Connect with us

Inchieste

La propaganda occidentale ha perso: ecco le armi “spuntate” messe in campo dai media

Pubblicato

il

Condividi questo contenuto
Tempo di lettura: 11 minuti.

L’informazione può fare molti danni ed il caso Tortora lo ha dimostrato già a suo tempo in modo esauriente. Quanto osservato fino ad oggi della guerra tra Russia e Ucraina non è altro che una strategia coordinata e cross mediale per spingere determinate informazioni con una finalità di legittimazione popolare verso le scelte del Governo.

Nessuno può negare l’orientamento dell’esecutivo Draghi, la storia professionale e curriculare del premier è eloquente, ma l’Italia ha dimostrato molta maturità nei confronti di una attività nemmeno camuffata della stampa che ha deciso da subito l’indirizzo editoriale da seguire perdendo ulteriori consensi e regalando nuovi utenti ai gruppi Telegram o ai social come Twitter , utilizzato dagli stessi giornalisti come fonte di notizie, e TikTok dove si annida spesso la disinformazione.

L’informazione sul conflitto russo ucraino ha vissuto fino ad oggi tre fasi:

  • Chiusura totale e censura
  • Apertura a pensieri dissidenti
  • Equilibrio

Proviamo a dare una lettura analitica sulle tesi che motivano questa classificazione temporale dell’informazione nei primi 60 giorni di guerra, usando come riferimento fatti che si sono manifestati nel mondo in coincidenza con molte delle linee politiche e programmatiche dettate da soggetti esterni al BelPaese.

L’inizio della propaganda occidentale

In primo luogo, scoppiata la guerra, si è chiuso da subito il perimetro delle informazioni provenienti dalla Russia soprattutto quando sono iniziate le prime sanzioni ed è stata individuata la strategia da parte della NATO di descrivere il nemico, unitamente ai suoi fedelissimi oligarchi, come un animale, criminale e indegno di avere a che fare con l’Occidente.

Il primo effetto, scaturito dalla primissima censura verso la libertà di espressione attuata dall’Unione Europea verso le redazioni russe, è stato quello dell’allontanamento delle voci e dei pareri di tutti coloro che non erano d’accordo con la narrativa intrapresa dalla diplomazia atlantica. Tra i vari esempi c’è quello della sospensione dei collegamenti da Mosca motivati dall’introduzione della legge che prevede 15 anni di carcere per chi formula considerazioni non in linea con il Cremlino e che ha necessitato di una tutela preventiva dei giornalisti impegnati sul suolo russo.

Tutti noi conosciamo la storia della giornalista russa che ha esibito un cartello “blasfemo“, perchè controcorrente, nella televisione gestita dal Governo di Putin dove lavorava ed è stata posta in stato di fermo dalle Autorità Russe, le quali hanno comminato una multa salatissima considerando gli standard dei salari del paese. L’evento più interessante di questa storia, però, è stato l’epilogo: la giornalista non è in carcere e collabora attualmente con un giornale tedesco dove scrive quello che le pare.

Questo non vuol dire, sia chiaro, dimenticare le vittime che il governo di Mosca ha totalizzato nel tempo e che lo collocano tra i primi posti con le 300 “penne” spezzate in 15 anni, ma non si può non evidenziare che il problema non fosse la “salute” dei giornalisti inviati dall’estero, bensì altro.

Quell’altro è rappresentato dal fatto che l’isolamento della Russia, ha fornito agli occidentali un’unica scena narrata secondo le veline di alcune agenzie internazionali che ancora oggi traggono spunto dalle fonti dell’intelligence Ucraina.

Un passaggio sui servizi segreti ucraini è dovuto per aiutare a comprendere come spesso la comunicazione sia gestita in guerra dall’intelligence e non esclusivamente dai giornalisti che hanno l’obbiettivo di raccontare quello che vedono. Il presidente Zelensky ha emendato nel pacchetto di leggi marziali del suo paese anche un regolamento che assegna la comunicazione del governo ad una associazione americana inserita da tempo sul suolo ucraino. Non è escluso che le comunicazioni ai media atlantici siano filtrati dalle due agenzie dei paesi coinvolti attivamente nel conflitto: Inghilterra e USA

Guarda caso da quando sono scoppiati i primi tafferugli del 2014, leggi qui la notizia.

In un momento dove l’occidente non aveva voci alternative e dove molti si sono dovuti affidare ai canali Telegram e addirittura alla cinese TikTok per avere un informazione non censurata, la qualità delle informazioni non sempre è eccellente.

L’informazione italiana ha seguito in modo coordinato la politica editoriale presente sui maggiori social occidentali: censura totale, stretta sui profili, algoritmi di visibilità potenziati più per l’asse Nato-Ucraina-Europa. Per indurre molti creatori di contenuti ad osservare questo suggerimento, liberi da logiche editoriali perché imprenditori di se stessi sul web, si è da subito colpita la monetizzazione dei contenuti considerati controversi ed è facile intuire il parametro di valutazione dello status “controverso” se le aziende hanno residenza legale negli USA.

Questa operazione ha sortito due effetti:

  • Meno contenuti sul tema di non giornalisti perché impauriti da penalizzazioni e mancati guadagni
  • Con l’esclusione delle testate russe dai social, si è imbottigliata la comunicazione e la promozione di informazioni pilotate sull’asse atlantico, creando così una voce unica sulla narrazione della guerra.

Nonostante la partita fosse chiusa, ci hanno pensato gli stessi media ed i stessi giornalisti a commettere dei gravi errori che ne hanno pregiudicato la propria reputazione:

  • Negare l’esistenza del Battaglione Azov, con addirittura articoli di vecchia data cancellati dai siti, come nel caso de La Stampa.
  • Negare l’esistenza di un fronte ultranazionalista con simbologia nazista che da tre anni conviveva con un presidente di origine ebraica, che ne ha accolto in parte nell’esercito che utilizza anche esso simboli che ricordano le stagioni del Reich.
  • Negare gli interessi diretti del presidente degli Stati Uniti in Ucraina con il figlio a rappresentarlo
  • Negare l’esistenza di una forte attività americana sul territorio da anni con sovvenzionamenti di media e associazioni di protesta
  • Utilizzare video “fake” della guerra
  • Utilizzare frame di videogiochi per descrivere bombardamenti e azioni belliche in corso
  • Qualche scivolone in tv come quello dell’Annunziata o dei giornalisti inviati che mimavano una corsa ai ripari da finti scoppi o attacchi aerei.
  • L’annuncio ripetuto della fine degli armamenti russi dopo appena 10 giorni. Ad oggi siamo ancora in guerra.
  • Lo sminuire che ci sarebbero stati problemi di natura economica per gli italiani (dai sacrifici sui pochi gradi dei condizionatori, siamo arrivati in meno di una settimana con l’inflazione alle stelle e aumenti vertiginosi di benzina e bollette).
  • Aver sponsorizzato la cancel culture nei confronti della Russia
  • Nascondere l’esistenza della propaganda Ucraina e dell’Occidente

La lista non è completa, sfugge sicuramente qualcosa, ma è già abbastanza lunga per rendere l’idea di tutti gli errori commessi dall’informazione nella prima fase della guerra. Errori che non sono passati inosservati ad un popolo già tramortito, sedotto e tradito in occasione del COVID. D’altronde la pandemia è sempre stata considerata una “guerra contro un nemico invisibile” e chi non seguiva la linea imposta dallo stato “per vincere insieme“, era considerato un nemico della collettività.

Il Papa “filoputin” che ha salvato la diversità dell’informazione

Tra le persone ostili della stampa “Atlantica” è finito anche Papa Francesco che ha rotto il muro di censura e propaganda eretto dall’Occidente per giustificare ogni scelta strategica indirizzata sempre più verso uno scontro bellico.

Attaccare il massimo esponente della chiesa cattolica non è ancora permesso oggi, ma molti hanno pensato che sarebbe stato meglio ignorarlo quando si “è vergognato dell’aumento delle spese militari” . Paolo Liguori e Piero Sansonetti hanno denunciato la inusitata poca rilevanza fornita dai media al Santo Padre su una dichiarazione del genere ed in più si aggiunge una lettera scritta da inviati di guerra in pensione che denunciano la scarsa abilità narrativa ed equilibrio degli attuali colleghi sul campo di battaglia: per lo più giovani e nemmeno scritturati con contratti stabili ed onorevoli come quelli dei giornalisti di un tempo e su cui il popolo della rete ha espresso sin da subito massima solidarietà.

Nel bel mezzo delle polemiche, sbuca il professore Orsini che ha attirato l’attenzione su di sè per le sue tesi accademiche in forte contrasto con la narrazione avuta fino alla sua venuta “mistica” perchè in coincidenza con quella di Papa Francesco. Il caso Orsini è servito al pubblico per comprendere che fino a quel momento c’era un’unica voce, ma quello che ha fatto emergere ciò non sono state le teorie alternative, ma il trattamento che è stato riservato al nuovo “esperto” in questi mesi da tutti coloro che avevano acquisito una forte visibilità sui social e nelle televisioni ed avevano espresso un pensiero preponderante sulla necessità di armarsi, di accendere lo scontro con un “animale criminale” di guerra, di non preoccuparsi del cedere un pò di serenità economica e “ambientale” per dei diritti più nobili, arrivando addirittura ad associare la resistenza ucraina a fatti storici come la shoah, o la Resistenza italiana, smentita dallo stesso stato di Israele con una dichiarazione dell’allora premier Bennet.

Per comprendere lo sgomento e la preoccupazione di chi aveva tutto il successo su di sè con slogan divisivi, bisogna mettersi nei panni di un giornalista che vive di visibilità, a volte senza contratto stabile, che fino ad un momento ha avuto la strada in discesa perché abile comunicatore e indisturbato rispetto a chi subisce sanzioni ed è costretto ad evitare di esprimere la sua opinione altrimenti viene tagliato dal circuito sociale digitale. All’improvviso, però, trova un intralcio alla sua attività comunicativa a causa di un disturbatore che di mestiere si occupa proprio di conflitti e ne ha tutti i titoli.

Quello che ha svegliato molte coscienze sul fatto che mancava qualche pezzo non è stata l’apparizione di Orsini, ma il trattamento che gli è stato riservato da chi aveva il controllo totale ed il dominio della scena cross mediale italiana.

A sentire l’odore “dell’audience che si impenna” è stato per primo Corrado Formigli che ha posto molta fiducia nelle tesi del professore della Luiss, censurato dalla sua stessa università che ha poi visto un altro suo docente a contratto nominato giudice nella commissione internazionale sui crimini di guerra.

Orsini ha mietuto le prime vittime sul campo di battaglia vincendo a mani basse il confronto con i giornalisti Calabrese e Parenzo, il primo sempre corretto seppur molto ironico, il secondo già conosciuto al pubblico per i suoi comportamenti politicamente scorretti, ma mai basati su informazioni concrete.

La vittoria professionale di Orsini c’è stata invece quando si è confrontato con Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto degli Affari Internazionali. Mentre con i giornalisti c’è stato un confronto tra mondi diversi, con la Tocci, Orsini si è confrontato sul campo e quando la partita era persa per la direttrice del prestigioso Think Tank italiano è partito l’attacco personale

come fa ad essere esperto di Ucraina se non ha rapporti sul luogo“.

La prima vera arma spuntata dei media e dei social media atlantici, che ne ha fatto emergere il modus agendi, è stata proprio lei che a quanto pare non ha avuto molta difficoltà a continuare il suo conflitto personale con il professore che l’ha umiliata su altri organi di stampa nella qualità di editorialista dove ha provato a recuperare i limiti delle sue prestazioni televisive con qualche editoriale sulla “comunicazione“.

Un altro casus belli tutto italiano che ha risvegliato le coscienze di un pubblico stranito da una comunicazione appiattita ha riguardato sempre il professore Orsini e precisamente quando Bianca Berlinguer gli ha proposto un contratto in RAI ed il Partito Democratico, tramite l’onorevole Romano, ha negato al docente della LUISS di essere ingaggiato nello staff del programma con una consulenza. Messo alle strette sul portafogli, Orsini ha spiazzato tutti proponendosi gratis facendo scattare la scintilla di una escalation di offese giunte da più parti coalizzate contro la sua maggiore esposizione mediatica come analizzato nell’analisi OSINT su Orsini. Bianca Berlinguer, come Formigli, ha subito feroci attacchi per la sua scelta di invitare Orsini e anche la professoressa de Cesare, anch’ella bersagliata da commenti addirittura sessisti sui social.

Leggi analisi OSINT su Orsini.

Nel mentre, è esploso il caso del battaglione Azov, e Massimo Gramellini, che ha offeso pesantemente e ripetutamente Orsini sulle pagine del Corriere, in tv da Fazio ha addirittura citato un detto ebraico per assolvere il capo del battaglione Azov, indignando moltissime persone sui social e facendo un evidente autogoal in virtù del fatto che sono venute fuori notizie da Mariupol dove non è del tutto certo che il battaglione Azov chiedeva corridoi umanitari per salvare i civili intrappolati visto che secondo molti analisti bellici sembrerebbe stia utilizzando le persone, “recludendole” di fatto nell’acciaieria Azovstal con il fine più opportunistico dello scudo umano e finalizzato ad ottenere un calo dell’impeto di attacco dei russi, che, tra l’altro, in questi mesi di sconfitta su tutti fronti secondo i media occidentali, hanno portato a casa le aree strategiche nel sud del paese da loro invaso.

Questi sono alcuni casi di giornalisti illustri che hanno perso le staffe dinanzi ad una contrapposizione al loro pensiero ed hanno sfoggiato una licenza di offesa che non è riservata a tutti, godendo di una impunità sociale che ha lasciato il pubblico dubbioso e sospettoso sull’eventuale esistenza di un gruppo di influenza concentrato a gestire, monopolizzandola, la comunicazione bellica del conflitto ucraino nello spazio crossmediale composto da social, tv e stampa.

Nel mentre di uno scontro, degno del miglior periodo del Covid e dei Greenpass, i sondaggi hanno incominciato a diffondere delle notizie non proprio confortanti sui pareri dell’opinione pubblica nei confronti del Governo e delle sue scelte belliche. Secondo gli italiani, una cospicua maggioranza, “le armi non devono essere inviate agli ucraini“, hanno sentenziato ed ecco che si è arrivati a manipolare graficamente sondaggi invertendo il colore del rosso e del verde per confondere il lettore su una risposta negativa, trasformandola “a vista” come positiva.

Non solo giornalisti e influencer, ma anche società dedite alla elaborazione di sondaggi demoscopici.

Un altro fronte di ostili non è collegato a questioni atlantiche, ma a dinamiche politiche come nel caso del Fatto Quotidiano accostato al Movimento Cinque Stelle e ai trascorsi del partito di Grillo con i russi. Il giornale di Travaglio ha scatenato un fronte giornalistico più concentrato sulle aderenze con Putin del partito di Conte piuttosto che in difesa delle ragioni atlantiche. La Lega invece è sparita dai radar dopo la brutta figura internazionale di Salvini in Polonia, che è ritornato a chiedere la pace nell’ultimo periodo e a scongiurare l’invio di armi.

Un altro caso degno di nota è stato l’attacco di Gianni Riotta nei confronti di Lucio Caracciolo, stimato giornalista e analista geopolitico italiano, che per mesi è sfuggito alle critiche del cartello atlantico concentrato sui Travaglio boys, di Cesare e Orsini, ma è stato raggiunto da un anatema del più alto esponente del giornalismo Italiano autodichiaratosi atlantico. Peccato per Riotta, però, che non solo Enrico Letta, mandante morale degli attacchi politici a Orsini, ha preso le distanze dalle sue affermazioni essendo anche egli parte del comitato scientifico di Limes. Il brutto colpo riservato all’impavido giornalista e professore universitario a contratto negli USA l’ha riservato La Stampa, il suo stesso giornale, perchè ha ospitato un editoriale di Caracciolo, prendendo da subito le distanze dallo stesso Riotta. Caracciolo è stato protagonista indiscusso della trasmissione Otto e Mezzo di Lilli Gruber che è meritevole di aver dato ha dato vita alla terza fase. Proprio dalla Gruber, Massimo Giannini ha provato a ripulirsi la coscienza dicendo che il suo giornale “non va verso il pensiero unico, perchè ospita gli editoriali di Caracciolo“. Fino a pochi giorni fa però era possibile vedere un articolo sull’Azov nazista cancellato e gli affondi della Tocci su Orsini.

Dopo lo scontro, il riequilibrio

Mentre lo scontro imperversa su Orsini a cui viene contestato addirittura di “guadagnare soldi con uno spettacolo in teatro e con editoriali sul Fatto“, la Gruber ha lanciato la terza fase comunicativa della guerra in Italia. Con Caracciolo in studio con analisi sempre imparziali e difficilmente inquadrabili nel gioco di filoputin o meno, mai scontate come quelle della Tocci o di Orsini, la Gruber detiene lo scettro dell’informazione bellica in Italia con una trasmissione sempre bilanciata e con ospiti di primissimo piano senza però cadere nella comunicazione di propaganda nonostante le sue affiliazioni note oramai a molti.

Il salotto di Otto e Mezzo è stato il primo a dare spazio ai giornalisti russi e questo ha riaperto il dibattito tra i due mondi diversi ed ha spianato la strada non solo a tesi pacifiste, ma a quella che definiremmo propaganda bellica sovietica e che qualcuno ha provato a censurare ultimamente proprio con questa motivazione e lo studio dell’ex giornalista RAI non ha mai dato spazio ad Orsini, dimostrando di non aver bisogno del caso mediatico per imporsi nell’informazione.

Altra nota di merito per Andrea Purgatori, colpevole in passato di aver utilizzato le stesse immagini del videogioco riutilizzate oggi dai media, ha proposto un racconto slegato dall’instant news, fornendo un approccio storico seppur contemporaneo al conflitto ucraino, salvandosi per il momento dalle polemiche che hanno colpito tutti gli altri.

Non sappiamo quanto durerà questo momento di apertura a tutte le voci visto che è già partito l’attacco della Vigilanza alla veste democratica ripristinata nelle emittenti pubbliche, che ha chiesto al Copasir di indagare sulle eventuali annessioni dei giornalisti invitati nei confronti televisivi con il fine di verificare se sono parte attiva dell’intelligence del Cremlino.

Ovviamente lo sono, ve lo diciamo noi, ed è chiaro più di quanto siano aderenti ai nostri servizi e quelli di altri paesi molti giornalisti italiani.

Anche in questo caso è stata visibile l’insofferenza di chi ha avuto grande spazio con licenza di offendere coloro che non sono allineati con le posizioni atlantiche e Repubblica, nel dare la notizia della Commissione di Vigilanza Rai, ha pubblicato per un momento la foto di Orsini come se fosse il docente sia una spia sia un giornalista.

Ancora più calzante il fatto che la corrispondente italiana del Financial Times in Italia ha dato per certa l’annessione del docente universitario ai Servizi Russi senza rettificare come invece fatto da Repubblica che ne ha sostituito la foto perchè Orsini non è giornalista, ma un docente universitario che ha lavorato per i servizi italiani.

Anche il caso di Floris a Di Martedì che ha invitato il pubblico a non applaudire alle tesi di Fulvio Grimaldi non proprio dolci contro il sistema Ucraino, ma il suo invito non è stato accolto da chi rappresenta il popolo in una delle tante trasmissioni televisive, che ricordiamo essere in buona parte contrario alle armi secondo tutti gli ultimi sondaggi commissionati fino ad oggi.

Nonostante le polemiche sul presidente ANPI, dove è stata sguinzagliata la Segre, agli italiani non torna del tutto la storiella dei “nazisti utili” proprio perchè per anni la nostra Repubblica si è dichiarata antifascista.

Beppe Severnini, invece, da sponsor e promotore della strategia NATO-UE, ha nell’ultimo periodo aperto alla necessità di dialogo per giungere ad una trattativa finalizzata alla tregua e questo fa più sperare che comprendere le aperture alla stampa russa come un modo di scandire tempi maturi utili ad avviare un dialogo tra popoli in conflitto.

Si distendono i toni perché si sta assestando lo scenario bellico? Speriamo sia così!

Indipendentemente dall’evoluzione della guerra, chi si è mostrato al pubblico come detentore dei valori della libertà di espressione, dopo mesi di accuse personali rivolte a terzi, offese e sfottò oggi è rimasto con il cerino in mano.

Il dubbio che rimane a molti, sempre più distanti dal credere ai media soprattutto per questi motivi, è se i megafoni della propaganda occidentale, spesso giornalisti, intendono quanto letto in precedenza e visto in questi mesi il modo di fare giornalismo.

Oppure hanno svolto senza riuscirci il lavoro per cui sono pagati visto che la propaganda occidentale ha fallito a causa del loro modo di essere “armi spuntate”?

Commenti da Facebook
Prosegui la lettura
Advertisement

Iscriviti alla newsletter settimanale di Matrice Digitale

* indicates required

Inchieste

Facebook censura i giornalisti che pubblicano le foto del figlio di Biden

Condividi questo contenuto

Tempo di lettura: 2 minuti. Continuano le pressioni dell’FBI sulla piattaforma di Zuckerberg. Censurati i post di chi ha pubblicato le foto dei rapporti del figlio del presidente USA con prostitute diffuse dalla stampa internazionale

Pubblicato

il

Condividi questo contenuto
Tempo di lettura: 2 minuti.

All’improvviso provo ad accedere a Facebook da cellulare e mi ritrovo con “errore nel recuperare i dati” e dopo aver riprovato più volte capisco che c’è qualcosa che non va. Entro da PC ed ecco comparire un messaggio:

Hai provato a condividere foto intime

Il primo pensiero va a qualche mio dispositivo hackerato o a qualche accesso non autorizzato al mio profilo che ha postato qualche foto proibita e invece scorrendo più in avanti scopro che la foto incriminata e quella di Hunter Biden mentre è in dolce compagnia, accompagnata da quella in cui posa insieme al padre Joe Biden. Il post faceva riferimento in modo ironico agli affari in Ucraina della famiglia Biden tra settore energetico e traffico di armi ed aveva preso spunto dalle inchieste internazionali che prima delle elezioni hanno pubblicato lo scandalo.

Poi è calato il silenzio sulla vicenda. Chi pubblicava questi contenuti veniva apostrofato come “complottista” o “eversivo” dalle piattaforme social oppure veniva ignorato ed il suo post nascosto in fondo alle bacheche di tutti i potenziali lettori. La strategia era chiara sin da subito, così come chi aveva consegnato il portatile alle autorità, dimenticato per mesi dal figlio del presidente USA in un negozio, ha subito una macchina del fango che adesso però ha deciso di denunciare per riacquisire la dignità sottrattagli per aver curato gli interessi della nazione fornendo alle autorità un portatile con documenti sensibili.

Le pressioni dell’FBI

Prima dell’election day americano, Facebook e Twitter ricevettero una visita dell’FBI che li invitò a ridurre la portata della notizia di una serie di scandali che riguardavano il figlio di Biden. Lo stesso proprietario di Facebook ha ammesso questa ingerenza e quindi la “fonte” della notizia è diretta. Questo tipo di attività, nonostante la denuncia del capo di una piattaforma Social, continua ad esserci e questo sta a significare che le pressioni della polizia federale sui social è una costante e non per quel che concerne la sicurezza nazionale, ma per tutelare il Presidente degli USA coinvolto da sempre in affari con l’Ucraina che ha un figlio venditore di armi ed il momento di una guerra non facilita di certo a far emergere le buone intenzioni della resistenza di Kiev.

Cosa non torna nell’attività di Facebook

E’ davvero singolare il fatto che, dinanzi ad una accusa così grave come quella di favorire il sexiting, la piattaforma social non abbia provveduto a bloccare, ma ha ammonito, come riferito dai diretti interessati, tutti coloro che hanno condiviso il post senza ovviamente metterli nella condizione di subire blocchi e questo perchè il contenuto non è intimo, ma preso dalla stampa internazionale e le foto di Hunter Biden con una prostituta minorenne sono censurate come la legge prevede. In poche parole possiamo affermare che anche questa volta Facebook ha censurato un giornalista della Repubblica Italiana, ha intrapreso un’azione politica e non oggettiva e quindi, come direbbe Meloni, ha assunto ad una posizione parziale più indicata ad un mezzo di informazione che ad una piattaforma social.

Commenti da Facebook
Prosegui la lettura

Inchieste

Facebook ha spiato i messaggi privati degli americani che hanno messo in dubbio le elezioni del 2020

Condividi questo contenuto

Tempo di lettura: 4 minuti. Secondo fonti del Dipartimento di Giustizia, Facebook ha spiato i messaggi e i dati privati degli utenti americani e li ha segnalati all’FBI se esprimono sentimenti antigovernativi o antiautoritari o mettono in discussione le elezioni del 2020.

Pubblicato

il

Condividi questo contenuto
Tempo di lettura: 4 minuti.

Nell’ambito dell’operazione di collaborazione con l’FBI, qualcuno in Facebook ha contrassegnato questi messaggi privati presumibilmente sovversivi nel corso degli ultimi 19 mesi e li ha trasmessi in forma redatta all’unità operativa per il terrorismo interno del quartier generale dell’FBI a Washington, DC, senza un mandato di comparizione.

“È stato fatto al di fuori del processo legale e senza una causa probabile”, ha dichiarato una delle fonti, che ha parlato a condizione di anonimato.

“Facebook fornisce all’FBI conversazioni private, protette dal Primo Emendamento, senza alcun mandato di comparizione”.

Questi messaggi privati sono stati poi distribuiti come “indizi” agli uffici dell’FBI in tutto il Paese, che hanno poi richiesto un mandato di comparizione all’ufficio del procuratore degli Stati Uniti del loro distretto per ottenere ufficialmente le conversazioni private che Facebook aveva già mostrato loro.

Ma quando gli utenti di Facebook presi di mira sono stati indagati dagli agenti di un ufficio locale dell’FBI, a volte utilizzando tecniche di sorveglianza segrete, non è emerso nulla di criminale o violento. “È stata una perdita di tempo”, ha dichiarato una fonte che ha familiarità con le richieste di citazione presentate durante 19 mesi di frenesia da parte del quartier generale dell’FBI a Washington, per produrre un numero di casi che corrispondesse alla retorica dell’amministrazione Biden sul terrorismo interno dopo la rivolta del 6 gennaio 2021 in Campidoglio.

Biden ha preso di mira specificamente Facebook per la sua disinformazione.

Gli utenti di Facebook le cui comunicazioni private erano state segnalate all’FBI come terrorismo interno erano tutti “individui conservatori di destra”.

“Erano americani armati e di sangue rosso [che] erano arrabbiati dopo le elezioni e si sono sfogati parlando di organizzare proteste. Non c’era nulla di criminale, nulla che parlasse di violenza, massacri o assassinii.

“Non appena è stato richiesto un mandato di comparizione, nel giro di un’ora Facebook ha inviato gigabyte di dati e foto. Era tutto pronto. Stavano solo aspettando il processo legale per poterli inviare”.

Facebook ha negato ieri le accuse.

In due dichiarazioni contrastanti, inviate a distanza di un’ora l’una dall’altra, Erica Sackin, portavoce della società madre di Facebook, Meta, ha affermato che le interazioni di Facebook con l’FBI sono state concepite per “proteggere le persone dai danni”. Nella prima dichiarazione ha affermato che: “Queste affermazioni sono false perché riflettono un’incomprensione di come i nostri sistemi proteggono le persone dai danni e di come ci impegniamo con le forze dell’ordine. Esaminiamo attentamente tutte le richieste governative di informazioni sugli utenti per assicurarci che siano legalmente valide e strettamente mirate e spesso ci opponiamo. Rispondiamo alle richieste legali di informazioni in conformità con la legge applicabile e con i nostri termini e forniamo un avviso agli utenti ogni volta che è consentito”. In una seconda “dichiarazione aggiornata”, inviata 64 minuti dopo, la Sackin ha modificato il suo linguaggio per dire che le affermazioni sono “sbagliate”, non “false”.

“Queste affermazioni sono semplicemente sbagliate. L’idea che cerchiamo nei messaggi privati delle persone un linguaggio antigovernativo o domande sulla validità delle elezioni passate e poi li forniamo proattivamente all’FBI è palesemente inesatta e non ci sono prove a sostegno”, ha detto Sackin, un’esperta di risposta alle crisi con sede a Washington che in precedenza ha lavorato per Planned Parenthood e “Obama per l’America” e ora dirige le comunicazioni di Facebook su “antiterrorismo e organizzazioni e individui pericolosi”.

In una dichiarazione di mercoledì, l’FBI non ha confermato né smentito le accuse che le sono state rivolte in merito all’operazione congiunta con Facebook, definita “non classificata/sensibile alle forze dell’ordine”. Rispondendo alle domande sull’uso improprio dei dati dei soli utenti americani, la dichiarazione si è curiosamente concentrata su “attori stranieri di influenza maligna”, ma ha riconosciuto che la natura del rapporto dell’FBI con i fornitori di social media consente un “rapido scambio” di informazioni ed è un “dialogo continuo”.

La linea diretta di Fauci con Zuck dimostra che la censura COVID di Facebook era tutta una questione di potere, non di salute pubblica.

“L’FBI intrattiene rapporti con entità del settore privato statunitense, compresi i fornitori di social media. L’FBI ha fornito alle aziende indicatori di minacce straniere per aiutarle a proteggere le loro piattaforme e i loro clienti dall’abuso di attori stranieri che esercitano un’influenza maligna. Le aziende statunitensi hanno anche fornito all’FBI informazioni di valore investigativo relative all’influenza maligna straniera. L’FBI lavora a stretto contatto con i partner interagenzie, nonché con i partner statali e locali, per garantire la condivisione delle informazioni non appena disponibili. Queste possono includere informazioni sulle minacce, piste percorribili o indicatori. L’FBI ha anche stabilito relazioni con diverse aziende di social media e tecnologia e mantiene un dialogo continuo per consentire un rapido scambio di informazioni sulle minacce”.

La smentita di Facebook sul fatto che fornisca proattivamente all’FBI i dati privati degli utenti senza un mandato di comparizione o di perquisizione, se fosse vera, indicherebbe che il trasferimento iniziale è stato fatto da una persona (o più persone) dell’azienda designata come “fonte umana confidenziale” dall’FBI, una persona con l’autorità di accedere e cercare i messaggi privati degli utenti. In questo modo, Facebook avrebbe una “smentita plausibile” in caso di domande sull’uso improprio dei dati degli utenti e la riservatezza dei suoi dipendenti sarebbe protetta dall’FBI. Secondo una delle fonti del Dipartimento di Giustizia, “hanno avuto accesso alla ricerca e sono stati in grado di individuarla, di identificare queste conversazioni tra milioni di conversazioni”.

Nessuno era degli Antifa

Prima che venisse richiesto un mandato di comparizione, “queste informazioni erano già state fornite alla sede centrale dell’FBI. La traccia conteneva già informazioni specifiche sui messaggi privati degli utenti. Alcune di esse erano state redatte, ma la maggior parte non lo era. In pratica avevano una parte della conversazione e poi saltavano la parte successiva, in modo che le parti più gravi fossero evidenziate e tolte dal contesto. “Ma quando si è letta la conversazione completa nel contesto [dopo l’emissione del mandato di comparizione] non è sembrato così male… Non c’era alcun piano o orchestrazione per compiere alcun tipo di violenza”. Alcuni degli americani presi di mira avevano postato foto di loro stessi che “sparavano insieme e si lamentavano di ciò che era successo [dopo le elezioni del 2020]. Alcuni erano membri di una milizia, ma erano protetti dal Secondo Emendamento… “Loro [Facebook e l’FBI] cercavano individui conservatori di destra. Nessuno era di tipo Antifa”. Una conversazione privata oggetto di indagine “si è trasformata in più casi perché c’erano più individui in tutte queste diverse chat”.

Le fonti del Dipartimento di Giustizia hanno deciso di parlare con il Post, rischiando la propria carriera, perché temono che le forze dell’ordine federali siano state politicizzate e stiano abusando dei diritti costituzionali di americani innocenti. Dicono che altri informatori sono pronti a unirsi a loro. Il malcontento si è sviluppato per mesi tra i funzionari dell’FBI e in alcuni settori del Dipartimento di Giustizia. È arrivata al culmine dopo l’incursione del mese scorso nella casa di Mar-a-Lago dell’ex presidente Donald Trump in Florida. “La cosa più spaventosa è il potere combinato delle Big Tech in collusione con il braccio esecutivo dell’FBI”, dice un informatore. “Google, Facebook e Twitter, queste aziende sono globaliste. Non hanno a cuore il nostro interesse nazionale”.

Fonte della traduzione

Commenti da Facebook
Prosegui la lettura

Inchieste

Orban ha bloccato il price cap sul gas: vile fake news diffusa dagli oppositori di Meloni

Condividi questo contenuto

Tempo di lettura: 3 minuti. Spieghiamo la politica propone scelte potenzialmente sbagliate approfittando dell’urgenza e come strumentalizza il problema per fini politici, grazie alle fake news non smentite dalla stampa

Pubblicato

il

Condividi questo contenuto
Tempo di lettura: 3 minuti.

Nel periodo del caro bollette c’è una frenesia da parte dei partiti nel trovare soluzioni urgenti e già c’è una differenza sostanziale tra Meloni, che prova a risolvere i problemi senza lo scostamento di bilancio, e chi invece propone di fare ulteriore debito per aiutare gli italiani le bollette sapendo di creare un problema al prossimo governo dove sarà opposizione, vedi PD e Calenda, e chi in maggioranza, Lega e Forza Italia, riuscendo a fare una forte opposizione. La discussione del giorno nel settore energetico è stata quella del price cap.

Cosa è il price cap sul prezzo del gas?

Un tetto al prezzo del gas si intende proprio l’individuazione di una soglia oltre la quale decidere di non procedere all’acquisto. Al momento, le cifre di cui si parla sono tra gli 80 e i 90 euro/Mwh. Riducendo i costi di acquisto della materia prima, anche i fornitori che la comprano all’ingrosso dovrebbero rivenderla a prezzi più bassi. Il risultato finale sarebbero bollette alleggerite per le famiglie e soprattutto per le imprese. La stortura di quanto sostenuto è che questa misura coinvolgerebbe solo la materia prima proveniente dalla Russia

Dinamiche Europee

Non è un caso che in seno all’Europa il price cap è stato invocato da molti, in primis da Draghi, ma tutti hanno paura di attuarlo perchè Putin ha già minacciato di tagliare definitivamente e improvvisamente le forniture. Chi invece ha una deroga alle sanzioni russe è Orban con l’Ungheria che attualmente elude le sanzioni autorizzato dall’Europa stessa.

Le fake news della sinistra

Consapevoli che Orban è un partner politico della Meloni, la notizia che è stata diffusa da esponenti politici del centro sinistra che hanno dato notizia che il leader ungherese è contrario al price cap ed il tweet di Calenda sul tema esprime al meglio questo pensiero

Carlo Calenda non è l’unico della lista ad aver dato risalto alla notizia di Orban, anche dai nemici in casa del Partito Democratico sono partite notizie in tal senso Marianna Madia e Laura Boldrini

Ma è davvero Orban il problema dell’accettazione del price cap a livello europeo?

Secondo Politico.eu, la posizione dei paesi europei non è quella raccontata del “tutti contro uno“, ma è più complessa perché si divide in paesi che sono d’accordo al price cap, paesi che non lo sono solo sul gas russo ed altri che invece vogliono che sia fatto esclusivamente sul gas di Putin.

Nell’Europa dei paesi uniti, gli unici ad essere d’accordo sono Italia, Belgio, Polonia e Grecia, gli altri che invece sono in disaccordo ad applicarlo solo a quello russo sono Belgio e Ungheria, mentre chi è contrario alla valutazione di un tetto al prezzo del gas è la Germania e l’Austria.

La strumentalizzazione politica messa in piedi dalla sinistra nell’individuare in Orban il male dell’unità europea nelle misure sul Gas è un’operazione che nasconde invece la frattura in seno all’Unione Europea dove invece tutto funziona a meraviglia nonostante il periodo di difficoltà così come invece profondono gli europeisti con grande ottimismo.

Perchè questa divisione sul tema del Price Cap?

La divisione delle posizioni è molto semplice: i paesi che importano di più vedono nel price cap la soluzione al problema del prezzo del GAS, i paesi che importano poco possono invece rinunciare al gas russo perché hanno una produzione energetica che li aiuta a compensare eventuali perdite. Chi non è d’accordo, come la Germania, è perché sta provvedendo ad effettuare studi ed analisi è perché il price cap, se il prezzo di mercato dovesse salire oltre la soglia, sarebbe lo Stato a compensare il surplus e questo dovrebbe essere ben specificato dai partiti.

Una vile strumentalizzazione

Proporre come soluzione il price cap a livello europeo è una scelta discutibile indipendentemente dal fatto che sia positiva o negativa. Chi la propone con superficialità o non sa come funziona o sa che se i prezzi vanno alti, sopra la soglia, ci troviamo invece ad affrontare lo scostamento di bilancio ed un ulteriore debito non previsto oltre ai 115 miliardi fatti da Draghi grazie al suo “metodo”.

Generare una confusione tale sul tema, spingendo le persone a credere che quella soluzione sia giusta “perchè non c’è tempo” è una strategia di terrorismo psicologico che può normalizzare una scelta sbagliata e comunque controproducente per molti paesi, vedi Germania e Italia, che sono ovviamente consapevoli che questa guerra sul gas è tecnicamente un’azione rischiosa per i propri settori produttivi e di conseguenza per la propria economia. Anche l’ostile Polonia, che vorrebbe vedere Putin morto, sa bene che il gas è una componente importante e vitale per un Paese individuato come territorio di delocalizzazione industriale da altri. Quindi, anche la Polonia, che fomenta la guerra e la difesa Ucraina dall’inizio dello scontro, non vede solo nel gas russo il problema, ma nel sistema.

Prendere un problema serio che mette a rischio la sussistenza delle famiglie europee, strumentalizzarlo per fini politici, è un atto di malafede e quindi vile.

Commenti da Facebook
Prosegui la lettura

Facebook

CYBERWARFARE

Notizie3 giorni fa

Sandworm sta modificando i suoi attacchi alle infrastrutture ucraine

Tempo di lettura: 2 minuti. Il gruppo di hacker sponsorizzato dallo Stato russo noto come Sandworm è stato osservato mentre...

Notizie4 giorni fa

Gli attacchi informatici dell’Iran contro Israele sono aumentati, dice l’esercito

Tempo di lettura: < 1 minuto. La radio ha citato ufficiali militari secondo cui gli attacchi sono aumentati del "70%".

Multilingua7 giorni fa

Anonymous viola i siti web dello Stato iraniano dopo la morte di Mahsa Amini

Tempo di lettura: 2 minuti. I due principali siti web del governo iraniano e alcuni siti dei media sono stati...

Notizie1 settimana fa

Russia guerra cibernetica coinvolge anche i i satelliti

Tempo di lettura: 2 minuti. Il Committee of Concerned Scientists ha lavorato per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla situazione degli scienziati....

Notizie2 settimane fa

Documenti NATO rubati all’insaputa del Portogallo: messi in vendita nel Dark Web

Tempo di lettura: 4 minuti. I fascicoli top secret sono stati sottratti dall'Agenzia di Stato Maggiore delle Forze Armate del...

Notizie2 settimane fa

Taiwan vigila mentre la Cina scatena la sua guerra informatica

Tempo di lettura: 2 minuti. Nel tentativo di resistere alle aggressioni cinesi, Taiwan ha aumentato le spese per la difesa...

Notizie2 settimane fa

Hacker iraniani colpiscono obiettivi nella sicurezza nucleare e nella ricerca genomica

Tempo di lettura: 3 minuti. La società di sicurezza aziendale Proofpoint ha attribuito gli attacchi mirati a un attore di...

Notizie2 settimane fa

La Cina accusa l’unità TAO della NSA di aver violato la sua università di ricerca militare

Tempo di lettura: 2 minuti. La Cina ha accusato la National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti di aver condotto...

Notizie2 settimane fa

Tempo di lettura: 2 minuti. Diversi gruppi di hacker iraniani hanno partecipato a un recente attacco informatico contro il governo...

Notizie3 settimane fa

Microsoft mette in guardia dagli attacchi ransomware degli APT iraniani

Tempo di lettura: 2 minuti. La divisione di intelligence sulle minacce di Microsoft ha valutato mercoledì che un sottogruppo dell'attore...

Truffe recenti

Truffe online3 giorni fa

Truffe della rete Theta e phishing di MetaMask

Tempo di lettura: 3 minuti. Questa settimana abbiamo trovato altre ingannevoli truffe di criptovalute a cui dovete prestare attenzione.

Truffe online2 settimane fa

Truffa su Kadena per 50.000 euro: donna vittima di relazione sentimentale

Tempo di lettura: 4 minuti. Dopo il caso dell'uomo raggiunto su Tinder, ecco un nuovo grave schema criminale che ha...

Truffe online2 settimane fa

4 messaggi e SMS WhatsApp “pericolosi” inviati per truffa

Tempo di lettura: 4 minuti. Vi spieghiamo alcune tipologia di attacco più frequenti sul programma di messaggistica

Notizie3 settimane fa

15 truffatori di bancomat arrestati a Gangtok

Tempo di lettura: 2 minuti. 11 provengono da Kanpur

Notizie1 mese fa

Truffatori telefonici causano danni per oltre 320.000 euro a Berlino

Tempo di lettura: 2 minuti. Migliaia di persone sono già cadute nel tranello di truffatori telefonici che si fingono dipendenti...

Notizie1 mese fa

Ecco come si può acquistare una identità nel dark web e fare le truffe. Lo studio

Tempo di lettura: 2 minuti. Sappiamo tutti che le informazioni rubate vengono scambiate sul dark web e una nuova ricerca...

scam scam
Notizie2 mesi fa

Spagna e Romania: sventata banda di truffatori online

Tempo di lettura: 2 minuti. Condividi questo contenutoLe autorità spagnole, insieme alla polizia rumena ed Europol, hanno chiuso lunedì un’operazione...

Truffe online2 mesi fa

Il phishing sbarca anche su Twitter e Discord

Tempo di lettura: 3 minuti. Anche i "social minori" sono attenzionati dai criminali informatici

Inchieste3 mesi fa

Tinder e la doppia truffa: criptovalute e assistenza legale che non c’è

Tempo di lettura: 6 minuti. Una donna conosciuta su Tinder gli consiglia di investire in criptovalute. Viene truffato e si...

Truffe online3 mesi fa

Truffe WhatsApp, quali sono e come evitarle

Tempo di lettura: 4 minuti. Ecco le otto truffe più comuni su WhatsApp, secondo ESET

Tendenza