Economia italiana tra PIL e consumi

L’economia italiana si ferma mentre i prezzi corrono: PIL a zero nel trimestre e inflazione al 5,4%

📌 In Sintesi

  • Il PIL italiano si ferma nel terzo trimestre del 2026. L’ISTAT registra una variazione congiunturale nulla e una crescita dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’industria arretra, mentre servizi e agricoltura sostengono l’attività economica.
  • L’inflazione accelera al 5,4% mentre le retribuzioni crescono più lentamente. I prezzi aumentano soprattutto per effetto dell’energia. A settembre le retribuzioni contrattuali salgono del 2,5% annuo, contro un’inflazione del 4,2% nello stesso mese.
  • La crescita acquisita dello 0,8% mette sotto pressione le previsioni economiche. Il governo indica un aumento del PIL dell’1% per il 2026, ma la stagnazione estiva, la debolezza industriale e il costo dell’energia rendono più difficile raggiungere l’obiettivo.

L’economia italiana smette di crescere proprio mentre le famiglie devono affrontare una nuova accelerazione dei prezzi. Nel terzo trimestre del 2026, il PIL rimane invariato rispetto ai tre mesi precedenti, mentre l’aumento su base annua si ferma allo 0,8%. La fotografia pubblicata dall’ISTAT il 30 ottobre mostra un Paese nel quale servizi e agricoltura compensano la contrazione dell’industria, ma non riescono a produrre un’espansione complessiva. Nello stesso giorno, le stime preliminari sull’inflazione registrano un aumento dei prezzi del 5,4% a ottobre, contro il 4,2% di settembre. Il divario tra crescita economica e costo della vita diventa così il problema centrale per famiglie, imprese e governo. A complicare il quadro intervengono la debolezza della domanda estera, la pressione energetica e una dinamica salariale che fatica a seguire quella dei prezzi.

Il PIL italiano resta fermo nel terzo trimestre: cosa indicano i dati ISTAT

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La stima preliminare del PIL relativa al terzo trimestre 2026 pubblicata dall’ISTAT certifica una variazione congiunturale dello 0,0%, mentre la crescita rispetto al periodo luglio-settembre del 2025 raggiunge lo 0,8%. I valori sono espressi in termini reali, attraverso misure concatenate con anno di riferimento 2020, e sono corretti per la stagionalità e per gli effetti del calendario. La distinzione è fondamentale: il risultato trimestrale nullo non significa che l’economia italiana abbia perso tutto il valore prodotto nell’anno precedente, ma che tra il secondo e il terzo trimestre del 2026 non si registra alcun incremento del volume complessivo della produzione. La variazione annua rimane positiva perché il livello dell’attività economica continua a essere superiore a quello dello stesso trimestre del 2025.

Il rallentamento emerge dal confronto con i dati precedenti. Nel secondo trimestre il PIL era aumentato dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1% su base annua. Tra luglio e settembre, invece, l’espansione congiunturale si interrompe e il tasso tendenziale diminuisce di due decimi di punto. La stima preliminare viene diffusa a circa trenta giorni dalla conclusione del periodo osservato e potrà essere rivista nelle successive pubblicazioni dei conti nazionali, quando saranno disponibili informazioni più complete sulle singole componenti economiche. Non rappresenta dunque il dato definitivo dell’intero 2026, ma costituisce una prima indicazione ufficiale sullo stato dell’economia nella seconda metà dell’anno. L’ISTAT segnala inoltre che il terzo trimestre comprende quattro giornate lavorative in più rispetto al precedente e una in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Il dato è rilevante perché il confronto economico viene depurato dagli effetti del calendario: il risultato di stagnazione non può quindi essere spiegato semplicemente attraverso una diversa distribuzione dei giorni lavorativi. Il problema riguarda la capacità dell’apparato produttivo di aumentare il valore aggiunto, in un contesto nel quale alcune attività continuano a espandersi mentre altre registrano una contrazione.

Industria in calo, servizi in crescita: le due velocità dell’economia italiana

La composizione del PIL rivela una frattura tra i principali comparti produttivi. Secondo la stima ufficiale, servizi e agricoltura registrano un aumento del valore aggiunto, mentre l’industria presenta una diminuzione. La crescita delle prime due componenti compensa quindi la debolezza industriale senza riuscire a trasformarla in un risultato positivo per l’intera economia. L’ISTAT non attribuisce nella stima preliminare un valore percentuale specifico alla contrazione industriale del trimestre, motivo per cui non è corretto confondere questo dato con gli indicatori mensili della produzione manifatturiera. La direzione del movimento, tuttavia, appare coerente con altre informazioni congiunturali già diffuse dall’istituto.

Il comunicato sulla produzione industriale di agosto 2026 registra infatti una diminuzione dell’1,3% rispetto a luglio, mentre nella media del periodo giugno-agosto l’indice destagionalizzato scende dell’1,1% rispetto ai tre mesi precedenti. Ad agosto aumenta soltanto la produzione energetica, con un progresso mensile del 2,8%, mentre diminuiscono i beni strumentali dello 0,9%, i beni di consumo dell’1,2% e i beni intermedi dell’1,8%. Il confronto annuo evidenzia una produzione complessiva invariata, ma nasconde differenze significative tra comparti: il settore tessile e dell’abbigliamento perde il 14%, la chimica l’11,4% e la produzione di computer, elettronica e strumenti ottici il 9,9%. La debolezza dell’industria rappresenta un problema strutturale per un Paese nel quale il sistema manifatturiero continua a sostenere esportazioni, occupazione qualificata e una parte importante degli investimenti privati. Quando diminuisce la produzione di beni intermedi e strumentali, il rallentamento può propagarsi lungo le filiere attraverso una minore domanda di componenti, macchinari e servizi collegati. Non tutti i settori subiscono le stesse conseguenze, perché le attività più esposte alla domanda internazionale reagiscono diversamente rispetto a quelle concentrate sul mercato interno. Tuttavia, il mancato contributo positivo dell’industria rende più difficile sostenere una crescita duratura facendo affidamento soltanto sui servizi.

Crescita acquisita dello 0,8%: il governo punta ancora all’1%

Uno degli indicatori più importanti contenuti nella stima preliminare è la crescita acquisita per il 2026, pari allo 0,8% e corretta per gli effetti del calendario. Questa misura rappresenta l’incremento annuo che si otterrebbe se il livello del PIL rimanesse invariato nell’ultimo trimestre dell’anno. Non significa che l’economia sia destinata a chiudere necessariamente il 2026 con quella variazione, ma offre un punto di riferimento per valutare quanto la crescita già realizzata contribuisca al risultato annuale. Il dato acquisito resta invariato rispetto al trimestre precedente proprio perché tra luglio e settembre non si verifica un’ulteriore espansione. Il confronto con le previsioni governative rende evidente la difficoltà. Il Documento programmatico di finanza pubblica 2026, approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre, indica una crescita reale dell’1% per l’anno in corso. Il valore è riportato nel portale istituzionale OpenBDAP della Ragioneria generale dello Stato, che pubblica anche gli altri indicatori utilizzati per il quadro di finanza pubblica. La distanza tra lo 0,8% acquisito e l’1% previsto non costituisce automaticamente uno scostamento definitivo: per raggiungere l’obiettivo servirebbe però un contributo positivo dell’ultimo trimestre, oppure una revisione favorevole dei dati già pubblicati.

La distinzione tra previsione, crescita acquisita e risultato definitivo è essenziale per evitare letture improprie dei dati. L’1% rappresenta lo scenario governativo elaborato sulla base delle informazioni disponibili al momento della programmazione, mentre lo 0,8% acquisito deriva dall’andamento del PIL effettivamente stimato fino a settembre. Nessuno dei due valori descrive ancora con certezza il risultato finale dell’intero anno. La stagnazione del terzo trimestre costituisce tuttavia un segnale negativo per le prospettive di accelerazione, soprattutto perché coincide con un peggioramento della situazione dei prezzi e con la debolezza di importanti settori industriali. Per il governo, il problema non si limita al raggiungimento di un obiettivo statistico. Una crescita inferiore alle attese può ridurre lo spazio economico disponibile per sostenere programmi di investimento e politiche di bilancio, mentre eventuali pressioni sulla spesa pubblica devono essere affrontate nel rispetto dei vincoli europei e degli impegni già assunti. Le decisioni relative alla manovra 2027 dovranno quindi confrontarsi con dati che indicano un’economia meno dinamica di quanto auspicato.

Export italiano sotto pressione: cala la domanda estera netta

Dal lato della domanda, l’ISTAT individua un contributo positivo della componente nazionale, comprese le variazioni delle scorte, e un contributo negativo della domanda estera netta. Il risultato significa che il mercato interno sostiene l’attività economica, mentre la differenza tra esportazioni e importazioni di beni e servizi sottrae crescita al PIL nel trimestre. La stima preliminare non quantifica ancora il contributo di ciascuna componente attraverso le consuete tavole dettagliate, ma permette di identificare la direzione generale del fenomeno. Il commercio internazionale presenta una situazione articolata. Nel comunicato ISTAT sull’interscambio con i Paesi extra UE relativo a settembre, le esportazioni diminuiscono dell’1,3% rispetto ad agosto, mentre le importazioni aumentano dell’1,4%. Nello stesso periodo scendono soprattutto le vendite di energia e beni strumentali, mentre cresce l’acquisto di prodotti energetici. Su base annua, tuttavia, l’export verso i mercati extraeuropei aumenta del 5,4%, dimostrando che la flessione mensile non può essere interpretata come un calo uniforme di tutte le esportazioni. Anche il dato trimestrale extra UE presenta una dinamica diversa: tra luglio e settembre le esportazioni aumentano del 3% rispetto al trimestre precedente e le importazioni diminuiscono dell’1,6%.

Questi risultati non contraddicono il contributo negativo della domanda estera netta al PIL, perché l’interscambio extra UE rappresenta soltanto una parte delle relazioni commerciali complessive. I conti nazionali includono anche le operazioni con gli altri Stati dell’Unione Europea, i servizi e gli aggiustamenti metodologici necessari al calcolo in volume. La distinzione impedisce di utilizzare un singolo indicatore del commercio estero per spiegare automaticamente l’intero andamento del prodotto interno lordo. Rimane significativo il rapporto con gli Stati Uniti. A settembre 2026 le esportazioni italiane verso il mercato americano diminuiscono del 6,6% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre crescono le vendite verso Cina, Svizzera e alcuni mercati asiatici. Il commercio italiano è quindi esposto contemporaneamente a un rallentamento di alcune destinazioni tradizionali e a una redistribuzione delle opportunità internazionali. La capacità delle imprese di diversificare gli sbocchi commerciali diventa fondamentale, ma richiede investimenti, stabilità contrattuale e filiere produttive competitive.

Inflazione al 5,4%: l’energia accelera e pesa sui consumi delle famiglie

Il dato che rende più difficile la situazione economica italiana riguarda i prezzi. Secondo le stime preliminari ISTAT sull’inflazione di ottobre 2026, l’indice nazionale dei prezzi al consumo NIC aumenta dello 0,9% rispetto a settembre e del 5,4% rispetto a ottobre 2025. L’inflazione accelera quindi sensibilmente rispetto al 4,2% registrato nel mese precedente, tornando su livelli che non si osservavano dall’agosto 2023. La pubblicazione è preliminare e il dato definitivo potrà essere aggiornato, ma la dimensione dell’aumento segnala una pressione economica significativa per le famiglie e per le attività produttive. La principale componente responsabile dell’accelerazione è l’energia, i cui prezzi aumentano complessivamente del 31,4% su base annua. Gli energetici regolamentati passano da una crescita del 25,8% a una del 59,5%, mentre quelli non regolamentati accelerano dal 22,5% al 29,4%. Anche gli alimentari non lavorati registrano un incremento più sostenuto, dal 5,5% al 7,5%, mentre i servizi relativi ai trasporti passano dall’1,6% al 3,1%. L’inflazione di fondo, calcolata escludendo energia e alimentari freschi, raggiunge il 2%, contro l’1,6% del mese precedente.

L’aumento dei prezzi energetici colpisce l’economia attraverso due canali differenti. Il primo riguarda direttamente le famiglie, che devono destinare una quota maggiore del reddito disponibile a consumi essenziali come riscaldamento, elettricità e trasporti. Il secondo interessa le imprese, soprattutto quelle per le quali l’energia costituisce una componente rilevante dei costi di produzione. Quando questi aumenti non possono essere assorbiti dai margini aziendali, una parte della pressione può essere trasferita sui prezzi finali, alimentando ulteriormente le difficoltà del sistema economico. L’ISTAT segnala che l’accelerazione dell’inflazione è ancora influenzata dal quadro geopolitico internazionale, particolarmente rilevante per l’approvvigionamento energetico. Il dato aiuta a comprendere perché un’economia caratterizzata da crescita debole possa contemporaneamente registrare forti aumenti dei prezzi. La stagnazione del PIL non garantisce automaticamente una riduzione dell’inflazione, soprattutto quando la pressione arriva da fattori energetici e internazionali anziché da un’espansione eccessiva della domanda interna.

Retribuzioni al 2,5% e prezzi al 4,2%: il potere d’acquisto resta sotto pressione

Le conseguenze dell’inflazione diventano ancora più evidenti confrontando l’andamento dei prezzi con quello delle retribuzioni contrattuali. Nel comunicato ISTAT relativo alle retribuzioni del periodo luglio-settembre 2026, l’indice delle retribuzioni orarie registra a settembre un incremento del 2,5% rispetto allo stesso mese del 2025, senza variazioni rispetto ad agosto. Nello stesso mese, l’inflazione generale aveva raggiunto il 4,2%, creando un divario di 1,7 punti percentuali tra la crescita dell’indice dei prezzi e quella delle retribuzioni contrattuali. Si tratta di indicatori diversi, che non consentono da soli di quantificare il potere d’acquisto di tutte le famiglie, ma mostrano chiaramente una dinamica salariale inferiore alla crescita dei prezzi. Il risultato si inserisce in una situazione caratterizzata da rinnovi contrattuali non ancora completati. Alla fine di settembre, secondo l’ISTAT, 19 contratti collettivi nazionali risultano in attesa di rinnovo, coinvolgendo circa 2,5 milioni di lavoratori, dei quali 1,1 milioni nel settore privato e 1,4 milioni nella pubblica amministrazione. I contratti in vigore per la parte economica coprono l’80,8% dei dipendenti considerati nella rilevazione. La diversa distribuzione dei rinnovi contribuisce a produrre andamenti salariali differenti tra comparti, con aumenti tendenziali del 2,3% nel settore privato e del 3,2% nella pubblica amministrazione.

L’aumento dell’inflazione registrato a ottobre introduce un elemento ulteriore, ma non sarebbe corretto confrontare meccanicamente i salari di settembre con i prezzi di ottobre come se appartenessero allo stesso periodo statistico. Il confronto omogeneo disponibile riguarda le variazioni tendenziali di settembre. La nuova accelerazione dei prezzi segnala comunque un rischio per i mesi successivi, qualora le retribuzioni non recuperino il divario accumulato. La difficoltà riguarda anche il modello produttivo. Un sistema economico che cresce lentamente incontra maggiori ostacoli nel sostenere aumenti retributivi continuativi, mentre salari reali deboli possono limitare i consumi e rallentare ulteriormente la domanda. Produttività, retribuzioni e potere d’acquisto diventano così tre dimensioni dello stesso problema, che non può essere risolto esclusivamente attraverso misure temporanee contro il caro energia.

Occupazione stabile, ma il terzo trimestre perde 13.000 lavoratori

Il mercato del lavoro presenta un andamento meno negativo rispetto alla produzione industriale, ma contiene elementi di debolezza. Nel comunicato ISTAT su occupati e disoccupati di settembre 2026, il numero degli occupati raggiunge 24 milioni e 328.000 persone, sostanzialmente invariato rispetto al mese precedente. Il tasso di occupazione rimane al 63%, mentre quello di disoccupazione si attesta al 6,3%. Su base annua, l’occupazione aumenta dello 0,8%, pari a circa 198.000 persone in più rispetto a settembre 2025. Il confronto tra trimestri mostra però una situazione differente. Tra luglio e settembre 2026 il numero medio degli occupati diminuisce di 13.000 unità rispetto al periodo aprile-giugno, corrispondenti a una variazione dello 0,1%. Nello stesso confronto aumentano le persone in cerca di lavoro, mentre diminuisce il numero degli inattivi. La dinamica non configura da sola una crisi occupazionale generalizzata, ma segnala che la stabilità del dato mensile convive con una lieve contrazione dell’occupazione media trimestrale.

L’andamento del mercato del lavoro va inoltre interpretato considerando la diversa composizione delle forme contrattuali. A settembre diminuiscono i dipendenti permanenti rispetto ad agosto, mentre aumentano quelli a termine. Su base annua crescono entrambe le categorie e anche il lavoro autonomo, dimostrando che il quadro cambia significativamente a seconda dell’orizzonte temporale utilizzato. Il risultato impedisce di ridurre l’analisi a una contrapposizione tra aumento o diminuzione dell’occupazione. La questione di fondo è la qualità e la produttività del lavoro, soprattutto in un sistema industriale sottoposto a trasformazioni tecnologiche e pressioni competitive. Le prospettive occupazionali devono essere valutate anche alla luce della trasformazione del mercato del lavoro indotta dall’intelligenza artificiale, che modifica le competenze richieste alle imprese e può influire sulla distribuzione delle opportunità professionali. Una crescita occupazionale superiore a quella della produzione non garantisce automaticamente un aumento della produttività o delle retribuzioni reali, rendendo indispensabile distinguere la quantità di lavoro dalla capacità del sistema economico di generare maggiore valore.

Fiducia dei consumatori in calo: le famiglie vedono peggiorare l’economia

La percezione delle famiglie conferma le difficoltà evidenziate dai dati macroeconomici. Secondo la rilevazione ISTAT sul clima di fiducia di ottobre 2026, l’indice dei consumatori diminuisce da 91,2 a 90,3 punti, mentre la componente relativa alla situazione economica generale scende da 88 a 82,9. Il peggioramento riguarda soprattutto il giudizio sull’andamento dell’economia, le aspettative sulla disoccupazione e la convenienza di effettuare acquisti di beni durevoli. La riduzione della fiducia non equivale automaticamente a un calo dei consumi effettivi, ma rappresenta un indicatore importante delle intenzioni e delle preoccupazioni delle famiglie.

Le imprese mostrano invece una dinamica più articolata. L’indice composito della fiducia aumenta da 95,9 a 96,6, sostenuto principalmente dai servizi di mercato e, in misura minore, dalle costruzioni. Nella manifattura l’indicatore rimane stabile a 91,9, mentre nel commercio al dettaglio diminuisce da 104,3 a 100,7. I dati confermano dunque una divergenza tra comparti, coerente con un’economia nella quale alcune attività continuano a sostenere la produzione mentre altre affrontano un rallentamento. Il peggioramento della fiducia dei consumatori costituisce un problema soprattutto quando coincide con l’accelerazione dei prezzi. Le famiglie possono decidere di rinviare acquisti importanti, ridurre spese discrezionali o aumentare il risparmio precauzionale, limitando la domanda di beni e servizi. Non è possibile attribuire automaticamente queste scelte all’intera popolazione, ma la direzione degli indicatori suggerisce un aumento dell’incertezza economica. La domanda interna sostiene ancora il PIL, ma il deterioramento delle aspettative rende meno prevedibile la sua capacità di continuare a farlo nei mesi successivi.

Debito pubblico al 138,1% del PIL previsto: la crescita debole complica la manovra

Il rallentamento del PIL assume un significato ulteriore nel contesto della finanza pubblica. Il quadro tendenziale contenuto nel Documento programmatico di finanza pubblica 2026 prevede un debito pubblico pari al 138,1% del PIL e un indebitamento netto del 2,9% del prodotto interno lordo. Si tratta di previsioni ufficiali, non dei risultati definitivi dell’anno. Il loro equilibrio dipende dalla crescita economica, dalle entrate tributarie, dall’andamento della spesa e dal costo del servizio del debito. Quando il prodotto interno lordo aumenta meno del previsto, anche i rapporti che utilizzano il PIL come denominatore possono risultare più difficili da migliorare, a parità delle altre condizioni. Il dato non autorizza a concludere che la stagnazione del terzo trimestre determini automaticamente un aumento del debito pubblico o una violazione degli obiettivi di bilancio. Le variabili da considerare comprendono anche il saldo primario, gli interessi, le entrate fiscali e gli eventuali scostamenti nella spesa, mentre le successive revisioni statistiche possono modificare la base del confronto. Il rallentamento introduce tuttavia un rischio aggiuntivo nella programmazione economica, perché riduce il margine disponibile per ottenere risultati migliori senza intervenire su altre componenti del bilancio.

Il governo deve contemporaneamente affrontare l’inflazione energetica, la necessità di sostenere il sistema produttivo e l’attuazione degli investimenti pubblici. Una crescita insufficiente rende più complesso conciliare queste esigenze con gli impegni europei di finanza pubblica. Il problema non riguarda esclusivamente la disponibilità immediata di fondi, ma anche l’efficacia della loro destinazione: investimenti capaci di aumentare produttività, capacità industriale e competitività possono avere conseguenze economiche differenti rispetto a interventi che sostengono temporaneamente la domanda senza modificare il potenziale produttivo. La nuova situazione impone quindi una valutazione più attenta dei programmi destinati a infrastrutture, energia e innovazione. La priorità economica diventa aumentare la capacità del Paese di produrre valore, evitando che il confronto pubblico si concentri soltanto sulla distribuzione delle risorse disponibili.

Digitale e intelligenza artificiale crescono più del PIL, ma non bastano a rilanciare il Paese

La stagnazione dell’economia italiana contrasta con l’espansione registrata in alcuni segmenti tecnologici. Il mercato digitale nazionale ha raggiunto 84,4 miliardi di euro nel 2025, crescendo del 3,4% secondo i dati Anitec-Assinform, con un ruolo crescente di cloud, cybersecurity, software e intelligenza artificiale. Si tratta di un comparto che presenta dinamiche differenti rispetto all’insieme dell’economia, ma la sua espansione non implica automaticamente un aumento equivalente della produttività nazionale. Il rapporto tra innovazione e crescita deve essere analizzato considerando la diffusione concreta delle tecnologie. Investire in software, infrastrutture cloud e sistemi di automazione può migliorare l’efficienza dei processi produttivi, ma gli effetti dipendono dalla capacità delle imprese di integrare tali strumenti, formare i lavoratori e riorganizzare le attività. L’acquisto di tecnologia non coincide automaticamente con un aumento del valore aggiunto prodotto sul territorio, soprattutto quando una parte rilevante della spesa viene destinata a servizi e componenti forniti da operatori esteri.

La questione richiama la dipendenza europea dalle infrastrutture cloud e dalle tecnologie controllate prevalentemente da grandi aziende statunitensi. La crescita dei servizi digitali può accompagnarsi a un aumento della domanda di prodotti importati, licenze software e capacità computazionale acquistata all’estero. Questo non annulla il valore degli investimenti, ma rende necessario valutarne gli effetti sulla bilancia commerciale, sulle competenze locali e sulla capacità delle imprese italiane di sviluppare prodotti e servizi esportabili. Per trasformare l’innovazione in crescita economica occorre quindi collegare digitalizzazione, politica industriale, formazione e investimenti produttivi. Il potenziale dell’intelligenza artificiale deve essere misurato attraverso risultati concreti, come maggiore efficienza, incremento della produzione, sviluppo di nuovi mercati e miglioramento dei servizi. Senza questi passaggi, il rischio è costruire un mercato tecnologico in espansione che convive con una manifattura debole e con salari reali incapaci di recuperare il potere d’acquisto perduto.

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La crescita italiana si gioca tra industria, salari e costo dell’energia

La fotografia economica di fine ottobre mostra un Paese che non entra automaticamente in recessione, ma interrompe la propria espansione trimestrale. La crescita annua dello 0,8% rimane positiva, mentre la domanda interna continua a fornire un contributo al prodotto interno lordo. Tuttavia, la diminuzione del valore aggiunto industriale, il contributo negativo della domanda estera e il peggioramento delle aspettative dei consumatori indicano che la capacità di sostenere un’accelerazione appare limitata. Il problema più urgente riguarda il rapporto tra attività economica e costo della vita. Un’inflazione al 5,4% accompagnata da retribuzioni contrattuali che crescono più lentamente riduce il margine di spesa delle famiglie, mentre l’aumento dei costi energetici esercita pressione sulle imprese. La debolezza della crescita rende inoltre più difficile recuperare gli squilibri attraverso un’espansione dei redditi e della produzione.

Il quarto trimestre diventa quindi decisivo per verificare se l’economia riuscirà a superare la fase di stagnazione e ad avvicinarsi alle previsioni governative. Saranno importanti i successivi dati su produzione industriale, commercio estero, occupazione, salari e consumi, insieme alle revisioni dei conti nazionali. Nessuno di questi indicatori può essere considerato isolatamente, perché la crescita dipende dall’equilibrio tra domanda, capacità produttiva, competitività e prezzi. Per l’Italia la questione strategica va oltre il risultato di un singolo trimestre. La sostenibilità dei conti pubblici, la qualità dell’occupazione e il recupero del potere d’acquisto richiedono una base produttiva capace di aumentare il valore generato dall’economia. Le opportunità offerte dalla digitalizzazione possono contribuire a questo obiettivo, ma non sostituiscono la necessità di affrontare il costo dell’energia e la debolezza industriale.

Il dato centrale rimane quello certificato dall’ISTAT: il PIL non cresce tra luglio e settembre mentre i prezzi accelerano. Il Paese conserva una crescita annua positiva, ma la distanza tra produzione, retribuzioni e costo della vita evidenzia una fragilità economica che non può essere compensata soltanto dalle aspettative sui prossimi investimenti. La sfida per il governo e per le imprese consiste nel trasformare la crescita nominale di prezzi e fatturati in maggiore produttività, redditi reali e capacità industriale, condizioni indispensabili per evitare che la stagnazione diventi una caratteristica persistente dell’economia italiana.

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