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La propaganda occidentale ha perso: ecco le armi “spuntate” messe in campo dai media

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L’informazione può fare molti danni ed il caso Tortora lo ha dimostrato già a suo tempo in modo esauriente. Quanto osservato fino ad oggi della guerra tra Russia e Ucraina non è altro che una strategia coordinata e cross mediale per spingere determinate informazioni con una finalità di legittimazione popolare verso le scelte del Governo.

Nessuno può negare l’orientamento dell’esecutivo Draghi, la storia professionale e curriculare del premier è eloquente, ma l’Italia ha dimostrato molta maturità nei confronti di una attività nemmeno camuffata della stampa che ha deciso da subito l’indirizzo editoriale da seguire perdendo ulteriori consensi e regalando nuovi utenti ai gruppi Telegram o ai social come Twitter , utilizzato dagli stessi giornalisti come fonte di notizie, e TikTok dove si annida spesso la disinformazione.

L’informazione sul conflitto russo ucraino ha vissuto fino ad oggi tre fasi:

  • Chiusura totale e censura
  • Apertura a pensieri dissidenti
  • Equilibrio

Proviamo a dare una lettura analitica sulle tesi che motivano questa classificazione temporale dell’informazione nei primi 60 giorni di guerra, usando come riferimento fatti che si sono manifestati nel mondo in coincidenza con molte delle linee politiche e programmatiche dettate da soggetti esterni al BelPaese.

L’inizio della propaganda occidentale

In primo luogo, scoppiata la guerra, si è chiuso da subito il perimetro delle informazioni provenienti dalla Russia soprattutto quando sono iniziate le prime sanzioni ed è stata individuata la strategia da parte della NATO di descrivere il nemico, unitamente ai suoi fedelissimi oligarchi, come un animale, criminale e indegno di avere a che fare con l’Occidente.

Il primo effetto, scaturito dalla primissima censura verso la libertà di espressione attuata dall’Unione Europea verso le redazioni russe, è stato quello dell’allontanamento delle voci e dei pareri di tutti coloro che non erano d’accordo con la narrativa intrapresa dalla diplomazia atlantica. Tra i vari esempi c’è quello della sospensione dei collegamenti da Mosca motivati dall’introduzione della legge che prevede 15 anni di carcere per chi formula considerazioni non in linea con il Cremlino e che ha necessitato di una tutela preventiva dei giornalisti impegnati sul suolo russo.

Tutti noi conosciamo la storia della giornalista russa che ha esibito un cartello “blasfemo“, perchè controcorrente, nella televisione gestita dal Governo di Putin dove lavorava ed è stata posta in stato di fermo dalle Autorità Russe, le quali hanno comminato una multa salatissima considerando gli standard dei salari del paese. L’evento più interessante di questa storia, però, è stato l’epilogo: la giornalista non è in carcere e collabora attualmente con un giornale tedesco dove scrive quello che le pare.

Questo non vuol dire, sia chiaro, dimenticare le vittime che il governo di Mosca ha totalizzato nel tempo e che lo collocano tra i primi posti con le 300 “penne” spezzate in 15 anni, ma non si può non evidenziare che il problema non fosse la “salute” dei giornalisti inviati dall’estero, bensì altro.

Quell’altro è rappresentato dal fatto che l’isolamento della Russia, ha fornito agli occidentali un’unica scena narrata secondo le veline di alcune agenzie internazionali che ancora oggi traggono spunto dalle fonti dell’intelligence Ucraina.

Un passaggio sui servizi segreti ucraini è dovuto per aiutare a comprendere come spesso la comunicazione sia gestita in guerra dall’intelligence e non esclusivamente dai giornalisti che hanno l’obbiettivo di raccontare quello che vedono. Il presidente Zelensky ha emendato nel pacchetto di leggi marziali del suo paese anche un regolamento che assegna la comunicazione del governo ad una associazione americana inserita da tempo sul suolo ucraino. Non è escluso che le comunicazioni ai media atlantici siano filtrati dalle due agenzie dei paesi coinvolti attivamente nel conflitto: Inghilterra e USA

Guarda caso da quando sono scoppiati i primi tafferugli del 2014, leggi qui la notizia.

In un momento dove l’occidente non aveva voci alternative e dove molti si sono dovuti affidare ai canali Telegram e addirittura alla cinese TikTok per avere un informazione non censurata, la qualità delle informazioni non sempre è eccellente.

L’informazione italiana ha seguito in modo coordinato la politica editoriale presente sui maggiori social occidentali: censura totale, stretta sui profili, algoritmi di visibilità potenziati più per l’asse Nato-Ucraina-Europa. Per indurre molti creatori di contenuti ad osservare questo suggerimento, liberi da logiche editoriali perché imprenditori di se stessi sul web, si è da subito colpita la monetizzazione dei contenuti considerati controversi ed è facile intuire il parametro di valutazione dello status “controverso” se le aziende hanno residenza legale negli USA.

Questa operazione ha sortito due effetti:

  • Meno contenuti sul tema di non giornalisti perché impauriti da penalizzazioni e mancati guadagni
  • Con l’esclusione delle testate russe dai social, si è imbottigliata la comunicazione e la promozione di informazioni pilotate sull’asse atlantico, creando così una voce unica sulla narrazione della guerra.

Nonostante la partita fosse chiusa, ci hanno pensato gli stessi media ed i stessi giornalisti a commettere dei gravi errori che ne hanno pregiudicato la propria reputazione:

  • Negare l’esistenza del Battaglione Azov, con addirittura articoli di vecchia data cancellati dai siti, come nel caso de La Stampa.
  • Negare l’esistenza di un fronte ultranazionalista con simbologia nazista che da tre anni conviveva con un presidente di origine ebraica, che ne ha accolto in parte nell’esercito che utilizza anche esso simboli che ricordano le stagioni del Reich.
  • Negare gli interessi diretti del presidente degli Stati Uniti in Ucraina con il figlio a rappresentarlo
  • Negare l’esistenza di una forte attività americana sul territorio da anni con sovvenzionamenti di media e associazioni di protesta
  • Utilizzare video “fake” della guerra
  • Utilizzare frame di videogiochi per descrivere bombardamenti e azioni belliche in corso
  • Qualche scivolone in tv come quello dell’Annunziata o dei giornalisti inviati che mimavano una corsa ai ripari da finti scoppi o attacchi aerei.
  • L’annuncio ripetuto della fine degli armamenti russi dopo appena 10 giorni. Ad oggi siamo ancora in guerra.
  • Lo sminuire che ci sarebbero stati problemi di natura economica per gli italiani (dai sacrifici sui pochi gradi dei condizionatori, siamo arrivati in meno di una settimana con l’inflazione alle stelle e aumenti vertiginosi di benzina e bollette).
  • Aver sponsorizzato la cancel culture nei confronti della Russia
  • Nascondere l’esistenza della propaganda Ucraina e dell’Occidente

La lista non è completa, sfugge sicuramente qualcosa, ma è già abbastanza lunga per rendere l’idea di tutti gli errori commessi dall’informazione nella prima fase della guerra. Errori che non sono passati inosservati ad un popolo già tramortito, sedotto e tradito in occasione del COVID. D’altronde la pandemia è sempre stata considerata una “guerra contro un nemico invisibile” e chi non seguiva la linea imposta dallo stato “per vincere insieme“, era considerato un nemico della collettività.

Il Papa “filoputin” che ha salvato la diversità dell’informazione

Tra le persone ostili della stampa “Atlantica” è finito anche Papa Francesco che ha rotto il muro di censura e propaganda eretto dall’Occidente per giustificare ogni scelta strategica indirizzata sempre più verso uno scontro bellico.

Attaccare il massimo esponente della chiesa cattolica non è ancora permesso oggi, ma molti hanno pensato che sarebbe stato meglio ignorarlo quando si “è vergognato dell’aumento delle spese militari” . Paolo Liguori e Piero Sansonetti hanno denunciato la inusitata poca rilevanza fornita dai media al Santo Padre su una dichiarazione del genere ed in più si aggiunge una lettera scritta da inviati di guerra in pensione che denunciano la scarsa abilità narrativa ed equilibrio degli attuali colleghi sul campo di battaglia: per lo più giovani e nemmeno scritturati con contratti stabili ed onorevoli come quelli dei giornalisti di un tempo e su cui il popolo della rete ha espresso sin da subito massima solidarietà.

Nel bel mezzo delle polemiche, sbuca il professore Orsini che ha attirato l’attenzione su di sè per le sue tesi accademiche in forte contrasto con la narrazione avuta fino alla sua venuta “mistica” perchè in coincidenza con quella di Papa Francesco. Il caso Orsini è servito al pubblico per comprendere che fino a quel momento c’era un’unica voce, ma quello che ha fatto emergere ciò non sono state le teorie alternative, ma il trattamento che è stato riservato al nuovo “esperto” in questi mesi da tutti coloro che avevano acquisito una forte visibilità sui social e nelle televisioni ed avevano espresso un pensiero preponderante sulla necessità di armarsi, di accendere lo scontro con un “animale criminale” di guerra, di non preoccuparsi del cedere un pò di serenità economica e “ambientale” per dei diritti più nobili, arrivando addirittura ad associare la resistenza ucraina a fatti storici come la shoah, o la Resistenza italiana, smentita dallo stesso stato di Israele con una dichiarazione dell’allora premier Bennet.

Per comprendere lo sgomento e la preoccupazione di chi aveva tutto il successo su di sè con slogan divisivi, bisogna mettersi nei panni di un giornalista che vive di visibilità, a volte senza contratto stabile, che fino ad un momento ha avuto la strada in discesa perché abile comunicatore e indisturbato rispetto a chi subisce sanzioni ed è costretto ad evitare di esprimere la sua opinione altrimenti viene tagliato dal circuito sociale digitale. All’improvviso, però, trova un intralcio alla sua attività comunicativa a causa di un disturbatore che di mestiere si occupa proprio di conflitti e ne ha tutti i titoli.

Quello che ha svegliato molte coscienze sul fatto che mancava qualche pezzo non è stata l’apparizione di Orsini, ma il trattamento che gli è stato riservato da chi aveva il controllo totale ed il dominio della scena cross mediale italiana.

A sentire l’odore “dell’audience che si impenna” è stato per primo Corrado Formigli che ha posto molta fiducia nelle tesi del professore della Luiss, censurato dalla sua stessa università che ha poi visto un altro suo docente a contratto nominato giudice nella commissione internazionale sui crimini di guerra.

Orsini ha mietuto le prime vittime sul campo di battaglia vincendo a mani basse il confronto con i giornalisti Calabrese e Parenzo, il primo sempre corretto seppur molto ironico, il secondo già conosciuto al pubblico per i suoi comportamenti politicamente scorretti, ma mai basati su informazioni concrete.

La vittoria professionale di Orsini c’è stata invece quando si è confrontato con Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto degli Affari Internazionali. Mentre con i giornalisti c’è stato un confronto tra mondi diversi, con la Tocci, Orsini si è confrontato sul campo e quando la partita era persa per la direttrice del prestigioso Think Tank italiano è partito l’attacco personale

come fa ad essere esperto di Ucraina se non ha rapporti sul luogo“.

La prima vera arma spuntata dei media e dei social media atlantici, che ne ha fatto emergere il modus agendi, è stata proprio lei che a quanto pare non ha avuto molta difficoltà a continuare il suo conflitto personale con il professore che l’ha umiliata su altri organi di stampa nella qualità di editorialista dove ha provato a recuperare i limiti delle sue prestazioni televisive con qualche editoriale sulla “comunicazione“.

Un altro casus belli tutto italiano che ha risvegliato le coscienze di un pubblico stranito da una comunicazione appiattita ha riguardato sempre il professore Orsini e precisamente quando Bianca Berlinguer gli ha proposto un contratto in RAI ed il Partito Democratico, tramite l’onorevole Romano, ha negato al docente della LUISS di essere ingaggiato nello staff del programma con una consulenza. Messo alle strette sul portafogli, Orsini ha spiazzato tutti proponendosi gratis facendo scattare la scintilla di una escalation di offese giunte da più parti coalizzate contro la sua maggiore esposizione mediatica come analizzato nell’analisi OSINT su Orsini. Bianca Berlinguer, come Formigli, ha subito feroci attacchi per la sua scelta di invitare Orsini e anche la professoressa de Cesare, anch’ella bersagliata da commenti addirittura sessisti sui social.

Leggi analisi OSINT su Orsini.

Nel mentre, è esploso il caso del battaglione Azov, e Massimo Gramellini, che ha offeso pesantemente e ripetutamente Orsini sulle pagine del Corriere, in tv da Fazio ha addirittura citato un detto ebraico per assolvere il capo del battaglione Azov, indignando moltissime persone sui social e facendo un evidente autogoal in virtù del fatto che sono venute fuori notizie da Mariupol dove non è del tutto certo che il battaglione Azov chiedeva corridoi umanitari per salvare i civili intrappolati visto che secondo molti analisti bellici sembrerebbe stia utilizzando le persone, “recludendole” di fatto nell’acciaieria Azovstal con il fine più opportunistico dello scudo umano e finalizzato ad ottenere un calo dell’impeto di attacco dei russi, che, tra l’altro, in questi mesi di sconfitta su tutti fronti secondo i media occidentali, hanno portato a casa le aree strategiche nel sud del paese da loro invaso.

Questi sono alcuni casi di giornalisti illustri che hanno perso le staffe dinanzi ad una contrapposizione al loro pensiero ed hanno sfoggiato una licenza di offesa che non è riservata a tutti, godendo di una impunità sociale che ha lasciato il pubblico dubbioso e sospettoso sull’eventuale esistenza di un gruppo di influenza concentrato a gestire, monopolizzandola, la comunicazione bellica del conflitto ucraino nello spazio crossmediale composto da social, tv e stampa.

Nel mentre di uno scontro, degno del miglior periodo del Covid e dei Greenpass, i sondaggi hanno incominciato a diffondere delle notizie non proprio confortanti sui pareri dell’opinione pubblica nei confronti del Governo e delle sue scelte belliche. Secondo gli italiani, una cospicua maggioranza, “le armi non devono essere inviate agli ucraini“, hanno sentenziato ed ecco che si è arrivati a manipolare graficamente sondaggi invertendo il colore del rosso e del verde per confondere il lettore su una risposta negativa, trasformandola “a vista” come positiva.

Non solo giornalisti e influencer, ma anche società dedite alla elaborazione di sondaggi demoscopici.

Un altro fronte di ostili non è collegato a questioni atlantiche, ma a dinamiche politiche come nel caso del Fatto Quotidiano accostato al Movimento Cinque Stelle e ai trascorsi del partito di Grillo con i russi. Il giornale di Travaglio ha scatenato un fronte giornalistico più concentrato sulle aderenze con Putin del partito di Conte piuttosto che in difesa delle ragioni atlantiche. La Lega invece è sparita dai radar dopo la brutta figura internazionale di Salvini in Polonia, che è ritornato a chiedere la pace nell’ultimo periodo e a scongiurare l’invio di armi.

Un altro caso degno di nota è stato l’attacco di Gianni Riotta nei confronti di Lucio Caracciolo, stimato giornalista e analista geopolitico italiano, che per mesi è sfuggito alle critiche del cartello atlantico concentrato sui Travaglio boys, di Cesare e Orsini, ma è stato raggiunto da un anatema del più alto esponente del giornalismo Italiano autodichiaratosi atlantico. Peccato per Riotta, però, che non solo Enrico Letta, mandante morale degli attacchi politici a Orsini, ha preso le distanze dalle sue affermazioni essendo anche egli parte del comitato scientifico di Limes. Il brutto colpo riservato all’impavido giornalista e professore universitario a contratto negli USA l’ha riservato La Stampa, il suo stesso giornale, perchè ha ospitato un editoriale di Caracciolo, prendendo da subito le distanze dallo stesso Riotta. Caracciolo è stato protagonista indiscusso della trasmissione Otto e Mezzo di Lilli Gruber che è meritevole di aver dato ha dato vita alla terza fase. Proprio dalla Gruber, Massimo Giannini ha provato a ripulirsi la coscienza dicendo che il suo giornale “non va verso il pensiero unico, perchè ospita gli editoriali di Caracciolo“. Fino a pochi giorni fa però era possibile vedere un articolo sull’Azov nazista cancellato e gli affondi della Tocci su Orsini.

Dopo lo scontro, il riequilibrio

Mentre lo scontro imperversa su Orsini a cui viene contestato addirittura di “guadagnare soldi con uno spettacolo in teatro e con editoriali sul Fatto“, la Gruber ha lanciato la terza fase comunicativa della guerra in Italia. Con Caracciolo in studio con analisi sempre imparziali e difficilmente inquadrabili nel gioco di filoputin o meno, mai scontate come quelle della Tocci o di Orsini, la Gruber detiene lo scettro dell’informazione bellica in Italia con una trasmissione sempre bilanciata e con ospiti di primissimo piano senza però cadere nella comunicazione di propaganda nonostante le sue affiliazioni note oramai a molti.

Il salotto di Otto e Mezzo è stato il primo a dare spazio ai giornalisti russi e questo ha riaperto il dibattito tra i due mondi diversi ed ha spianato la strada non solo a tesi pacifiste, ma a quella che definiremmo propaganda bellica sovietica e che qualcuno ha provato a censurare ultimamente proprio con questa motivazione e lo studio dell’ex giornalista RAI non ha mai dato spazio ad Orsini, dimostrando di non aver bisogno del caso mediatico per imporsi nell’informazione.

Altra nota di merito per Andrea Purgatori, colpevole in passato di aver utilizzato le stesse immagini del videogioco riutilizzate oggi dai media, ha proposto un racconto slegato dall’instant news, fornendo un approccio storico seppur contemporaneo al conflitto ucraino, salvandosi per il momento dalle polemiche che hanno colpito tutti gli altri.

Non sappiamo quanto durerà questo momento di apertura a tutte le voci visto che è già partito l’attacco della Vigilanza alla veste democratica ripristinata nelle emittenti pubbliche, che ha chiesto al Copasir di indagare sulle eventuali annessioni dei giornalisti invitati nei confronti televisivi con il fine di verificare se sono parte attiva dell’intelligence del Cremlino.

Ovviamente lo sono, ve lo diciamo noi, ed è chiaro più di quanto siano aderenti ai nostri servizi e quelli di altri paesi molti giornalisti italiani.

Anche in questo caso è stata visibile l’insofferenza di chi ha avuto grande spazio con licenza di offendere coloro che non sono allineati con le posizioni atlantiche e Repubblica, nel dare la notizia della Commissione di Vigilanza Rai, ha pubblicato per un momento la foto di Orsini come se fosse il docente sia una spia sia un giornalista.

Ancora più calzante il fatto che la corrispondente italiana del Financial Times in Italia ha dato per certa l’annessione del docente universitario ai Servizi Russi senza rettificare come invece fatto da Repubblica che ne ha sostituito la foto perchè Orsini non è giornalista, ma un docente universitario che ha lavorato per i servizi italiani.

Anche il caso di Floris a Di Martedì che ha invitato il pubblico a non applaudire alle tesi di Fulvio Grimaldi non proprio dolci contro il sistema Ucraino, ma il suo invito non è stato accolto da chi rappresenta il popolo in una delle tante trasmissioni televisive, che ricordiamo essere in buona parte contrario alle armi secondo tutti gli ultimi sondaggi commissionati fino ad oggi.

Nonostante le polemiche sul presidente ANPI, dove è stata sguinzagliata la Segre, agli italiani non torna del tutto la storiella dei “nazisti utili” proprio perchè per anni la nostra Repubblica si è dichiarata antifascista.

Beppe Severnini, invece, da sponsor e promotore della strategia NATO-UE, ha nell’ultimo periodo aperto alla necessità di dialogo per giungere ad una trattativa finalizzata alla tregua e questo fa più sperare che comprendere le aperture alla stampa russa come un modo di scandire tempi maturi utili ad avviare un dialogo tra popoli in conflitto.

Si distendono i toni perché si sta assestando lo scenario bellico? Speriamo sia così!

Indipendentemente dall’evoluzione della guerra, chi si è mostrato al pubblico come detentore dei valori della libertà di espressione, dopo mesi di accuse personali rivolte a terzi, offese e sfottò oggi è rimasto con il cerino in mano.

Il dubbio che rimane a molti, sempre più distanti dal credere ai media soprattutto per questi motivi, è se i megafoni della propaganda occidentale, spesso giornalisti, intendono quanto letto in precedenza e visto in questi mesi il modo di fare giornalismo.

Oppure hanno svolto senza riuscirci il lavoro per cui sono pagati visto che la propaganda occidentale ha fallito a causa del loro modo di essere “armi spuntate”?

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Inchieste

AgainstTheWest: l’APT49 che non esiste e odora di “Occidente”

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In questi giorni di guerra cibernetica tra Russia e Ucraina, c’è un gruppo molto valido dal punto di vista tecnico che sta portando a casa diversi colpi nell’ambito dell’hacking. Parliamo del collettivo AgainstTheWest il cui titolo già suona strano perchè per West si intende l’Occidente mentre loro si dichiarano apertamente contro Cina e Russia.

Anche il nome Blue Hornet non risulta negli annali dei gruppi attivi nel campo della guerra o della propaganda informatica. Quello che ancora di più non torna è la classificazione che il collettivo si è dato “Apt49” che solitamente viene riservato agli attori statali coinvolti da anni in azioni di spionaggio, con finalità di intelligence o distruttiva, di cui non potrà mai fare parte per due motivi:

  • La sua storia “risicata” tra le pagine web
  • La sua appartenenza ai collettivi e non alle APT

Dal punto di vista della classificazione, Against the west non può lessicalmente descriversi come un apt perchè è un collettivo al pari di Anonymous che lavora in favore di una idea, notoriamente anti russa e cinese. Se il gruppo è slegato da logiche nazionali, meglio che conservi lo status di un semplice nominativo e non di un battaglione militare statale. Anche perchè sarebbe facile supporre l’adesione del gruppo alla NATO o agli USA.

Dal punto di vista storico, Against The West è un collettivo che si è più volte beccato in litigi con Anonymous perchè lo ha colpevolizzato di “rubare” il proprio lavoro, vendendoselo in giro.

E’ apparso per la prima volta il 14 ottobre, in un post nella sezione Leaks Market del defunto RaidForum, in cui affermava di mettere in vendita materiale hackerato rubato dalla banca centrale cinese:

Abbiamo lavorato per almeno due mesi a questa operazione. Ci ha permesso di accedere agli asset interni della People’s Bank Of China“.

Questo ovviamente fa intendere che sono motivati finanziarmente, ma non è così, ed infatti sebbene alcuni dei primi post di ATW siano stati messi in vendita, molti da allora sono stati regalati gratuitamente. “Se non si vendono mai, probabilmente finiremo per metterli in vendita gratuitamente. Non ci interessa molto il denaro“, affermano in una risposta a un thread sui dati di Alibaba Cloud violati. “Questo punto è forse ulteriormente dimostrato dalla loro accettazione di Bitcoin ed Ethereum, che possono essere banalmente tracciati, piuttosto che della valuta preferita dalla clandestinità, Monero” recita il Backchannel Blog, ma è inutile dire che è possibile lavare i bitcoins con le famose laundry nel dark web e non solo.

Secondo molti Against The West è una persona semplice con ottime competenze di hacking e non è assolutamente una copertura di attori statali più spregiudicati con una finalità di intelligence. Quello che attira i più nell’occidente, compresi giornalisti e media, è la propensione all’attacco nei confronti della Cina per questioni sociali dimenticate dallo stesso Occidente come lo stato di vita della popolazione degli Uiguri.

C’è anche da sostenere l’analisi sulla discesa in campo del collettivo contro i russi e questo denota un aspetto più che contro l’Occidente, a favore di esso. Oltre alla Russia e la Cina, nella lista ci sarebbe anche l’Iran: anch’esso nemico riconosciuto del “West“.

E se per occidente si intende l’Ovest di paesi come Corea del Sud o Giappone? O addirittura degli Stati Uniti?

Gli attacchi di Against The West

  • 14 ottobre Primo post di ATW sotto il nome di “AgainstTheWest“. Con il titolo “Operazione Renminbi“, ATW afferma di essere in possesso di materiale hackerato dalla People’s Bank of China. I dati includerebbero software interno, credenziali, vulnerabilità e rapporti sulla sicurezza interna della banca. ATW sostiene che per ottenere l’accesso è stato utilizzato un attacco alla catena di fornitura. Questa è una delle poche violazioni di ATW in cui i dati vengono messi in vendita piuttosto che pubblicati su RF, al prezzo di “1200 dollari per l’intera fuga di notizie. 200 dollari per progetto src [codice sorgente]”.
  • 23 ottobre ATW mette in vendita dati presumibilmente rubati da macchine Lenovo sulla rete del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie.
  • 27 ottobre ATW continua a pubblicare nell’ambito dell'”Operazione Renminbi“, facendo trapelare dati interni e software presumibilmente provenienti dalle piattaforme mediche e del personale del Ministero della Pubblica Sicurezza cinese. ATW dichiara di poter essere contattata per “future fughe di notizie” all’indirizzo e-mail gore-tex@riseup.net.
  • 28 ottobre In un post intitolato “ATW Introduction Thread“, ATW riassume le proprie intenzioni: “Siamo ATW, un gruppo di individui che la pensano come noi e che ce l’hanno con i governi e i Paesi autoritari e corrotti. Pubblicheremo una grande maggioranza di thread sulle fughe di notizie governative, soprattutto da Cina, Corea del Nord e altri paesi. Siamo stufi del fatto che (soprattutto la Cina) domini Internet con campagne di attacchi informatici, che assista la Corea del Nord nell’infrangere le sanzioni internazionali e che tratti il gruppo etnico degli Uiguri“.
  • 31 ottobre ATW pubblica quella che viene etichettata come la seconda parte dell’Operazione Renminbi, facendo trapelare ulteriore codice sorgente di un software presumibilmente rubato dal Ministero della Pubblica Sicurezza cinese.
  • 2 novembre L’utente di Wikipedia “SecuritySeccL33t” crea una pagina di Wikipedia per ATW. Oltre a essere il contributore principale della pagina, SecuritySeccL33t descrive ATW come un “gruppo di hacking“, che ha obiettivi hacktivisti e si ispira alla difesa di Taiwan e al genocidio degli Uighyr. L’utente di Wikipedia non esiste più e altri utenti hanno contribuito alla pagina.
  • 12 novembre – 13 novembre In un post modificato su sohu.com, la società cinese di cybersicurezza Sangfor Technologies pubblica un’analisi dettagliata dell’attacco apparentemente condotta da ATW. Facendo riferimento alla pubblicazione di ATW del 14 ottobre sulla People’s Bank of China, Sangfor esamina una cronologia dell’intrusione, confermando apparentemente che ATW ha violato la banca e che ha avuto accesso ai servizi SonarQube pubblicamente accessibili sulla rete della banca per visualizzare ed esfiltrare il codice sorgente. Si tratta di una tecnica per le versioni di SonarQube inferiori alla versione 8.6 resa famosa dagli hacktivisti al punto che l’FBI ha emesso una notifica flash al riguardo.
  • 13 novembre In un post intitolato “Dichiarazione di guerra alla Cina“, ATW afferma di aver dichiarato guerra al popolo cinese: Ora usciamo ufficialmente allo scoperto e lo diciamo. È noto che siamo contro la Cina, ma non per quale motivo. Sono gli sforzi combinati dei “campi di rieducazione” che hanno commesso il genocidio dell’etnia uigura, l’attacco antidemocratico a Hong Kong e l’aggressione a Taiwan. Un tempo nutrivamo odio nei confronti dello Stato e del governo cinese. Tuttavia, la situazione è cambiata. L’articolo più recente, a base cinese, ci ha inviato minacce, ignorando le vere ragioni alla base dei nostri attacchi. Ora stiamo rivolgendo la nostra attenzione all’intera popolazione cinese. Avete ignorato i nostri ragionamenti e accettato ciecamente la risposta del vostro paese.
  • 15 novembre 09:59 UTC ATW pubblica il codice sorgente della società cinese di social media Bytedance.
  • 15 novembre 19:55 UTC ATW annuncia che si prenderà una “pausa prolungata” e che “ognuno di noi ha la propria vita personale di cui occuparsi” e che tornerà “tra circa un mese”. Notano che la loro Keybase è stata sospesa, ma non specificano a quale nome utente si riferiscono. ATW fornisce l’e-mail AgainstTheWest@riseup.net, precisando che non sta monitorando la propria casella di posta elettronica gore-tex@riseup.net.
  • 16 novembre 23:11 UTC ATW annuncia il ritorno alle operazioni, affermando che “speravamo di goderci un mese o due di pausa”, ma citando “la Cina sta ancora facendo delle mosse contro gli Stati Uniti e Taiwan” come ragione per una vacanza ridotta. Russia, Corea del Nord e Iran sono citati come Paesi “ancora nel nostro mirino“.
  • 18 novembre In una nuova operazione denominata “Rublo“, ATW pubblica il presunto codice sorgente di Delans.ru, una società russa di software per servizi postali.
  • 23 novembre Su Twitter, @vxunderground riferisce che ATW ha violato una stazione televisiva cinese, trasmettendo per 53 minuti che, il 25 novembre SecurityLab, un’organizzazione giornalistica finanziata dalla società russa di ricerca sulla sicurezza Positive Technologies, pubblica un articolo su ATW riguardante la trasmissione della stazione televisiva.

Fonti : BackChannel

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Genitore attenzione: Sonic.exe è la nuova tendenza insana di YouTube

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Un gioco del 2013 che imperversa in rete, nato da un racconto horror che distorce la trama dell’antico personaggio della Sega, Sonic, a distanza di anni sta ancora terrorizzando i bambini della rete con la compiacenza degli youtubers.

Sonic.exe non è altro che un remake della versione di uno dei primi giochi del personaggio, tra l’altro in questi giorni al cinema con il secondo film della saga, dove si sono modificati gli scenari di gioco in versione splatter e si vedono personaggi inseguiti da Sonic in modalità “cattivo” che li rincorre e, nel caso vengono catturati, il giocatore perde. Piste colme di sangue, personaggi non solo del gioco, ma anche pagliacci sanguinari, sono la tendenza proposta dagli youtubers nel corso degli ultimi anni e nessuno ancora ha provveduto a gettare nell’oblio contenuti simili dati tutt’oggi in pasto ai bambini.

Nel tempo, il gioco continua ad essere modificato in nuove versioni e sempre più paurose e, nonostante video obsoleti, i bambini si ritrovano questi contenuti su YouTube a causa degli algoritmi che hanno premiato nel tempo i video con più visualizzazioni e più interazioni.

Anche in questo caso è possibile acquistare i pupazzi del gioco e l’audio è stato ampiamente modificato proprio per trasformare il videogame più ambito dai ragazzini degli anni 90 in un terrificante percorso ludico digitale.

Altro gioco a tema è Sonic.EXE Sadness dove il personaggio di Sonic.EXE viaggia in un percorso composto da molti livelli ed ha lo scopo di raccogliere anelli e le anime delle sue vittime, diffondendo tristezza ovunque vada e facendosi strada attraverso quadri pieni di insidie e come sempre sanguinosi.

Nonostante il tempo trascorso, video come questi non solo se rimossi porterebbero un danno a YouTube per le visualizzazioni organiche che si potrebbero perdere nei prossimi anni, ma è anche una opportunità degli stessi creator di guadagnare.

Nell’ambito dei gamer o dei narratori di storie, spesso manca l’originalità ed è in voga lo “scopiazzamento” delle fonti statunitensi che danno vita poi ad eventi virali di questo genere.

A differenza di Huggy Wuggy e Phasmofobia, già trattati in questa inchiesta a puntate, ci sono pochi riferimenti tra dark web e Sonic.exe e questo fa intendere che si tratta di un evento non ancora superato del tutto ed anche in questo caso bisognerebbe tagliarlo dalle piattaforme che contano.

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Inchieste

Clubhouse, cresce la tensione: “No a liste di proscrizione e pressioni psicologiche”

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Dopo la nostra inchiesta sul mondo italiano di Clubhouse sono giunte in redazione le segnalazioni degli utenti sulle attività messe in piedi dalle “squadre” formatesi in questi mesi.

Nell’universo del social audio più famoso al mondo, ma che vanta meno del 3% di penetrazione nel mercato mondiale e dello 0,00001 italiano, coesistono realtà di confronto amichevole parallelamente a stanze di confronto su dibattiti politici attuali o su vicende storiche importanti che hanno cambiato il corso dei tempi passati.

Secondo le ultime indiscrezioni, ci sono persone che hanno ricevuto pressioni nel non organizzare room con altri utenti, altre, invece, sono accusate di millantare minacce ricevute mai esistite o individuate come artefici di strumentalizzazioni delle clip audio estratte dai dibattiti concitati, agitati molte volte grazie a sodali agenti provocatori, con il fine di delegittimare un ignaro utente con l’infamia del compimento di reati.

Un tritacarne imbastito da un manipolo di gruppi con una strategia certosina che già ha mietuto molte vittime sul social. Gli obiettivi preferiti sembrerebbero essere le donne portatrici di un pensiero conservatore che subiscono attività di gruppo che ricordano il cyberbullismo o addirittura lo squadrismo.

Secondo alcune fonti interpellate dalla redazione, ma anche sbandierate pubblicamente in piattaforma, dalla bolla del social si è finiti ai luoghi di lavoro dove alcuni utenti hanno ricevuto telefonate nelle quali sono stati apostrofati alle orecchie dei propri colleghi, o addirittura superiori, come “fascisti“, “filoputiniani“, “antisemiti” e addirittura “pro life“.

Quanto accaduto non fa altro che confermare il motivo per il quale viene discriminata più una linea di pensiero a differenza di altre e non sorprende che siano le donne a soffrirne per prime. Alcune hanno denunciato di aver avuto stati di ansia e attacchi di panico per giorni, causati dalle vessazioni subite.

Anche per questo motivo è accaduto che, negli ultimi giorni, sono state aperte diverse stanze con il fine di facilitare un confronto utile nel superare questi scontri. Purtroppo però, non si è arrivati a un’intesa perché le intenzioni di alcuni sembrerebbero essere quelle di svolgere attività predatorie finalizzate a spuntarla in un conflitto, “inesistente” secondo molti habituè indignati, invece che preferire una convivenza pacifica basata sul confronto o sull’ignorarsi senza adire ai famigerati blocchi colpevoli di affondare l’audience delle rooms.

Secondo un articolo pubblicato negli States, il fantastico mondo di Clubhouse non esisterebbe in madre patria e, anzi, riporta la presenza di un mal comune globale composto da conflitti, scontri, litigi e ripicche frequenti.

Una delle ragioni centrali è il narcisismo insito in ogni utente del social, ma ecco che, secondo un esperto psicologo interpellato da Matrice Digitale, lo stesso narcisismo ha manifestazioni più o meno estreme.

C’è chi “pompa” il suo ego parlando, anche in modo prolisso, e chi mette in auge strategie di manipolazione delle masse come abbiamo affrontato in precedenza.

Non solo le proprie idee prima di se o degli altri, ma una necessità di prevaricare sulle opinioni altrui che nasce secondo lo psicologo “da una mancanza di amor proprio in primis che rende necessaria l’approvazione di terzi“.

Situazioni presentate come “estreme” agli occhi dell’audience, ma che non ravvisano la necessità, sbandierata quotidianamente nell’ultimo periodo, di far intromettere la Pubblica Autorità nelle beghe social a detta di molti utenti, evidenziano un’altra forma di manipolazione messa in piedi dai narcisisti: il vittimismo.

“Individuarsi agli occhi degli altri come vittima è un modo per catalizzare l’attenzione su di sè” conferma l’esperto “e attecchisce sulle persone che non hanno voglia o modo di andare oltre quello che gli viene raccontato, oppure non sanno gestire l’eventualità di schierarsi al di fuori del gruppo e vivere la solitudine in un confronto. Atri utenti portano la tesi che oltre ai narcisisti c’è un livello superiore composto da persone che amano gestirli dietro le quinte per raggiungere uno scopo diverso: simile a come avviene nel gioco dei bussolotti“.

Chi ha letto quanto scritto più in alto, potrebbe decodificare Clubhouse come un Grande Fratello in chiave vocale ed in effetti è così se pensiamo all’esiguo numero di utenti attivi che da un anno e mezzo ha fatto gruppo, nel bene e nel male, e che vive le stesse beghe quotidiane di un condominio composto da una babele di razze, religioni, opinioni politiche e generi sessuali presenti nel paese italico. A differenza del noto reality, su Clubhouse non è il pubblico a decidere chi viene eliminato e chi resta, ma dinamiche da branco che superano i confini del confronto virtuale con modi e toni non sempre civili e pacifici.

Chiedendo allo psicologo se l’imporre la frequentazione di stanze ad altri utenti fosse una forma di narcisismo, la risposta ha lasciato di stucco i presenti:

“più che narcisismo, povertà d’animo”

Un povertà d’animo che ha fatto “scoppiare” profili dal social con segnalazioni di massa, che ha messo gli utenti sul chi va là quando si tratta di esprimere una opinione personale, insinuando un senso di paura per l’essere etichettati in base alle idee. A differenza degli albori della piattaforma, quando si dibatteva senza la minaccia costante di carte bollate come deterrente in danno alla libertà di espressione individuale, l’aria che si respira nella piattaforma non è serena.

La domanda che sorge spontanea a questo punto è duplice: questi atteggiamenti fanno bene a qualcuno che ha scopi commerciali precisi oppure sono frutto di menti malate, sadiche semplicemente povere d’animo?

Da come si è svuotato il social, la risposta sembrerebbe scontata: meglio lasciar perdere per non finire nelle turbe mentali di utenti vittime di loro stessi e delle loro sadiche perversioni.

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