia necessario essere maghi per comprendere il futuro del giornalismo. È sufficiente conoscere il funzionamento del settore, osservare le trasformazioni tecnologiche e soprattutto comprendere quale ruolo geopolitico abbia assunto il controllo della distribuzione delle notizie. Le denunce pubblicate negli anni da Matrice Digitale sulla dipendenza dell’editoria dalle piattaforme tecnologiche non sono mai state rivolte esclusivamente contro un’azienda o una singola categoria professionale. Hanno sempre riguardato un problema molto più grande: il quarto potere, e ormai anche il quinto rappresentato dalla capacità di orientare direttamente la comunicazione digitale, sono progressivamente entrati nell’orbita di infrastrutture economiche e tecnologiche straniere. È una trasformazione che dovrebbe preoccupare soprattutto coloro che hanno il compito di custodire la Costituzione italiana e garantire il pluralismo dell’informazione, indipendentemente dalle opinioni politiche espresse dalle testate. Il paradosso è che proprio mentre il giornalismo perde autonomia economica, visibilità e capacità di raggiungere direttamente i cittadini, le istituzioni continuano a celebrare collaborazioni con le piattaforme che hanno contribuito a modificare radicalmente il mercato editoriale. Nel frattempo, i professionisti indipendenti devono affrontare costi crescenti, controversie legali, retribuzioni insufficienti e un sistema di rappresentanza che sembra spesso più interessato a tutelare le strutture consolidate che l’effettiva libertà di esercitare la professione.
Il quarto potere italiano è stato progressivamente assorbito dalle infrastrutture straniere
La questione è innanzitutto costituzionale. L’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà di stampa, principi che non possono essere interpretati soltanto come assenza di una censura preventiva da parte dello Stato. Una democrazia deve preoccuparsi anche delle condizioni materiali attraverso le quali una testata riesce a pubblicare, distribuire e sostenere economicamente la propria informazione. La trasformazione digitale degli ultimi vent’anni ha modificato completamente queste condizioni. Un tempo un giornale doveva confrontarsi con tipografie, distribuzione, edicole, concessionarie pubblicitarie e costi industriali. Oggi una parte determinante della sua capacità di raggiungere il pubblico dipende da motori di ricerca, social network, sistemi pubblicitari automatizzati e piattaforme che stabiliscono quali contenuti mostrare agli utenti. Non si tratta semplicemente del passaggio dalla carta al web. Si tratta del trasferimento di una parte del potere di distribuzione dalle imprese editoriali a soggetti che non producono necessariamente l’informazione, ma controllano le infrastrutture attraverso cui viene consumata. Google Search, Discover, Google News, YouTube e le piattaforme social rappresentano ormai punti di accesso fondamentali alla notizia. Il problema, affrontato anche nell’analisi su Google che esercita funzioni editoriali mentre rivendica la neutralità dell’hosting, è che questi intermediari non si limitano a trasportare contenuti. Possono selezionare interlocutori commerciali, modificare le condizioni di monetizzazione, applicare restrizioni e influenzare la distribuzione delle pubblicazioni attraverso sistemi che rimangono in larga parte opachi.
La Costituzione garantisce la libertà di stampa, non la visibilità concessa dagli algoritmi
È precisamente qui che emerge la contraddizione. La Costituzione riconosce a tutti il diritto di esprimersi, anche quando le opinioni sono sgradite al potere politico o economico. Ma che valore assume concretamente questo diritto quando una testata può pubblicare liberamente senza riuscire a raggiungere il pubblico dal quale dipende la propria sopravvivenza? Non ogni perdita di visibilità costituisce una violazione costituzionale e non esiste un diritto automatico a ottenere un determinato posizionamento su Google. Tuttavia il problema democratico rimane: se pochi intermediari diventano indispensabili per distribuire l’informazione, la libertà formale di pubblicare rischia di non corrispondere a una reale possibilità di competere. Le norme europee, compreso il Digital Services Act, introducono strumenti di trasparenza, contestazione e controllo, ma il loro esercizio può richiedere procedure lunghe e complesse. Per una multinazionale una controversia legale rappresenta una voce di bilancio; per una piccola testata o una cooperativa giornalistica può diventare una scelta tra continuare a pubblicare e spendere risorse per difendere il proprio diritto a esistere sul mercato.
Google entra al Quirinale mentre i giornalisti devono difendersi da Google
Il paradosso diventa ancora più evidente osservando il rapporto tra piattaforme tecnologiche e istituzioni italiane. Nel 2024 Sergio Mattarella ha incontrato dodici creator nell’ambito del progetto La Costituzione in Shorts, realizzato in collaborazione con YouTube. Nel settembre 2025 il progetto è arrivato alla seconda edizione, con nuovi divulgatori chiamati a spiegare ai giovani gli articoli della Carta costituzionale attraverso brevi video. La finalità educativa è certamente legittima, ma l’iniziativa solleva una contraddizione che era già stata raccontata nell’inchiesta su Rai Scuola, YouTube, Geopop e l’ingresso delle piattaforme private nell’educazione pubblica. La stessa infrastruttura commerciale che può determinare la visibilità dei contenuti giornalistici diventa partner delle istituzioni per divulgare i principi costituzionali che dovrebbero proteggere anche l’indipendenza dell’informazione.
Il contenzioso fiscale di Google rende il paradosso ancora più evidente
C’è poi un fatto che rende il quadro ancora più interessante. Nel 2025 Google Ireland ha definito un contenzioso tributario con il Fisco italiano attraverso il versamento di 326 milioni di euro, dopo un precedente accordo da 306 milioni nel 2017. La Procura di Milano aveva chiesto l’archiviazione del procedimento penale, distinguendo le contestazioni relative all’elusione fiscale e all’abuso del diritto dall’ipotesi di evasione penalmente rilevante, per la quale non riteneva possibile formulare una ragionevole previsione di condanna. Non sarebbe quindi corretto parlare di una condanna definitiva per evasione fiscale. Resta però il dato politico:
una multinazionale che ha affrontato controversie fiscali di centinaia di milioni di euro può contemporaneamente partecipare a progetti istituzionali dedicati alla divulgazione della Costituzione italiana.
Non significa che il Quirinale abbia favorito comportamenti illegali, né che i creator coinvolti rappresentino automaticamente interessi occulti. La questione riguarda piuttosto il valore simbolico e istituzionale della collaborazione. Se un piccolo operatore economico entra in controversia con lo Stato, difficilmente dispone della stessa capacità di interlocuzione di un gruppo internazionale.
Quando invece l’interlocutore possiede piattaforme utilizzate quotidianamente da milioni di italiani, la sua rilevanza tecnologica rischia di diventare anche una forma di legittimazione istituzionale.
Ed è proprio questo il punto della critica: non servono prove di una regia occulta per comprendere quanto potere relazionale possa derivare dal controllo delle infrastrutture digitali.
Le alleanze geopolitiche non possono sostituire la sovranità dell’informazione
Il rapporto tra Google e istituzioni italiane deve essere osservato anche attraverso una prospettiva geopolitica. L’Italia appartiene all’Unione Europea e all’Alleanza Atlantica, intrattiene rapporti strategici con gli Stati Uniti e utilizza quotidianamente tecnologie sviluppate da imprese americane. Tutto questo non dimostra che Google agisca per conto di strutture governative straniere, ma la dipendenza da infrastrutture appartenenti a imprese soggette a giurisdizioni estere rappresenta una questione di sovranità che non può essere eliminata invocando semplicemente la collaborazione tra alleati. Lo stesso problema emerge nel cloud, nell’intelligenza artificiale, nella pubblicità digitale e nei sistemi di comunicazione delle pubbliche amministrazioni. La dipendenza tecnologica può diventare dipendenza economica e successivamente incidere sulle possibilità di scelta politica. È una dinamica già affrontata nell’analisi sulla sovranità tecnologica europea e sulla dipendenza dalle infrastrutture cloud statunitensi, dove il ruolo delle piattaforme viene letto anche come occupazione degli spazi lasciati progressivamente scoperti dal settore pubblico. Collaborare con gli Stati Uniti è una scelta strategica. Dipendere dalle loro aziende per garantire la visibilità dell’informazione nazionale è invece una condizione economica e infrastrutturale che meriterebbe maggiore attenzione istituzionale.
L’Ordine dei giornalisti dovrebbe difendere tutti, non soltanto chi possiede una testata
A questo punto entra in gioco l’Ordine dei giornalisti. Un’istituzione pubblica che dovrebbe garantire il rispetto della deontologia, tutelare la professione e rappresentare un presidio contro le interferenze che possono compromettere il corretto esercizio dell’attività giornalistica. Eppure il problema della dipendenza algoritmica sembra ancora troppo distante dalle priorità della rappresentanza professionale. I giornalisti che lavorano all’interno dei grandi gruppi editoriali dispongono di strutture, uffici legali e organizzazioni sindacali; chi lavora autonomamente o gestisce una piccola testata deve spesso sostenere personalmente il costo economico della propria indipendenza. La Sicilia offre un esempio significativo di questo problema. Il 27 ottobre 2026 Assostampa Sicilia, in collaborazione con Ossigeno per l’informazione, ha promosso a Palermo un confronto sulle nuove linee del CSM in materia di comunicazione giudiziaria e sui limiti al diritto di cronaca. L’iniziativa ha affrontato il cosiddetto buio sull’informazione provocato da restrizioni, intimidazioni e azioni legali pretestuose. È un tema importante perché dimostra che il diritto a informare non dipende soltanto dalla possibilità di scrivere un articolo, ma anche dalla capacità di resistere alle pressioni economiche e giudiziarie.
I giornalisti invisibili esistono anche senza una grande struttura editoriale
Non è neppure un problema nuovo. Già da anni il sindacato siciliano aveva introdotto il tema dei giornalisti invisibili, professionisti privi di adeguate garanzie contrattuali, previdenziali e sindacali. La questione riguarda collaboratori, freelance, operatori dell’informazione che lavorano fuori dalle grandi redazioni e persino giornalisti impiegati in programmi che non vengono formalmente organizzati come testate. Il problema dei giornalisti senza testata è stato sollevato anche dalla Federazione nazionale della stampa italiana nel confronto sui programmi di informazione Rai.
Si può quindi lavorare quotidianamente per produrre informazione destinata a milioni di persone senza beneficiare delle stesse garanzie riconosciute a chi appartiene a una redazione formalmente strutturata.
È una contraddizione che dovrebbe occupare una parte centrale dell’attività dell’Ordine.
L’equo compenso rischia di premiare la dimensione economica invece della qualità
Il problema diventa ancora più evidente quando si passa all’equo compenso. La normativa italiana riconosce agli editori un diritto economico per determinati utilizzi online delle pubblicazioni giornalistiche e affida ad AGCOM un ruolo nella determinazione del corrispettivo. Ma i criteri di riferimento comprendono elementi come consultazioni online, anzianità della testata, rilevanza sul mercato, giornalisti impiegati e investimenti tecnologici e infrastrutturali. Sono parametri previsti dalla disciplina e richiamati dal regolamento ufficiale AGCOM sull’equo compenso, che possono contribuire a rappresentare le differenti caratteristiche economiche delle imprese editoriali. La contraddizione è evidente:
se il valore dell’informazione viene collegato anche alla dimensione dell’investimento e alla forza economica della testata, chi dispone già di maggiori risorse può ritrovarsi in una posizione privilegiata rispetto a chi produce contenuti di qualità con strutture molto più piccole.
È quanto emerso nell’inchiesta sull’equo compenso e sui rapporti tra AGCOM, Google, Meta e grandi editori, dove il diritto riconosciuto dalla legge si confronta con un mercato nel quale la capacità di negoziare rimane profondamente diseguale.
Un euro investito in pubblicità non garantisce un euro di valore giornalistico
C’è poi una seconda distorsione. Oggi una testata può investire somme significative in pubblicità per portare lettori ai propri articoli, senza ottenere un rendimento economico equivalente. Per fare un esempio, spendere un euro per promuovere un contenuto che genera soltanto trenta centesimi di ricavi pubblicitari non rappresenta un investimento editoriale sostenibile, ma può diventare una strategia utilizzata per conquistare traffico e visibilità. Il problema è che chi dispone di più capitali può sostenere perdite molto più a lungo rispetto a una piccola impresa. Chi ha maggiore capacità di indebitamento può finanziare campagne, aumentare il traffico e successivamente presentare quei risultati come prova della propria rilevanza sul mercato. La visibilità acquistata rischia così di essere confusa con il valore dell’informazione prodotta. Non significa che i criteri dell’equo compenso remunerino direttamente gli investimenti pubblicitari, ma che dimensione economica, audience e capacità negoziale possono produrre vantaggi cumulativi.
Ed è qui che la qualità giornalistica rischia di diventare secondaria rispetto al marketing.
I grandi editori investono nei clic e i giornalisti vengono pagati sempre meno
La crisi della professione completa il quadro. I giornalisti non sono un costo morto, ma diventano facilmente una voce da comprimere quando il risultato del loro lavoro viene misurato prevalentemente attraverso clic, visualizzazioni e ricavi pubblicitari. Il giornalista considerato più produttivo rischia di non essere quello che verifica meglio una notizia, ma quello che genera più traffico, magari grazie a un titolo provocatorio, a una campagna promozionale o al sostegno di un’agenzia di comunicazione. È una trasformazione che aveva già trovato spazio nell’approfondimento sullo sciopero dei giornalisti e sul contratto nazionale fermo da oltre dieci anni. La precarietà non nasce esclusivamente dalle piattaforme, perché sono gli editori a decidere contratti e retribuzioni. Ma la dipendenza dal traffico algoritmico contribuisce a costruire un sistema nel quale il giornalista diventa sempre più sostituibile e il contenuto viene trattato come un prodotto commerciale.
Il grande editore diventa indispensabile anche alla rappresentanza professionale
Ne deriva una contraddizione ulteriore. Le grandi testate concentrano una parte importante dell’occupazione giornalistica e quindi anche della rappresentanza organizzata della categoria. Ma negli anni il mercato ha progressivamente aumentato il ricorso a collaborazioni, contratti meno stabili e compensi ridotti, rendendo più fragile il rapporto tra professionisti ed editori.
Se la rappresentanza professionale dipende in larga misura da strutture editoriali che sono contemporaneamente protagoniste della precarizzazione, diventa necessario interrogarsi sull’effettiva indipendenza del sistema di tutela.
Non significa che l’Ordine sia formalmente controllato dai grandi editori, ma che il peso economico e occupazionale dei gruppi storici può incidere indirettamente sugli equilibri complessivi della categoria. Intanto le piccole testate continuano a raccogliere le briciole di un mercato nel quale gli accordi tra piattaforme e grandi gruppi editoriali sono stati costruiti nel corso degli anni.
Gli accordi privati con Google valgono più della qualità dell’informazione?
Il quadro si complica ulteriormente con l’intelligenza artificiale. Nell’ottobre 2026 Google ha annunciato che oltre quattrocento pubblicazioni partecipano a un programma di remunerazione per nuovi utilizzi dei contenuti nei prodotti AI. La notizia, analizzata nell’approfondimento sui pagamenti di Google agli editori e sulla nuova distribuzione delle fonti dentro AI Search, conferma che esiste ormai un mercato parallelo nel quale le piattaforme possono selezionare direttamente i partner editoriali e negoziare condizioni economiche differenti.
Il problema non è che Google paghi alcuni editori. Il problema è comprendere con quali criteri vengano selezionati, quanto ricevano e quali possibilità abbiano le testate escluse di ottenere condizioni comparabili.
L’esistenza di accordi privati non dimostra automaticamente favoritismi nell’indicizzazione organica, ma introduce una disparità commerciale che si aggiunge a quelle già esistenti. L’autorevolezza storica, gli investimenti tecnologici e la dimensione dell’impresa possono essere elementi importanti, ma non coincidono necessariamente con la qualità del singolo articolo.
Una piccola testata può produrre un’inchiesta originale che nessun grande quotidiano ha realizzato, senza possedere la forza economica per negoziare direttamente con Google o affrontare un contenzioso contro una multinazionale.
Le certificazioni non possono sostituire il giudizio sulla qualità
In questo contesto prosperano sistemi di certificazione, standard formali e procedure che promettono di identificare l’informazione attendibile. Il problema è che rispettare uno standard non significa automaticamente produrre una notizia vera, così come essere un giornale storico non garantisce l’assenza di errori. La questione è stata affrontata anche nella critica ai meccanismi di certificazione dell’informazione e al rapporto tra NewsGuard, giornalismo e potere editoriale. Le procedure possono contribuire alla trasparenza, ma rischiano di trasformarsi in una forma di formalismo quando vengono considerate sufficienti a stabilire il valore giornalistico di un contenuto. L’indicizzazione su Google segue inoltre logiche proprie, differenti dalle valutazioni deontologiche delle organizzazioni professionali.
Un contenuto può rispettare tutte le regole giornalistiche e rimanere invisibile, mentre un articolo costruito per intercettare un trend può ottenere milioni di visualizzazioni senza offrire un contributo informativo equivalente.
È questa distanza tra qualità e distribuzione che dovrebbe diventare uno dei principali terreni d’intervento dell’Ordine.
Fare giornalismo indipendente oggi è diventato un atto di coraggio
Essere giornalisti ed editori indipendenti oggi significa assumersi una responsabilità economica e professionale che non tutti sono disposti a sostenere. Significa investire nella produzione delle notizie senza avere la certezza che il pubblico possa raggiungerle, affrontare il rischio di controversie legali, sostenere costi tecnologici crescenti e competere contro gruppi editoriali che dispongono di risorse incomparabili. La libertà di stampa esiste formalmente, ma per esercitarla in maniera autonoma occorrono denaro, competenze, infrastrutture e la capacità di resistere alle pressioni economiche. L’Ordine dei giornalisti dovrebbe rappresentare una tutela particolarmente importante proprio per chi dispone di meno risorse. Alcune iniziative territoriali dimostrano che il problema è riconosciuto: nel febbraio 2026, per esempio, l’Ordine dei giornalisti della Sardegna ha annunciato un fondo sperimentale per assistere i colleghi esposti a intimidazioni e querele-bavaglio. È però necessario interrogarsi sulla dimensione delle risposte.
Se una piccola redazione deve affrontare autonomamente Google, Meta, un grande editore o una controversia giudiziaria, il sostegno della categoria non può esaurirsi nella solidarietà pubblica o nell’organizzazione di un convegno.
Abolire l’Ordine dei giornalisti o pretendere che torni a difendere la professione?
Alla fine si arriva inevitabilmente alla domanda più scomoda.
L’Ordine dei giornalisti rappresenta ancora uno strumento indispensabile per tutelare la libertà della professione oppure rischia di diventare un’istituzione che certifica l’appartenenza alla categoria senza riuscire a difenderne concretamente i diritti?
Non è una questione che possa essere risolta con una risposta superficiale. L’abolizione dell’Ordine non eliminerebbe automaticamente il potere delle piattaforme, né garantirebbe migliori compensi, maggiore pluralismo o una riduzione della precarietà. Potrebbe inoltre indebolire alcuni strumenti di responsabilità deontologica. Ma la conservazione dell’istituzione non può essere considerata un valore sufficiente se non viene accompagnata da una tutela concreta dei giornalisti indipendenti. La crisi dell’informazione italiana è ormai arrivata a un punto nel quale i problemi economici, tecnologici, professionali e costituzionali non possono più essere trattati separatamente. Google controlla snodi fondamentali della distribuzione, gli editori più strutturati negoziano accordi privati, gli investimenti diventano un parametro della rilevanza economica e i giornalisti devono continuare a produrre contenuti dentro un mercato che remunera sempre meno il lavoro professionale. Nel frattempo le istituzioni celebrano la divulgazione della Costituzione attraverso piattaforme straniere e gli organismi professionali discutono di deontologia, certificazioni ed equo compenso.
Ma chi garantisce davvero il diritto a esistere di un giornale indipendente quando la sua visibilità dipende da un algoritmo e la possibilità di far valere i propri diritti dipende dalla quantità di denaro che può permettersi di spendere?
È questa la questione che dovrebbe essere affrontata prima di qualsiasi nuova campagna sulla credibilità del giornalismo. Perché il problema dell’informazione italiana non è soltanto che Google sia diventata troppo potente. È che una parte del sistema editoriale e istituzionale ha accettato per anni quella dipendenza, salvo scoprire oggi che difendere il pluralismo costa molto più che celebrarlo durante un convegno.
E allora forse la domanda non è soltanto se abolire l’Ordine dei giornalisti.
La domanda è se l’Ordine abbia ancora la volontà e gli strumenti per difendere tutti i giornalisti oppure se sia arrivato il momento di ripensarne radicalmente funzioni, rappresentanza e responsabilità.
Perché una professione che deve chiedere a una multinazionale straniera il permesso economico di raggiungere i propri lettori non ha soltanto un problema di mercato.
Ha un problema di libertà.
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