Sintesi
- Google finanzia il giornalismo, ma ne controlla anche la distribuzione. Diego Ciulli celebra il primato di Alphabet nel SIC e rivendica il sostegno economico ai canali informativi indipendenti, mentre restano opachi molti criteri di visibilità, monetizzazione e moderazione applicati alle piattaforme.
- L’Ordine non risponde e finisce per bucare anche una notizia. Mentre promuove ricerche sul giornalismo digitale, non risponde alla PEC di Matrice Digitale durante i ban del 2025. Un anno dopo, una studentessa della Sapienza dedica una tesi proprio a quella vicenda, senza che risulti un’iniziativa pubblica dell’Ordine per raccontarla.
- Le celebrazioni sull’equo compenso convivono con problemi ancora irrisolti. AGCOM ha già segnalato alla Commissione europea possibili criticità DSA nei servizi AI di Google e l’autorità antitrust francese ha sanzionato definitivamente l’azienda per 250 milioni di euro sui diritti degli editori.
Alla fine è successo esattamente quello che era stato denunciato da anni: Google è diventata il primo operatore economico del Sistema integrato delle comunicazioni italiano e il suo rappresentante Diego Ciulli ha deciso di festeggiare pubblicamente il risultato, presentandolo addirittura come una vittoria del pluralismo informativo. Il tutto mentre l’Ordine dei giornalisti continua a organizzare iniziative, pubblicare ricerche e promuovere campagne sulla libertà di stampa, senza avere mai risposto alla PEC inviata da una testata giornalistica regolarmente registrata che nel 2025 si era ritrovata esclusa dalle piattaforme digitali. La stessa Google che Ciulli descrive come finanziatrice di migliaia di realtà informative indipendenti è infatti anche l’azienda che decide quali contenuti distribuire, quali monetizzare, quali pubblicità ammettere e quali account sospendere. È una contraddizione che non può essere risolta attraverso la retorica dei contributi all’editoria o dei programmi di sostegno ai giornalisti, perché Google non è lo Stato, non rappresenta un’autorità costituzionale e non possiede il mandato pubblico di decidere quali imprese giornalistiche meritino di essere sostenute economicamente. È una multinazionale privata che opera secondo interessi industriali e commerciali, ed è proprio questa la ragione per cui il suo ruolo nell’informazione dovrebbe essere sottoposto a controlli particolarmente rigorosi. Il problema diventa ancora più imbarazzante quando la stessa azienda rivendica il rispetto delle regole europee, mentre autorità nazionali ed europee sono chiamate a valutare criticità nella trasparenza dei suoi sistemi e nei rapporti con gli editori.
Cosa leggere
Ciulli festeggia il primato di Google nel SIC e lo vende come pluralismo
Il 21 ottobre 2026 AGCOM ha pubblicato i dati del Sistema integrato delle comunicazioni relativi al 2024, certificando che Alphabet/Google ha raggiunto il 12,4% del mercato italiano dei media, superando Rai, ferma al 12%, e Meta, arrivata al 9,7%. Si tratta di un primato economico significativo all’interno di un sistema che vale complessivamente 21,8 miliardi di euro e nel quale la pubblicità online rappresenta ormai il 36,6% delle risorse. Sono i dati contenuti nel comunicato ufficiale AGCOM sul SIC 2024, ma è l’interpretazione che ne ha offerto Diego Ciulli a rendere la situazione particolarmente interessante.

Nel suo intervento pubblico su LinkedIn, il rappresentante di Google rivendica il risultato come un successo della concorrenza, sottolineando che l’azienda non decide la linea editoriale delle testate e che la pubblicità raccolta attraverso i propri servizi contribuisce al finanziamento di migliaia di canali informativi indipendenti. Una rappresentazione particolarmente rassicurante, culminata nell’annuncio di un brindisi per celebrare il nuovo primato. Il problema è che il SIC misura il peso economico delle imprese, non la qualità dell’informazione, la distribuzione della ricchezza tra gli editori o l’effettiva possibilità di una piccola testata di raggiungere il pubblico. Ciulli utilizza quindi un dato autentico per sostenere una conclusione che quel dato non dimostra. Google può certamente contribuire alla sostenibilità economica di molte imprese editoriali attraverso la pubblicità, ma contemporaneamente controlla una parte determinante degli strumenti utilizzati per trovare quelle stesse imprese, distribuire i loro articoli e monetizzarne i contenuti.
La beneficenza editoriale di una multinazionale che controlla la pubblicità
Il passaggio più interessante riguarda proprio il linguaggio del finanziamento. Google presenta da anni programmi come Google News Initiative e Google News Showcase come strumenti attraverso i quali sostiene economicamente il giornalismo. Nella propria pagina istituzionale dedicata al sostegno dell’editoria, l’azienda ha rivendicato investimenti globali fino a un miliardo di dollari per News Showcase, 11,5 milioni di euro destinati a 45 progetti italiani attraverso il Digital News Innovation Fund e ulteriori finanziamenti per centinaia di redazioni durante la pandemia. Sono iniziative economiche reali, ma un finanziamento privato negoziato da Google non è un contributo pubblico all’editoria, così come il denaro distribuito attraverso una piattaforma pubblicitaria non costituisce automaticamente una sovvenzione concessa per tutelare il pluralismo. Si tratta di strumenti commerciali e industriali attraverso i quali l’azienda costruisce rapporti con editori, sviluppa prodotti e rafforza il proprio ecosistema. Nulla vieta di riconoscerne l’utilità, ma appare quantomeno singolare presentare la crescita del primo operatore economico del mercato come una garanzia per la libertà di tutte le testate. Il problema è già stato affrontato nell’inchiesta Giornalismo di qualità, sì. Ma solo se non disturba Google, che contestava precisamente la distanza tra il linguaggio pubblico utilizzato dall’azienda e le difficoltà di monetizzazione incontrate dal giornalismo indipendente.
Google non decide cosa scrivere, ma può decidere quanto una notizia diventa visibile
È tecnicamente corretto sostenere che Google non impartisca ordini sulla linea editoriale dei giornali. Ma la libertà di scegliere cosa pubblicare diventa economicamente fragile quando un soggetto terzo possiede il potere di influenzare la distribuzione del contenuto attraverso algoritmi non interamente conoscibili dall’editore. Search, Discover, News e YouTube funzionano attraverso sistemi differenti, ma condividono una caratteristica fondamentale: l’azienda stabilisce regole, criteri di classificazione, condizioni di accesso e meccanismi di raccomandazione che incidono sulla visibilità dei contenuti. Questo non significa che ogni calo di traffico equivalga a una penalizzazione intenzionale, né che l’esistenza di accordi commerciali dimostri automaticamente favoritismi nel posizionamento organico. Significa però che un giornalista può conservare formalmente tutta la propria indipendenza e ritrovarsi contemporaneamente privo della distribuzione necessaria per sostenere economicamente la propria attività. Il problema non rappresenta soltanto una polemica editoriale. Il 30 aprile 2026 AGCOM ha annunciato di avere trasmesso alla Commissione europea una richiesta di valutazione dei servizi AI Overviews e AI Mode di Google, facendo riferimento agli articoli 27, 34 e 35 del Digital Services Act. L’iniziativa, avviata dopo una segnalazione della FIEG, riguarda proprio la possibile riduzione della visibilità dei contenuti editoriali, i rischi per la sostenibilità economica delle testate più piccole e indipendenti, la trasparenza dei sistemi di raccomandazione e gli effetti sul pluralismo informativo.
AGCOM chiede verifiche sul DSA mentre Google celebra il rispetto delle regole
La segnalazione di AGCOM non rappresenta una condanna di Google per violazione del DSA, ma costituisce un atto istituzionale che rende difficile liquidare le preoccupazioni degli editori come semplici lamentele contro gli algoritmi. L’Autorità italiana ha acquisito informazioni dalla piattaforma, ascoltato gli operatori interessati e successivamente chiesto alla Commissione europea di valutare l’eventuale apertura di un’indagine. È quindi quantomeno paradossale che nel dibattito pubblico si continui a raccontare Google soprattutto come finanziatrice del pluralismo mentre la stessa autorità che certifica il suo primato economico chiede una valutazione sui possibili effetti dei suoi servizi AI proprio sulla libertà di informazione e sulla distribuzione delle notizie.
Non è una contraddizione che possa essere cancellata con un post LinkedIn.
La Francia ha già sanzionato Google per 250 milioni sui diritti degli editori
C’è poi un precedente che meriterebbe maggiore attenzione da parte di chi celebra i successi dell’azienda nei rapporti con l’editoria. Nel marzo 2024 l’Autorité de la concurrence francese ha inflitto a Google una sanzione da 250 milioni di euro per il mancato rispetto degli impegni assunti nella gestione dei diritti connessi degli editori. La decisione 24-D-03 dell’autorità antitrust francese è diventata definitiva e Google non ha contestato le violazioni contestate nell’ambito della procedura di transazione. Non si tratta di una sanzione ai sensi del DSA e sarebbe scorretto confondere i due procedimenti. Ma è un fatto accertato che riguarda proprio il comportamento della multinazionale nei confronti degli editori e l’adempimento degli obblighi assunti nella negoziazione dei diritti economici. Mentre Ciulli rivendica l’accoglimento della disciplina italiana sull’equo compenso e gli accordi raggiunti con numerose pubblicazioni, il precedente francese dimostra che il rapporto tra Google e gli editori non può essere raccontato soltanto attraverso la versione fornita dall’azienda. Le autorità di concorrenza hanno già individuato e sanzionato condotte concrete nel mercato dei diritti connessi.
Il caso Matrice Digitale dimostra cosa accade quando Google decide di bannare una testata
Ma per comprendere fino in fondo la contraddizione del finanziatore del giornalismo bisogna tornare all’ottobre 2025. Il 12 ottobre il canale YouTube di Matrice Digitale ha manifestato limitazioni alla pubblicazione, collegate a un video giornalistico dedicato al commercio di armi nel dark web. Il 24 ottobre Google ha comunicato la chiusura definitiva del canale, offrendo la possibilità di presentare ricorso. Il direttore ha spiegato di avere documentato un fenomeno criminale senza promuoverlo e ha contestato l’interpretazione del contenuto.
Il ricorso è stato respinto dopo appena tre minuti.
La vicenda, documentata nell’inchiesta La democrazia digitale di YouTube e Meta tra metodo mafioso e algoritmo cinese, presenta un interrogativo che non riguarda soltanto la legittimità della singola decisione. Riguarda la qualità delle procedure attraverso le quali un’azienda privata può interrompere la presenza di un soggetto giornalistico su una piattaforma utilizzata quotidianamente per distribuire informazione.
Il DSA impone garanzie che non possono ridursi a un pulsante per il ricorso
Il Digital Services Act, secondo la ricostruzione ufficiale della Commissione europea, riconosce agli utenti il diritto di ricevere motivazioni per le decisioni di moderazione e di utilizzare procedure interne di reclamo. L’articolo 20, paragrafo 6, richiede che le decisioni sui reclami siano assunte sotto la supervisione di personale adeguatamente qualificato e non esclusivamente mediante strumenti automatizzati. Tre minuti non dimostrano da soli che YouTube abbia violato quella disposizione, ma rappresentano un elemento oggettivo sul quale Google dovrebbe fornire una spiegazione verificabile. È legittimo chiedere quali verifiche siano state effettuate, da chi, con quali informazioni e attraverso quale procedura sia stata valutata la natura giornalistica del video. Il problema non consiste nell’affermare che una testata registrata debba poter pubblicare qualunque contenuto senza rispettare le regole delle piattaforme.
Consiste nel chiedere che la valutazione di un contenuto di cronaca venga effettuata tenendo conto del suo contesto e che una decisione capace di interrompere un’attività professionale sia motivata e contestabile attraverso garanzie effettive.
È anche il motivo per cui la vicenda non può essere liquidata come una normale controversia tra un creator e un servizio privato. Dietro quel canale esiste un’impresa editoriale, un direttore responsabile, una redazione e un’attività di informazione che lo Stato italiano riconosce attraverso specifici obblighi professionali e giuridici.
Chi investe su Google può essere escluso dalle stesse piattaforme che finanzia
La contraddizione diventa ancora più evidente quando un soggetto editoriale non si limita a pubblicare contenuti, ma utilizza anche i servizi pubblicitari dell’ecosistema Google.
Una testata può acquistare pubblicità per raggiungere lettori, pagare servizi tecnologici e utilizzare strumenti di monetizzazione, senza che questo investimento le garantisca immunità da sospensioni o restrizioni applicate secondo le condizioni contrattuali della piattaforma.
Naturalmente acquistare pubblicità non conferisce il diritto di violare le norme di YouTube o Google Ads. Ma proprio perché esiste un rapporto economico, diventa importante distinguere una campagna pubblicitaria respinta, una demonetizzazione, la sospensione di un account pubblicitario e la chiusura di un canale editoriale: sono provvedimenti diversi, con presupposti e rimedi che devono essere esaminati separatamente. Nel caso Matrice Digitale erano state già documentate difficoltà legate alla promozione di contenuti giornalistici che citavano figure politiche e altri temi sensibili. L’inchiesta Google, Ciulli e il giornalismo di qualità smentito dall’intelligenza artificiale aveva inoltre sollevato il problema dei contenuti di inchiesta giudicati problematici ai fini della pubblicità, pur essendo costruiti con finalità di cronaca e denuncia.
Questi episodi mostrano il rischio economico dell’integrazione tra distribuzione, moderazione e monetizzazione, ma non dimostrano da soli che Google abbia chiuso uno specifico account Ads dopo avere incassato investimenti pubblicitari. Per accertare anche quella condotta servono le comunicazioni di sospensione, la cronologia delle campagne e la documentazione economica dei pagamenti. Resta comunque il problema di fondo:
Google può essere contemporaneamente il soggetto al quale un editore paga per ottenere visibilità, quello che remunera gli spazi pubblicitari e quello che applica restrizioni alla distribuzione dei contenuti.
Una concentrazione di funzioni commerciali che rende ancora più importante l’esistenza di procedure trasparenti e rimedi realmente accessibili.
L’Ordine dei giornalisti non risponde alla PEC, ma trova il tempo per studiare gli algoritmi
E mentre Google decideva il destino del canale YouTube, si consumava una seconda vicenda, questa volta tutta italiana. Il direttore di Matrice Digitale ha inviato una PEC alle istituzioni competenti e agli organismi professionali, contestando le sospensioni e chiedendo tutela. Hanno risposto AGCOM, il Garante per la protezione dei dati personali e lo studio legale che rappresenta Meta in Italia. Non hanno mai risposto alla PEC l’Ordine nazionale dei giornalisti.
Non si tratta di una risposta insoddisfacente o di un parere privo di utilità. Si tratta della mancata risposta alla comunicazione inviata da un iscritto che denunciava un problema riguardante la propria attività professionale.
La vicenda è stata raccontata nell’inchiesta Meta sblocca Matrice Digitale, lo Stato resta in silenzio. Il Garante Privacy ha indicato i limiti delle proprie competenze, AGCOM ha richiamato la procedura formale di reclamo prevista dal DSA e lo studio legale italiano di Meta ha rinviato alla società competente in Irlanda. Sono riscontri che non hanno necessariamente prodotto una soluzione, ma almeno hanno documentato una risposta.

L’Ordine, invece, non ha risposto.
L’Ordine studia ciò che non riesce a tutelare
Il problema diventa ancora più interessante quando si osservano le iniziative dell’organismo professionale. Nel giugno 2026 l’Ordine ha presentato il rapporto sulla verosimiglianza e sui nuovi scenari del giornalismo digitale, dedicato al ruolo degli algoritmi, dell’intelligenza artificiale e delle piattaforme nella produzione e distribuzione delle notizie. Il documento contiene contributi di studiosi e specialisti, ma non rappresenta una nuova indagine quantitativa. È soprattutto un lavoro interpretativo costruito su ricerche già disponibili, una scelta dichiarata nella nota metodologica del rapporto. Non c’è nulla di illegittimo nell’organizzare studi e convegni.
La questione è capire perché un organismo professionale che possiede tempo e risorse per studiare gli effetti delle piattaforme non riesca nemmeno a rispondere alla PEC di un giornalista che denuncia di averli subiti direttamente.
L’Ordine non ha il potere di annullare autonomamente un ban di YouTube, e attribuirgli questa responsabilità sarebbe scorretto. Ma una risposta, un orientamento, una presa di posizione pubblica o un intervento professionale di sostegno sono questioni differenti dall’esercizio di poteri sanzionatori contro Google.
Non poter riattivare un account non significa non poter rispondere a un iscritto.
L’Ordine buca perfino una notizia che una studentessa trasforma in una tesi
E il paradosso raggiunge il suo punto più alto quando l’Ordine dei giornalisti finisce per bucare una notizia che riguarda direttamente i limiti della propria funzione di rappresentanza. Una studentessa della Sapienza Università di Roma dedica un intero elaborato di laurea alle piattaforme digitali, alla moderazione dei contenuti e alla libertà di espressione, scegliendo come caso di studio proprio Matrice Digitale. Giulia Celeste, nel corso di laurea in Comunicazione, tecnologie e culture digitali e con la relatrice Maria Romana Allegri, ricostruisce una vicenda nella quale Google chiude il canale YouTube di una testata giornalistica, Meta sospende i profili social, il direttore presenta ricorsi e successivamente si rivolge alle istituzioni italiane. La ricerca analizza il Digital Services Act, le comunicazioni ricevute e le difficoltà incontrate nell’ottenere una tutela tempestiva, arrivando a descrivere il potere di moderazione delle piattaforme come un problema concreto per la libertà della stampa digitale.
La tesi universitaria arriva un anno dopo, quando la tutela sarebbe già servita
La vicenda è stata successivamente ricostruita nell’elaborato finale di Giulia Celeste per il corso di laurea in Comunicazione, tecnologie e culture digitali della Sapienza. La ricerca analizza i provvedimenti di Google e Meta, il contesto giuridico del DSA e le risposte istituzionali ricevute dal direttore di Matrice Digitale. Ma la tesi arriva circa un anno dopo i fatti dell’ottobre 2025 e non può diventare una risposta alla mancata tutela professionale nel momento in cui si è verificato il blocco. È un documento accademico utile a ricostruire la vicenda, non uno strumento che abbia potuto impedirne le conseguenze. L’elaborato non costituisce nemmeno una sentenza che accerti definitivamente violazioni del DSA da parte delle piattaforme, pur individuando criticità procedurali e proponendo una precisa interpretazione giuridica. Il fatto documentato e contestato rimane precedente: la PEC inviata durante la controversia del 2025 non ha ricevuto risposta dall’Ordine nazionale e da quello campano. La ricerca successiva conferma l’interesse pubblico della vicenda, ma non cancella la distanza temporale tra il momento in cui sarebbe stato necessario intervenire e quello in cui il caso è diventato oggetto di studio. Ed è questo che rende particolarmente grottesca la situazione.
Mentre il giornalismo digitale diventa materia di ricerca universitaria, il giornalista che ha bisogno di una risposta concreta deve continuare ad affrontare da solo una multinazionale tecnologica.
La campagna sulla libertà di stampa arriva dopo il silenzio istituzionale
Il 19 ottobre 2026 l’Ordine ha lanciato anche la campagna Hai il diritto di saperlo, realizzata in collaborazione con Comin & Partners e dedicata al valore del giornalismo professionale, alla verifica delle fonti e alla libertà di informazione. Il principio è condivisibile.
Ma il diritto dei cittadini a ricevere informazioni attendibili dovrebbe essere accompagnato dalla possibilità per i giornalisti di continuare a distribuirle senza rimanere privi di assistenza quando una piattaforma ne interrompe l’attività.
Il problema non è la campagna in sé. È la distanza tra la rivendicazione pubblica del valore della professione e l’esperienza concreta di chi ha chiesto una risposta all’organismo professionale senza riceverla. Il paradosso si completa leggendo i dati dell’Osservatorio AGCOM sul giornalismo 2026: il lavoro autonomo riguarda il 51,7% dei giornalisti e dei comunicatori, mentre la retribuzione media dei professionisti indipendenti risulta inferiore del 76% rispetto a quella dei dipendenti. È la fotografia di una categoria economicamente fragile, che dipende sempre più dal web proprio quando la distribuzione digitale viene concentrata nelle mani di pochi operatori.
E allora la domanda diventa semplice: a cosa serve certificare l’appartenenza a una professione se poi l’organismo professionale non è capace di offrire un riscontro a chi denuncia di essere stato escluso da uno dei principali canali di distribuzione della propria attività?
L’equo compenso non può diventare il paravento del potere delle piattaforme
Le celebrazioni sull’equo compenso rappresentano l’ultimo elemento di questa contraddizione. Google rivendica gli accordi con gli editori, le istituzioni difendono la disciplina dei diritti connessi e le organizzazioni professionali chiedono giustamente che una parte del valore torni agli autori. Ma pagare alcuni editori per determinati utilizzi dei loro contenuti non risolve automaticamente il problema del controllo algoritmico sulla distribuzione delle notizie. Un sistema può riconoscere economicamente il diritto d’autore e contemporaneamente presentare criticità nel funzionamento dei ricorsi contro le sospensioni, nella trasparenza delle raccomandazioni e nella sostenibilità delle realtà editoriali escluse dai principali programmi commerciali. La questione era stata affrontata nell’inchiesta Equo compenso, la festa degli editori: chi incassa davvero da Google e Meta?, che distingueva il riconoscimento formale del diritto dalla possibilità concreta delle singole imprese di negoziare accordi e ricevere pagamenti.
Se Google presenta la propria attività commerciale come una forma di tutela del giornalismo, deve accettare che quella rappresentazione venga confrontata anche con il comportamento dei suoi sistemi nei confronti delle testate che non partecipano ai programmi di remunerazione.
Il vero problema non è stabilire quanti soldi Google dichiari di avere destinato al settore, ma comprendere quali condizioni economiche e tecnologiche permettano a una testata di continuare a esistere indipendentemente dalla benevolenza commerciale della piattaforma.
Il brindisi di Ciulli dovrebbe lasciare spazio a qualche domanda
Alla fine rimangono tre vicende che raccontano meglio di qualsiasi campagna pubblicitaria la condizione dell’informazione italiana. Diego Ciulli festeggia il primato di Google nel SIC e rivendica il finanziamento di migliaia di canali informativi. AGCOM chiede alla Commissione europea di valutare possibili criticità dei servizi AI di Google rispetto al DSA. L’Ordine dei giornalisti continua a studiare gli algoritmi, ma non ha risposto alla PEC inviata da una testata giornalistica durante una controversia concreta con le piattaforme. Sono fatti distinti, ma metterli a confronto è necessario per comprendere la distanza tra la narrazione istituzionale e la realtà operativa del giornalismo indipendente. Non è necessario sostenere che Google abbia deliberatamente organizzato una censura contro Matrice Digitale per individuare criticità nelle procedure di moderazione. Non occorre nemmeno attribuire a Ciulli responsabilità personali per una decisione assunta da YouTube.
È sufficiente chiedere conto pubblicamente delle dichiarazioni con le quali Google rivendica di tutelare il giornalismo, confrontandole con le decisioni delle sue piattaforme e con gli atti delle autorità di vigilanza.
Il principio vale anche per l’Ordine. Nessuno pretende che un organismo professionale possa sostituirsi ad AGCOM, alla Commissione europea o a un tribunale. Ma rispondere a una PEC e fornire orientamento a un proprio iscritto non richiede poteri straordinari. Forse il prossimo brindisi di Google potrebbe quindi essere accompagnato da una spiegazione più dettagliata su come vengano realmente riesaminati i ban dei giornalisti, da quali garanzie siano offerte a chi investe sulla piattaforma e da quali strumenti permettano agli editori indipendenti di contestare decisioni che possono compromettere la loro sopravvivenza economica. E l’Ordine, prima di organizzare l’ennesima iniziativa sulla libertà di stampa, potrebbe cominciare da qualcosa di meno impegnativo di una ricerca universitaria: rispondere alle richieste dei propri iscritti e riconoscere quando una vicenda che li riguarda assume anche un interesse giornalistico e accademico. Perché il giornalismo non è libero quando una multinazionale decide di finanziare soltanto determinate attività, mentre gli altri devono sperare di superare i filtri dei suoi algoritmi.
Il giornalismo è libero quando può esercitare il proprio ruolo anche senza dover ringraziare Google per avergli concesso visibilità, monetizzazione e accesso al pubblico.
E se il primo operatore economico del mercato italiano dei media vuole festeggiare il pluralismo, dovrebbe almeno accettare che qualcuno gli ricordi una cosa:
il pluralismo non è un contributo economico che Google distribuisce agli editori. È un principio democratico che deve poter sopravvivere anche alle decisioni di Google.
Quanto all’Ordine dei giornalisti, resta una constatazione particolarmente scomoda:
può pubblicare tutte le ricerche che vuole sui pericoli della società digitale, ma dovrebbe prima dimostrare di saper riconoscere una notizia e rispondere a un giornalista quando quella notizia riguarda la sua libertà di lavorare.
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