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La propaganda occidentale ha perso: ecco le armi “spuntate” messe in campo dai media

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L’informazione può fare molti danni ed il caso Tortora lo ha dimostrato già a suo tempo in modo esauriente. Quanto osservato fino ad oggi della guerra tra Russia e Ucraina non è altro che una strategia coordinata e cross mediale per spingere determinate informazioni con una finalità di legittimazione popolare verso le scelte del Governo.

Nessuno può negare l’orientamento dell’esecutivo Draghi, la storia professionale e curriculare del premier è eloquente, ma l’Italia ha dimostrato molta maturità nei confronti di una attività nemmeno camuffata della stampa che ha deciso da subito l’indirizzo editoriale da seguire perdendo ulteriori consensi e regalando nuovi utenti ai gruppi Telegram o ai social come Twitter , utilizzato dagli stessi giornalisti come fonte di notizie, e TikTok dove si annida spesso la disinformazione.

L’informazione sul conflitto russo ucraino ha vissuto fino ad oggi tre fasi:

  • Chiusura totale e censura
  • Apertura a pensieri dissidenti
  • Equilibrio

Proviamo a dare una lettura analitica sulle tesi che motivano questa classificazione temporale dell’informazione nei primi 60 giorni di guerra, usando come riferimento fatti che si sono manifestati nel mondo in coincidenza con molte delle linee politiche e programmatiche dettate da soggetti esterni al BelPaese.

L’inizio della propaganda occidentale

In primo luogo, scoppiata la guerra, si è chiuso da subito il perimetro delle informazioni provenienti dalla Russia soprattutto quando sono iniziate le prime sanzioni ed è stata individuata la strategia da parte della NATO di descrivere il nemico, unitamente ai suoi fedelissimi oligarchi, come un animale, criminale e indegno di avere a che fare con l’Occidente.

Il primo effetto, scaturito dalla primissima censura verso la libertà di espressione attuata dall’Unione Europea verso le redazioni russe, è stato quello dell’allontanamento delle voci e dei pareri di tutti coloro che non erano d’accordo con la narrativa intrapresa dalla diplomazia atlantica. Tra i vari esempi c’è quello della sospensione dei collegamenti da Mosca motivati dall’introduzione della legge che prevede 15 anni di carcere per chi formula considerazioni non in linea con il Cremlino e che ha necessitato di una tutela preventiva dei giornalisti impegnati sul suolo russo.

Tutti noi conosciamo la storia della giornalista russa che ha esibito un cartello “blasfemo“, perchè controcorrente, nella televisione gestita dal Governo di Putin dove lavorava ed è stata posta in stato di fermo dalle Autorità Russe, le quali hanno comminato una multa salatissima considerando gli standard dei salari del paese. L’evento più interessante di questa storia, però, è stato l’epilogo: la giornalista non è in carcere e collabora attualmente con un giornale tedesco dove scrive quello che le pare.

Questo non vuol dire, sia chiaro, dimenticare le vittime che il governo di Mosca ha totalizzato nel tempo e che lo collocano tra i primi posti con le 300 “penne” spezzate in 15 anni, ma non si può non evidenziare che il problema non fosse la “salute” dei giornalisti inviati dall’estero, bensì altro.

Quell’altro è rappresentato dal fatto che l’isolamento della Russia, ha fornito agli occidentali un’unica scena narrata secondo le veline di alcune agenzie internazionali che ancora oggi traggono spunto dalle fonti dell’intelligence Ucraina.

Un passaggio sui servizi segreti ucraini è dovuto per aiutare a comprendere come spesso la comunicazione sia gestita in guerra dall’intelligence e non esclusivamente dai giornalisti che hanno l’obbiettivo di raccontare quello che vedono. Il presidente Zelensky ha emendato nel pacchetto di leggi marziali del suo paese anche un regolamento che assegna la comunicazione del governo ad una associazione americana inserita da tempo sul suolo ucraino. Non è escluso che le comunicazioni ai media atlantici siano filtrati dalle due agenzie dei paesi coinvolti attivamente nel conflitto: Inghilterra e USA

Guarda caso da quando sono scoppiati i primi tafferugli del 2014, leggi qui la notizia.

In un momento dove l’occidente non aveva voci alternative e dove molti si sono dovuti affidare ai canali Telegram e addirittura alla cinese TikTok per avere un informazione non censurata, la qualità delle informazioni non sempre è eccellente.

L’informazione italiana ha seguito in modo coordinato la politica editoriale presente sui maggiori social occidentali: censura totale, stretta sui profili, algoritmi di visibilità potenziati più per l’asse Nato-Ucraina-Europa. Per indurre molti creatori di contenuti ad osservare questo suggerimento, liberi da logiche editoriali perché imprenditori di se stessi sul web, si è da subito colpita la monetizzazione dei contenuti considerati controversi ed è facile intuire il parametro di valutazione dello status “controverso” se le aziende hanno residenza legale negli USA.

Questa operazione ha sortito due effetti:

  • Meno contenuti sul tema di non giornalisti perché impauriti da penalizzazioni e mancati guadagni
  • Con l’esclusione delle testate russe dai social, si è imbottigliata la comunicazione e la promozione di informazioni pilotate sull’asse atlantico, creando così una voce unica sulla narrazione della guerra.

Nonostante la partita fosse chiusa, ci hanno pensato gli stessi media ed i stessi giornalisti a commettere dei gravi errori che ne hanno pregiudicato la propria reputazione:

  • Negare l’esistenza del Battaglione Azov, con addirittura articoli di vecchia data cancellati dai siti, come nel caso de La Stampa.
  • Negare l’esistenza di un fronte ultranazionalista con simbologia nazista che da tre anni conviveva con un presidente di origine ebraica, che ne ha accolto in parte nell’esercito che utilizza anche esso simboli che ricordano le stagioni del Reich.
  • Negare gli interessi diretti del presidente degli Stati Uniti in Ucraina con il figlio a rappresentarlo
  • Negare l’esistenza di una forte attività americana sul territorio da anni con sovvenzionamenti di media e associazioni di protesta
  • Utilizzare video “fake” della guerra
  • Utilizzare frame di videogiochi per descrivere bombardamenti e azioni belliche in corso
  • Qualche scivolone in tv come quello dell’Annunziata o dei giornalisti inviati che mimavano una corsa ai ripari da finti scoppi o attacchi aerei.
  • L’annuncio ripetuto della fine degli armamenti russi dopo appena 10 giorni. Ad oggi siamo ancora in guerra.
  • Lo sminuire che ci sarebbero stati problemi di natura economica per gli italiani (dai sacrifici sui pochi gradi dei condizionatori, siamo arrivati in meno di una settimana con l’inflazione alle stelle e aumenti vertiginosi di benzina e bollette).
  • Aver sponsorizzato la cancel culture nei confronti della Russia
  • Nascondere l’esistenza della propaganda Ucraina e dell’Occidente

La lista non è completa, sfugge sicuramente qualcosa, ma è già abbastanza lunga per rendere l’idea di tutti gli errori commessi dall’informazione nella prima fase della guerra. Errori che non sono passati inosservati ad un popolo già tramortito, sedotto e tradito in occasione del COVID. D’altronde la pandemia è sempre stata considerata una “guerra contro un nemico invisibile” e chi non seguiva la linea imposta dallo stato “per vincere insieme“, era considerato un nemico della collettività.

Il Papa “filoputin” che ha salvato la diversità dell’informazione

Tra le persone ostili della stampa “Atlantica” è finito anche Papa Francesco che ha rotto il muro di censura e propaganda eretto dall’Occidente per giustificare ogni scelta strategica indirizzata sempre più verso uno scontro bellico.

Attaccare il massimo esponente della chiesa cattolica non è ancora permesso oggi, ma molti hanno pensato che sarebbe stato meglio ignorarlo quando si “è vergognato dell’aumento delle spese militari” . Paolo Liguori e Piero Sansonetti hanno denunciato la inusitata poca rilevanza fornita dai media al Santo Padre su una dichiarazione del genere ed in più si aggiunge una lettera scritta da inviati di guerra in pensione che denunciano la scarsa abilità narrativa ed equilibrio degli attuali colleghi sul campo di battaglia: per lo più giovani e nemmeno scritturati con contratti stabili ed onorevoli come quelli dei giornalisti di un tempo e su cui il popolo della rete ha espresso sin da subito massima solidarietà.

Nel bel mezzo delle polemiche, sbuca il professore Orsini che ha attirato l’attenzione su di sè per le sue tesi accademiche in forte contrasto con la narrazione avuta fino alla sua venuta “mistica” perchè in coincidenza con quella di Papa Francesco. Il caso Orsini è servito al pubblico per comprendere che fino a quel momento c’era un’unica voce, ma quello che ha fatto emergere ciò non sono state le teorie alternative, ma il trattamento che è stato riservato al nuovo “esperto” in questi mesi da tutti coloro che avevano acquisito una forte visibilità sui social e nelle televisioni ed avevano espresso un pensiero preponderante sulla necessità di armarsi, di accendere lo scontro con un “animale criminale” di guerra, di non preoccuparsi del cedere un pò di serenità economica e “ambientale” per dei diritti più nobili, arrivando addirittura ad associare la resistenza ucraina a fatti storici come la shoah, o la Resistenza italiana, smentita dallo stesso stato di Israele con una dichiarazione dell’allora premier Bennet.

Per comprendere lo sgomento e la preoccupazione di chi aveva tutto il successo su di sè con slogan divisivi, bisogna mettersi nei panni di un giornalista che vive di visibilità, a volte senza contratto stabile, che fino ad un momento ha avuto la strada in discesa perché abile comunicatore e indisturbato rispetto a chi subisce sanzioni ed è costretto ad evitare di esprimere la sua opinione altrimenti viene tagliato dal circuito sociale digitale. All’improvviso, però, trova un intralcio alla sua attività comunicativa a causa di un disturbatore che di mestiere si occupa proprio di conflitti e ne ha tutti i titoli.

Quello che ha svegliato molte coscienze sul fatto che mancava qualche pezzo non è stata l’apparizione di Orsini, ma il trattamento che gli è stato riservato da chi aveva il controllo totale ed il dominio della scena cross mediale italiana.

A sentire l’odore “dell’audience che si impenna” è stato per primo Corrado Formigli che ha posto molta fiducia nelle tesi del professore della Luiss, censurato dalla sua stessa università che ha poi visto un altro suo docente a contratto nominato giudice nella commissione internazionale sui crimini di guerra.

Orsini ha mietuto le prime vittime sul campo di battaglia vincendo a mani basse il confronto con i giornalisti Calabrese e Parenzo, il primo sempre corretto seppur molto ironico, il secondo già conosciuto al pubblico per i suoi comportamenti politicamente scorretti, ma mai basati su informazioni concrete.

La vittoria professionale di Orsini c’è stata invece quando si è confrontato con Nathalie Tocci, direttore dell’Istituto degli Affari Internazionali. Mentre con i giornalisti c’è stato un confronto tra mondi diversi, con la Tocci, Orsini si è confrontato sul campo e quando la partita era persa per la direttrice del prestigioso Think Tank italiano è partito l’attacco personale

come fa ad essere esperto di Ucraina se non ha rapporti sul luogo“.

La prima vera arma spuntata dei media e dei social media atlantici, che ne ha fatto emergere il modus agendi, è stata proprio lei che a quanto pare non ha avuto molta difficoltà a continuare il suo conflitto personale con il professore che l’ha umiliata su altri organi di stampa nella qualità di editorialista dove ha provato a recuperare i limiti delle sue prestazioni televisive con qualche editoriale sulla “comunicazione“.

Un altro casus belli tutto italiano che ha risvegliato le coscienze di un pubblico stranito da una comunicazione appiattita ha riguardato sempre il professore Orsini e precisamente quando Bianca Berlinguer gli ha proposto un contratto in RAI ed il Partito Democratico, tramite l’onorevole Romano, ha negato al docente della LUISS di essere ingaggiato nello staff del programma con una consulenza. Messo alle strette sul portafogli, Orsini ha spiazzato tutti proponendosi gratis facendo scattare la scintilla di una escalation di offese giunte da più parti coalizzate contro la sua maggiore esposizione mediatica come analizzato nell’analisi OSINT su Orsini. Bianca Berlinguer, come Formigli, ha subito feroci attacchi per la sua scelta di invitare Orsini e anche la professoressa de Cesare, anch’ella bersagliata da commenti addirittura sessisti sui social.

Leggi analisi OSINT su Orsini.

Nel mentre, è esploso il caso del battaglione Azov, e Massimo Gramellini, che ha offeso pesantemente e ripetutamente Orsini sulle pagine del Corriere, in tv da Fazio ha addirittura citato un detto ebraico per assolvere il capo del battaglione Azov, indignando moltissime persone sui social e facendo un evidente autogoal in virtù del fatto che sono venute fuori notizie da Mariupol dove non è del tutto certo che il battaglione Azov chiedeva corridoi umanitari per salvare i civili intrappolati visto che secondo molti analisti bellici sembrerebbe stia utilizzando le persone, “recludendole” di fatto nell’acciaieria Azovstal con il fine più opportunistico dello scudo umano e finalizzato ad ottenere un calo dell’impeto di attacco dei russi, che, tra l’altro, in questi mesi di sconfitta su tutti fronti secondo i media occidentali, hanno portato a casa le aree strategiche nel sud del paese da loro invaso.

Questi sono alcuni casi di giornalisti illustri che hanno perso le staffe dinanzi ad una contrapposizione al loro pensiero ed hanno sfoggiato una licenza di offesa che non è riservata a tutti, godendo di una impunità sociale che ha lasciato il pubblico dubbioso e sospettoso sull’eventuale esistenza di un gruppo di influenza concentrato a gestire, monopolizzandola, la comunicazione bellica del conflitto ucraino nello spazio crossmediale composto da social, tv e stampa.

Nel mentre di uno scontro, degno del miglior periodo del Covid e dei Greenpass, i sondaggi hanno incominciato a diffondere delle notizie non proprio confortanti sui pareri dell’opinione pubblica nei confronti del Governo e delle sue scelte belliche. Secondo gli italiani, una cospicua maggioranza, “le armi non devono essere inviate agli ucraini“, hanno sentenziato ed ecco che si è arrivati a manipolare graficamente sondaggi invertendo il colore del rosso e del verde per confondere il lettore su una risposta negativa, trasformandola “a vista” come positiva.

Non solo giornalisti e influencer, ma anche società dedite alla elaborazione di sondaggi demoscopici.

Un altro fronte di ostili non è collegato a questioni atlantiche, ma a dinamiche politiche come nel caso del Fatto Quotidiano accostato al Movimento Cinque Stelle e ai trascorsi del partito di Grillo con i russi. Il giornale di Travaglio ha scatenato un fronte giornalistico più concentrato sulle aderenze con Putin del partito di Conte piuttosto che in difesa delle ragioni atlantiche. La Lega invece è sparita dai radar dopo la brutta figura internazionale di Salvini in Polonia, che è ritornato a chiedere la pace nell’ultimo periodo e a scongiurare l’invio di armi.

Un altro caso degno di nota è stato l’attacco di Gianni Riotta nei confronti di Lucio Caracciolo, stimato giornalista e analista geopolitico italiano, che per mesi è sfuggito alle critiche del cartello atlantico concentrato sui Travaglio boys, di Cesare e Orsini, ma è stato raggiunto da un anatema del più alto esponente del giornalismo Italiano autodichiaratosi atlantico. Peccato per Riotta, però, che non solo Enrico Letta, mandante morale degli attacchi politici a Orsini, ha preso le distanze dalle sue affermazioni essendo anche egli parte del comitato scientifico di Limes. Il brutto colpo riservato all’impavido giornalista e professore universitario a contratto negli USA l’ha riservato La Stampa, il suo stesso giornale, perchè ha ospitato un editoriale di Caracciolo, prendendo da subito le distanze dallo stesso Riotta. Caracciolo è stato protagonista indiscusso della trasmissione Otto e Mezzo di Lilli Gruber che è meritevole di aver dato ha dato vita alla terza fase. Proprio dalla Gruber, Massimo Giannini ha provato a ripulirsi la coscienza dicendo che il suo giornale “non va verso il pensiero unico, perchè ospita gli editoriali di Caracciolo“. Fino a pochi giorni fa però era possibile vedere un articolo sull’Azov nazista cancellato e gli affondi della Tocci su Orsini.

Dopo lo scontro, il riequilibrio

Mentre lo scontro imperversa su Orsini a cui viene contestato addirittura di “guadagnare soldi con uno spettacolo in teatro e con editoriali sul Fatto“, la Gruber ha lanciato la terza fase comunicativa della guerra in Italia. Con Caracciolo in studio con analisi sempre imparziali e difficilmente inquadrabili nel gioco di filoputin o meno, mai scontate come quelle della Tocci o di Orsini, la Gruber detiene lo scettro dell’informazione bellica in Italia con una trasmissione sempre bilanciata e con ospiti di primissimo piano senza però cadere nella comunicazione di propaganda nonostante le sue affiliazioni note oramai a molti.

Il salotto di Otto e Mezzo è stato il primo a dare spazio ai giornalisti russi e questo ha riaperto il dibattito tra i due mondi diversi ed ha spianato la strada non solo a tesi pacifiste, ma a quella che definiremmo propaganda bellica sovietica e che qualcuno ha provato a censurare ultimamente proprio con questa motivazione e lo studio dell’ex giornalista RAI non ha mai dato spazio ad Orsini, dimostrando di non aver bisogno del caso mediatico per imporsi nell’informazione.

Altra nota di merito per Andrea Purgatori, colpevole in passato di aver utilizzato le stesse immagini del videogioco riutilizzate oggi dai media, ha proposto un racconto slegato dall’instant news, fornendo un approccio storico seppur contemporaneo al conflitto ucraino, salvandosi per il momento dalle polemiche che hanno colpito tutti gli altri.

Non sappiamo quanto durerà questo momento di apertura a tutte le voci visto che è già partito l’attacco della Vigilanza alla veste democratica ripristinata nelle emittenti pubbliche, che ha chiesto al Copasir di indagare sulle eventuali annessioni dei giornalisti invitati nei confronti televisivi con il fine di verificare se sono parte attiva dell’intelligence del Cremlino.

Ovviamente lo sono, ve lo diciamo noi, ed è chiaro più di quanto siano aderenti ai nostri servizi e quelli di altri paesi molti giornalisti italiani.

Anche in questo caso è stata visibile l’insofferenza di chi ha avuto grande spazio con licenza di offendere coloro che non sono allineati con le posizioni atlantiche e Repubblica, nel dare la notizia della Commissione di Vigilanza Rai, ha pubblicato per un momento la foto di Orsini come se fosse il docente sia una spia sia un giornalista.

Ancora più calzante il fatto che la corrispondente italiana del Financial Times in Italia ha dato per certa l’annessione del docente universitario ai Servizi Russi senza rettificare come invece fatto da Repubblica che ne ha sostituito la foto perchè Orsini non è giornalista, ma un docente universitario che ha lavorato per i servizi italiani.

Anche il caso di Floris a Di Martedì che ha invitato il pubblico a non applaudire alle tesi di Fulvio Grimaldi non proprio dolci contro il sistema Ucraino, ma il suo invito non è stato accolto da chi rappresenta il popolo in una delle tante trasmissioni televisive, che ricordiamo essere in buona parte contrario alle armi secondo tutti gli ultimi sondaggi commissionati fino ad oggi.

Nonostante le polemiche sul presidente ANPI, dove è stata sguinzagliata la Segre, agli italiani non torna del tutto la storiella dei “nazisti utili” proprio perchè per anni la nostra Repubblica si è dichiarata antifascista.

Beppe Severnini, invece, da sponsor e promotore della strategia NATO-UE, ha nell’ultimo periodo aperto alla necessità di dialogo per giungere ad una trattativa finalizzata alla tregua e questo fa più sperare che comprendere le aperture alla stampa russa come un modo di scandire tempi maturi utili ad avviare un dialogo tra popoli in conflitto.

Si distendono i toni perché si sta assestando lo scenario bellico? Speriamo sia così!

Indipendentemente dall’evoluzione della guerra, chi si è mostrato al pubblico come detentore dei valori della libertà di espressione, dopo mesi di accuse personali rivolte a terzi, offese e sfottò oggi è rimasto con il cerino in mano.

Il dubbio che rimane a molti, sempre più distanti dal credere ai media soprattutto per questi motivi, è se i megafoni della propaganda occidentale, spesso giornalisti, intendono quanto letto in precedenza e visto in questi mesi il modo di fare giornalismo.

Oppure hanno svolto senza riuscirci il lavoro per cui sono pagati visto che la propaganda occidentale ha fallito a causa del loro modo di essere “armi spuntate”?

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Inchieste

Abbiamo provato l’intelligenza artificiale per adulti: ecco come è andata

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Gira in rete l’applicativo di intelligenza artificiale che trasforma i nostri sogni erotici in realtà. Si tratta della “penna del porno” e sta spopolando sui social e Matrice Digitale l’ha provata in anteprima. Dietro il progetto non c’è nessuna azienda e la mail di contatto è una semplice Gmail creata ad hoc.

Entrati nella homepage è facile notare come sia impossibile cliccare su una immagine perchè vengono pubblicate tutte le immagini generate dall’AI e sono considerevoli. Un traffico chen on sappiamo se ha superato le istanze della ormai famosa ChatGpt, ma è chiaro che più volte il server si blocca ed invita a riprovare per il forte traffico.

Entrati nella sezione del menu “realizza”, è possibile scegliere oltre alle donne anche gli uomini ed è anche possibile selezionare delle posizioni da kamasutra. A questo, si può subito scegliere la tipologia di modella che posa tra diverse categorie che vanno dalla semplice modella alla “teenager” per passare alle donne atletiche o addirittura cyborg.

Anche la quantità dei personaggi generati può essere individuata in uno, due o più soggetti da ottenere.

Dopo aver selezionato la tipologia e la quantità di soggetti che desideriamo, si passa alle caratteristiche somatiche come dimensione del seno, delle gambe, colore di capelli e relativo taglio compresa una opzione gravidanza.

Come un sito per adulti che si rispetti, è possibile anche scegliere in alcuni casi la nazionalità, compresa italiana, con le ambientazioni che spaziano dalla doccia fino alla neve. Inoltre, si può lavorare anche sullo stile della fotografia che può essere animata, normale o in bianco e nero.

Una volta scelto il soggetto, la sceneggiatura, è possibile vestire la protagonista della foto con diversi abiti e decidere la scena che si vuole immortalare.

La nostra prova

Capelli Ginger(rossi), modelle prosperose … questo è il risultato. L’aspetto interessante è che da lontano non si evincono difetti a primo impatto negli occhi, ma se si butta l’occhio sulle mani qualche imprecisione è visibile. Si era chiesto che le modelle fossero nude, ma le ha disegnate vestite così come una modella è bionda.

Quello che si nota da tutte le immagini generate, è che la pelle delle modelle è lucida, tipo filtro anticellulite, ed i dettagli della pancia non sono sempre definiti. Un’immagine prodotta da un terzo ritraeva una donna over 60 con il corpo di una ragazzina e quindi bisogna calibrare molto la richiesta per ottenere una foto quanto più realistica.

Occhi, mani, seno e piede poggiato: molti difetti in una foto facile da realizzare

In alcune foto è stato possibile notare come le parti intime siano invece spesso difficilmente classificabili “realiste”. In alcuni casi sembrano corpi esterni trapiantati sul personaggio.

Il servizio a pagamento. Ne vale la pena?

C’è un servizio a pagamento che consente maggiore interoperabilità tra i filtri di composizione ed ha un costo di 20 euro ivati al mese. Ne vale la pena? Ad oggi le modelle composte con l’AI sono un feticcio al pari degli hentai, in attesa di scoprire se un domani l’intero settore dell’intrattenimento degli adulti si affiderà completamente all’intelligenza artificiale.

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Inchieste

Ransomware Hive: la verità sull'”arresto” della gang criminale

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Tempo di lettura: 6 minuti. Sophos c’entra il punto: hanno arrestato i server del gruppo criminale, ma non i capi. Hive potrà ritornare in ogni momento.

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Sei mesi fa, secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DOJ), il Federal Bureau of Investigation (FBI) si è infiltrato nella banda del ransomware Hive e ha iniziato a “rubare” le chiavi di decrittazione per le vittime i cui file erano stati colpiti.

Come quasi certamente, e purtroppo, saprete, gli attacchi ransomware di questi tempi coinvolgono in genere due gruppi associati di criminali informatici.

Questi gruppi spesso si “conoscono” solo con dei soprannomi e si “incontrano” solo online, utilizzando strumenti di anonimato per evitare di conoscere (o rivelare, per caso o per progetto) le identità e le posizioni reali degli altri.

I membri principali della banda rimangono in gran parte in secondo piano, creando programmi dannosi che crivellano (o bloccano in altro modo l’accesso a) tutti i file importanti, utilizzando una chiave di accesso che tengono per sé dopo che il danno è stato fatto.

Gestiscono anche una o più “pagine di pagamento” su darkweb, dove le vittime, in senso lato, vanno a pagare un ricatto in cambio di quelle chiavi di accesso, consentendo così di sbloccare i loro computer congelati e di far ripartire le loro aziende.

Crimeware-as-a-Service

Questo nucleo centrale è circondato da un gruppo di “affiliati”, possibilmente numeroso e in continua evoluzione: partner nel crimine che si introducono nelle reti altrui per impiantare i “programmi di attacco” del nucleo centrale il più ampiamente e profondamente possibile.

Il loro obiettivo, motivato da una “commissione” che può arrivare fino all’80% del totale del ricatto pagato, è quello di creare un’interruzione così diffusa e improvvisa di un’attività commerciale da poter richiedere non solo un pagamento estorsivo da capogiro, ma anche di lasciare alla vittima poca scelta se non quella di pagare.

Questo accordo è generalmente noto come RaaS o CaaS, abbreviazione di ransomware (o crimeware) as-a-service, un nome che ricorda ironicamente che la malavita informatica è felice di copiare il modello di affiliazione o franchising utilizzato da molte aziende legittime.

Recuperare senza pagare

Ci sono tre modi principali in cui le vittime possono rimettere in piedi le loro aziende senza pagare dopo un attacco di file-lockout di rete riuscito:

  • Avere un piano di recupero solido ed efficiente. In generale, ciò significa non solo disporre di un processo di backup di prim’ordine, ma anche sapere come tenere almeno una copia di backup di tutto al sicuro dagli affiliati del ransomware (non c’è niente di meglio che trovare e distruggere i vostri backup online prima di scatenare la fase finale del loro attacco). È inoltre necessario aver fatto pratica su come ripristinare tali backup in modo affidabile e rapido, tanto da renderlo un’alternativa valida al semplice pagamento.
  • Individuare una falla nel processo di blocco dei file utilizzato dagli aggressori. Di solito, i criminali del ransomware “bloccano” i vostri file criptandoli con lo stesso tipo di crittografia sicura che potreste usare voi stessi per proteggere il vostro traffico web o i vostri backup. Occasionalmente, tuttavia, la banda principale commette uno o più errori di programmazione che possono consentire di utilizzare uno strumento gratuito per “decifrare” la crittografia e recuperare i file senza pagare. Tenete presente, tuttavia, che questo percorso di recupero avviene per fortuna, non per progetto.
  • Entrate in possesso delle password o delle chiavi di recupero in qualche altro modo. Anche se questo è raro, ci sono diversi modi in cui può accadere, come ad esempio: identificare un voltagabbana all’interno della banda, che farà trapelare le chiavi in un impeto di coscienza o di dispetto; trovare un errore nella sicurezza della rete che permetta un contrattacco per estrarre le chiavi dai server nascosti dei criminali; oppure infiltrarsi nella banda e ottenere l’accesso sotto copertura ai dati necessari nella rete dei criminali.


L’ultimo di questi, l’infiltrazione, è ciò che il DOJ afferma di essere riuscito a fare per almeno alcune vittime di Hive dal luglio 2022, apparentemente cortocircuitando richieste di ricatto per un totale di oltre 130 milioni di dollari, relative a più di 300 attacchi individuali, in soli sei mesi.

Presumiamo che la cifra di 130 milioni di dollari si basi sulle richieste iniziali degli aggressori; i truffatori di ransomware a volte finiscono per accettare pagamenti più bassi, preferendo prendere qualcosa piuttosto che niente, anche se gli “sconti” offerti spesso sembrano ridurre i pagamenti solo da inaccessibili a enormi cifre. La richiesta media basata sui dati sopra riportati è di 130 milioni di dollari/300, ovvero quasi 450.000 dollari per vittima.

Ospedali considerati bersagli giusti

Come sottolinea il DOJ, molte bande di ransomware in generale, e il gruppo Hive in particolare, trattano tutte le reti come un gioco da ragazzi per il ricatto, attaccando organizzazioni finanziate con fondi pubblici come scuole e ospedali con lo stesso vigore che usano contro le aziende commerciali più ricche:

[Il gruppo di ransomware Hive […] ha preso di mira più di 1500 vittime in oltre 80 Paesi del mondo, tra cui ospedali, distretti scolastici, aziende finanziarie e infrastrutture critiche.

Sfortunatamente, anche se infiltrarsi in una moderna banda di criminali informatici potrebbe darvi fantastiche intuizioni sulle TTP (strumenti, tecniche e procedure) della banda e, come in questo caso, darvi la possibilità di interrompere le loro operazioni sovvertendo il processo di ricatto su cui si basano quelle richieste di estorsione da capogiro…

… conoscere anche solo la password dell’amministratore di una banda per l’infrastruttura informatica basata sul darkweb dei criminali, in genere, non vi dice dove si trova quell’infrastruttura.

Pseudoanonimato bidirezionale

Uno dei grandi/terribili aspetti del darkweb (a seconda del motivo per cui lo si usa e da che parte si sta), in particolare della rete Tor (abbreviazione di onion router) che è ampiamente favorita dai criminali di ransomware di oggi, è quello che si potrebbe definire il suo pseudoanonimato bidirezionale.

Il darkweb non si limita a proteggere l’identità e la posizione degli utenti che si connettono ai server ospitati su di esso, ma nasconde anche la posizione dei server stessi ai clienti che li visitano.

Il server (almeno per la maggior parte) non sa chi siete quando vi connettete, il che attira clienti come gli affiliati della criminalità informatica e gli aspiranti acquirenti di droga del darkweb, perché tendono a pensare che saranno in grado di tagliare e scappare in modo sicuro, anche se gli operatori della banda principale vengono arrestati.

Allo stesso modo, gli operatori di server disonesti sono attratti dal fatto che, anche se i loro clienti, affiliati o i loro stessi sysadmin vengono arrestati o denunciati o hackerati dalle forze dell’ordine, non saranno in grado di rivelare chi sono i membri della banda principale o dove ospitano le loro attività online dannose.

Finalmente il ritiro

Sembra che il motivo del comunicato stampa di ieri del Dipartimento di Giustizia sia che gli investigatori dell’FBI, con l’assistenza delle forze dell’ordine in Germania e nei Paesi Bassi, hanno ora identificato, localizzato e sequestrato i server darkweb utilizzati dalla banda Hive:

Infine, il Dipartimento ha annunciato oggi[2023-01-26] che, in coordinamento con le forze dell’ordine tedesche (la Polizia criminale federale tedesca e il Comando di polizia di Reutlingen-CID di Esslingen) e con l’Unità nazionale olandese per il crimine ad alta tecnologia, ha sequestrato il controllo dei server e dei siti web che Hive utilizza per comunicare con i suoi membri, interrompendo la capacità di Hive di attaccare ed estorcere vittime.

Cosa fare?

Abbiamo scritto questo articolo per applaudire l’FBI e i suoi partner europei per essere arrivati a questo punto…

… indagando, infiltrandosi, facendo ricognizione e infine colpendo per far implodere l’attuale infrastruttura di questa famigerata banda di ransomware, con le loro richieste di ricatto da mezzo milione di dollari in media e la loro volontà di eliminare gli ospedali con la stessa facilità con cui attaccano le reti di chiunque altro.

Purtroppo, probabilmente avrete già sentito il luogo comune secondo cui il crimine informatico aborre il vuoto, e questo è tristemente vero per gli operatori di ransomware così come per qualsiasi altro aspetto della criminalità online.

Se i membri della banda principale non vengono arrestati, potrebbero semplicemente rimanere inattivi per un po’, per poi ricomparire con un nuovo nome (o forse addirittura far rivivere deliberatamente e con arroganza il loro vecchio “marchio”) con nuovi server, accessibili ancora una volta sul darkweb ma in una nuova e ora sconosciuta posizione.

Oppure altre bande di ransomware aumenteranno semplicemente le loro operazioni, sperando di attirare alcuni degli “affiliati” che sono stati improvvisamente lasciati senza il loro lucroso flusso di entrate illegali.

In ogni caso, i tagli di questo tipo sono qualcosa di cui abbiamo urgente bisogno, di cui dobbiamo rallegrarci quando si verificano, ma che difficilmente riusciranno a intaccare più che temporaneamente la criminalità informatica nel suo complesso.

Per ridurre la quantità di denaro che i truffatori del ransomware stanno succhiando via dalla nostra economia, dobbiamo puntare alla prevenzione del crimine informatico, non solo alla cura.

Rilevare, rispondere e quindi prevenire potenziali attacchi ransomware prima che inizino, o mentre si stanno svolgendo, o anche all’ultimo momento, quando i criminali tentano di scatenare il processo finale di distruzione dei file sulla vostra rete, è sempre meglio dello stress di cercare di recuperare da un attacco vero e proprio.

Fonte e traduzione

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Inchieste

La pendolare napoletana ha messo a nudo l’integerrima informazione italiana

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Tempo di lettura: 4 minuti. La storia non è stata verificata nè dalla giornalista, nemmeno dalle testate che l’hanno rilanciata. Questa volta assenti anche i debunker che non hanno verificato la notizia.

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La notizia della pendolare napoletana che ogni giorno percorre la tratta Napoli Milano sui treni ad alta velocità per giungere puntuale al posto di lavoro da operatrice scolastica è crollata come la peggiore delle notizie false o decontestualizzate. Tanti aspetti gli andavano valutati e che solo oggi si stanno dimostrando un boomerang nei confronti della lavoratrice che ha staccato il telefono per non farsi contattare da ulteriori operatori della stampa.

Premesso che la notizia avrebbe fatto storcere il naso a qualsiasi segugio di redazione sin da subito, sorprende che sia stata verificata da molte testate autorevoli solo dopo che l’hanno rilanciata, sfruttando l’effetto viralità meritevole di portare incassi a giornali ed editori unitamente all’engagement dei propri profili social. Dopo il servizio delle Iene, è stato fugato qualsiasi dubbio sulle possibilità che la napoletana abbia di percorrere quotidianamente 1800 km circa ad un costo di 400 € mensili.

Le dinamiche che facevano intendere l’impossibilità di mantenere costanza in quello che è stato descritto come l’esemplare sacrificio occupazionale attualmente presente in Italia pur di non stare in casa percepire il reddito di cittadinanza. In primo luogo , le offerte commerciali rendono impossibile anche per una seconda classe viaggiare ad una spesa inferiore di 1.000 € al mese circa su una paga che, ricordiamolo, si aggira intorno ai 1.200 € ogni 30 giorni. Altro aspetto che è stato sottovalutato, emerso nei giorni successivi, è il numero di assenze che sembrerebbero essere state registrate dalla stessa operatrice scolastica nel corso di questi mesi. Alcune delle quali sono collegate alla famosa legge 104 indirizzata a coloro che hanno l’onere di accompagnare ammalati o disabili negli ospedali per consentirgli le cure. Proprio sulla legge 104 ci sono tantissime polemiche, perché la legge, secondo molti operatori del settore è strutturata male perché una persona che lavora a Palermo non potrebbe prestare servizio ad un ammalato che si trova a Milano perché fuori di molto dal perimetro, in questo caso dalla regione, dove appunto lavora.

Al netto di queste due riflessioni elementari, c’è da porsi diversi interrogativi che non riguardano la giovane che ha prestato il suo volto e la sua immagine ad un messaggio al limite della schiavitù lavorativa in base ai giorni moderni ed ai diritti acquisiti nel mondo del lavoro, facendo arrivare ai suoi coetanei disoccupati la sensazione che un lavoro così tanto fuori porta sia nelle condizioni praticabili da qualsiasi cittadino ed in linea con il benessere garantito dalla costituzione a tutti i lavoratori.

Prima di chiudere l’analisi sul fenomeno “napoletana pendolare”, va citato un articolo dell’articolo de il Mattino di Napoli che racconta la storia di un altro operatore scolastico che invece ha scelto di vivere a Torino lontano dalla sua famiglia ubicata nel meridione. Ed è qui che si comprende il motivo per il quale la giovane non voglia perdere questa opportunità lavorativa. Come stesso dichiara il testimonial maschile, sposato con figli, c’è l’opportunità di guadagnare maggior punteggio in classifica con la speranza in futuro, vicino o lontano non sappiamo, di spostarsi in una sede lavorativa limitrofa al suo luogo d’origine.

La questione della napoletana è uguale. La ragazza non vuole andare a vivere a Milano, ma spera in un avvicinamento alla sua casa Natale e se questo articolo nasceva con il pretesto di trovarle una casa sotto la Madonnina, ad oggi, visto con malizia ed un minimo di conoscenza del settore, invece sembra un tentativo di velocizzare eventuali spostamenti in un luogo di lavoro a meno di 900 km da casa.

Non solo c’è chi ha realizzato il servizio giornalistico non verificando le dichiarazioni fornite dalla ragazza come ad esempio i giorni in cui andava al lavoro, il giovedì ad esempio non esiste una linea fast che parte da Napoli ed arriva fino a Milano, la sostenibilità del costo sostenuto ogni mese per viaggiare quotidianamente sull’alta velocità in una tratta da 900 km a tragitto. Al netto di queste valutazioni di natura professionale che riguardano il giornalismo, c’è invece una questione di qualità dell’informazione che andrebbe evidenziata e che riguarda la condivisione di una notizia solo perché rappresentava una opportunità di acquisire maggiore visibilità nei confronti dei lettori sparsi nella rete nascondendosi dietro al fatto che la notizia andava coperta perché diventata oramai virale.

Sorprende che a pubblicarla questa notizie in forma integrale siano stati gli stessi quotidiani che ogni giorno combattono le notizie false ed aderiscono a dei ministeri della verità che decidono cosa è giusto e cosa è sbagliato pubblicare quando sul fatto specifico della pendolare ancora non si sono espressi per giudicare se la notizia fosse falsa o fosse stata trattata in un modo poco professionale e decontestualizzata dai fatti così come sono realmente . C’è poco da aggiungere all’ennesima brutta figura di una informazione sempre molto attenta a censurare o ad ignorare tematiche spinose come le questioni pandemiche o di conflitti internazionali e che invece questa volta si è lasciata prendere dal sensazionalismo , sapendo che avrebbe colpito le coscienze non solo di chi percepisce il reddito di cittadinanza , ma di tutti quei giovani che quotidianamente fanno i conti con delle offerte lavorative inique nei territori dove vivono e combattono pur di non lasciare i loro luoghi natali . Perché la morale della storia della pendolare e proprio questa: posso allontanarmi quanto voglio da casa per lavorare , ma solo se posso ritornare dai miei affetti e dalle mie amicizia di una vita . Non è nemmeno giusto che ad emigrare siano sempre quelli del Sud e quindi la politica invece che proporre modelli di un sacrificio che sa di sfruttamento sui luoghi del lavoro dovrebbe iniziare a ragionare a come ripopolare lavorativamente le aree depresse del paese .

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