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Inchieste

Italia, Meta usa metodi cinesi e censura i giornalisti, diffamandoli

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Tempo di lettura: 9 minuti. Sanzioni delle sanzioni alle foto del figlio del presidente Biden, offese di disinformazione ai professionisti con errori di interpretazione da parte dell’intelligenza artificiale. O si cambia dall’interno come in USA con Trump oppure questo andazzo va sulla coscienza di politici, Istituzioni e dipendenti italiani di un social in profonda crisi di soldi e di identità

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Per chi non ha tempo:

  • Meta censura giornalisti e utenti sui social accusandoli di spargere disinformazione, compiere reati e di essere soggetti pericolosi
  • Non offre agli utenti la possibilità di appellarsi secondo un trattamento equilibrato che qualsiasi governo Democratico propone nelle sue Carte dei Valori
  • Il sistema di intelligenza artificiale non solo è fallace, ma discrimina la stessa tecnologia in uso da una delle principali aziende informatiche del pianeta, che ne perde di credibilità non solo valoriale, anche tecnica.
  • L’inchiesta è stata possibile stressando con dichiarazioni forti su due piattaforme la “pazienza” del social (leggere avviso in basso).
  • La conclusione è che Facebook dovrebbe moderare i suoi contenuti secondo standard democratici, chiari, ed deve essere libera da lottizzazioni politiche. Altrimenti dovrebbe rappresentare tutte le voci politiche accreditate in ogni singolo paese dove esercita con dei board permanenti h24.

Avviso sui toni di alcuni post dell’autore dell’articolo

E’ chiaro che Meta non sia una società criminale, è ancora più chiaro che i dipendenti non sono responsabili delle policy aziendali, ma quello espresso nell’articolo deve far riflettere invece su come la stessa Meta tratti i suoi utenti ed i professionisti dell’informazione etichettandoli frettolosamente come “pericolosi” per la società, disinformatori e autori di reati come quello della diffusione di materiale intimo.

Inoltre, si precisa ai dipendenti di Meta tirati in ballo, che anche chi ha condiviso il post sul figlio di Biden è stato sanzionato senza appello.

Facebook, la piattaforma social media del gruppo Meta nata per prima su larga scala globale, oggi è una piazza virtuale in decadenza con un titolo in borsa crollato dell’80 per cento ed ha fatto investimenti troppo pioneristici per lanciare il Metaverso, provando a monopolizzare anticipatamente la scena mondiale dell’universo parallelo che animerà il futuro delle società occidentali. Facebook in questi anni ha dichiarato di non essere un media, ma di ospitare contenuti e di voler continuare ad evitare di entrare nelle beghe dei singoli utenti e dei dibattiti che ci sono su di essi, ma questo non è stato possibile perché la politica ha fatto sempre la sua parte e non solo quella italiana, bensì anche quella statunitense. Seppur Zuckerberg sia sommessamente associato ai conservatori americani, intervistato in una trasmissione pro Trumpiana ha dichiarato di aver ricevuto pressioni dall’FBI per nascondere le foto del figlio di Biden mentre era in corsa alla casa Bianca.

In poche parole, è stato vietato ai cittadini americani di sapere che il figlio del loro futuro presidente non solo curasse gli affari di famiglia in Ucraina, ma che fosse anche un tossicodipendente. Se l’avessero saputo in molti negli States, di certo non si sarebbero stupiti quando il neo presidente degli USA appena eletto, Joe, dichiarò che Putin fosse un criminale e nemmeno si sarebbero stupiti apprendendo che gli USA puntano ad una guerra di sfinimento contro la Russia senza nessuna volontà di negoziazione per la pace. Il New York Post ha subito diverse censure e chi ha fornito assistenza tecnica al PC di Hunter è stato diffamato dalla stampa USA individuato come una spia dei russi o un uomo pagato da Trump per rovinare il figlio del rivale politico. Dopo l’ammissione di Zuck, dopo il siluramento di Musk dell’advisor legale di Twitter, che aveva acconsentito a questa attività di censura, e dopo che il commerciante che aveva segnalato all’FBI di detenere un pc con materiale scottante a cui aveva avuto accesso quando il suo proprietario non l’aveva rivendicato dopo tre mesi ha iniziato a querelare la stampa, è stato chiaro per molti che le piattaforme social si sono prestate non solo ad una attività di censura, ma hanno prestato il fianco ad attività di diffamazione a giornalisti e singoli cittadini con delle azioni di doppiopesismo e di censura della libertà di stampa e del diritto di parola, favorendo di fatto un candidato politico rispetto ad un altro. Mentre gli USA correvano al voto, i dipendenti LGBTQ+ e vicini alla comunità AfroAmericana hanno chiesto più volte di cacciare Trump dal social. Scelta che Zuckerberg non ha fatto per non perdere il miliardo di dollari di sponsorizzazioni sui social, aspettando lo scandalo di Capital Hill che ha poi dato il là all’esclusione dell’eversivo oramai ex presidente degli USA sconfitto al voto dopo 4 anni.

La foto del figlio tossicodipendente di Biden ad oggi continua ad essere censurata dal social con policy americane che vengono lasciate fare qui in Italia in barba alla Costituzione e a giudici che interpretano una materia che spesso non parte da un presupposto: quello che avviene dentro Facebook deve rispettare i principi della Costituzione. Quindi Facebook dovrebbe iniziare a dare spiegazioni sul perché di una policy di social scoring degli utenti, gestita non da esseri umani bensì da un motore di intelligenza artificiale, e deve spiegare anche perché questa intelligenza artificiale è strutturata per togliere voce e spazio ai giornalisti con regole diverse tra loro ed il caso del figlio di Biden è lampante così come è lampante la questione dell’ironia che spesso viene travisata e mette le persone in fallo negandole di fruire di un servizio che non prescritto un medico, sia chiaro, ma che ha acquisito una importanza di pubblica utilità.

La prova della tossicodipendenza del figlio di Biden la danno sempre le testate considerate autorevoli dal gruppo Meta

Si può sostenere che Berlusconi è un pedofilo, diffondere la notizia di Meloni che è figlia di un criminale, ma non pubblicare la foto di un tossicodipendente perché figlio del presidente degli USA e invischiato in affari riconducibili al padre

Il primo caso di restrizioni di queste sanzioni è quello della foto di Biden pubblicata in data 14 agosto che dimostra come un personaggio influente della scena politica mondiale sia coinvolto in una condizione di tossicodipendenza e curi degli affari di famiglia nel campo delle armi, e peggio anche nel gas in Ucraina, venga considerata da Facebook una foto intima. No, non lo è, perché dietro questa foto, censurata con i quadrettini, non c’è solo un tizio che si droga e frequenta prostitute, bensì il figlio del presidente degli USA e questo rappresenterebbe un problema di conflitto di interessi in tutte le democrazie che contano. Il primo giro di sanzioni giunge in data 21 settembre fino al giorno 13 ottobre quando Meta chiede scusa per la sanzione:

POST DI AGOSTO SANZIONATO IL 21 SETTEMBRE, RIMOSSO E “SCUSATO” IL 21 SETTEMBRE

In data 29 ottobre giunge una nuova sanzione per la stessa foto, che Facebook aveva rimosso già dalla bacheca nonostante si sia scusata, come è evidente, a cui è seguito un ulteriore blocco alle attività del profilo grazie alla valutazione dell’intelligenza artificiale sulla foto e non sul contenuto testuale che ovviamente è assolutamente contestabile.

Quindi Facebook ha sanzionato 2 volte un utente, un giornalista, per la stessa foto vera e di rilevanza informativa?

Sì ed ed è occorsa anche una coincidenza. Il giorno prima, 28 ottobre, sul profilo Twitter sono stati pubblicati diversi post contro Meta:

https://twitter.com/liviovarriale/status/1586096208505888780

Parole dure e chissà se siano state all’origine di una sanzione della sanzione già in vigore sulla piattaforma social. A questo punto, si è andati avanti con la fase di test, alzando sempre più il tiro in data 29 ottobre:

Il giorno dopo, in data 30 ottobre, si è pubblicato un post così articolato con le fonti inserite in questo articolo a conferma delle dichiarazioni in esso contenuto:

Buongiorno a tutti, al Ministro della Salute che ha la sua Università nel progetto delle terapie geniche di Pavia.

FONTE MIUR

700 milioni di investimento con i soldi in prestito dell’Europa dove c’è anche un certo signor Von der Leyen che non è parente a Ursula bensì ne è il marito.

Ma come? L’Europa che sfida il patriarcato, che dice alle donne di prendersi il cognome dei figli, ha la sua presidente che incarna i principi di meritocrazia e di patriarcato del nazismo a lei caro?

Preside dell’Università di Tor Vergata, grande sostenitore di Greenpass, vaccini a MRNA seppur sperimentali, la prima dichiarazione fatta qual è stata?

Pacificazione con medici NoVax e via dispositivi sanitari da ospedali ed altro ancora

Questo denota lo spessore di un ministro tecnico, preso dal mondo accademico. Uno che ieri faceva il leone ed oggi presta il fianco a quelli che definiva cogl***.

Quanti altri virologi ci siamo sorbiti che virologi non erano e gli è stato dato il verbo della scienza per denigrare, delegittimare non solo semplici cittadini bensì medici che di pazienti ne hanno visitati quotidianamente e in tanti.

Pregliasco non è virologo
Crisanti non è virologo

Adesso che sono emersi conflitti di interesse, gli affari privati, si sentono presi per le palle ed il fattore più interessante è che di faccia manifestano con supponenza degli H-index farlocchi, ma in realtà sono più accattoni di chi chiede l’elemosina in tangenziale.

Voi mi dite: ma è di destra perché sta nel governo Meloni. No, questo l’ha messo Mattarella mentre questi fascisti con il lasciapassare della medicina accademica hanno avuto gran risalto grazie alla società Meta che non solo ha apposto un bollino di qualità ai nostri post, ma ci ha bloccato, bannato e sanzionato con il metodo cinese.

Fascisti e criminali, loro ed i loro dipendenti.

Dopo nemmeno 2 minuti arriva il blocco totale di Meta al profilo con una sfilza di sanzioni che si aggiungono a quelle della sera precedente:

La sanzione della sanzione alla foto di Biden erano i 58 giorni di pubblicità e dirette ai quali si sono aggiunti blocco della pubblicazione, visibilità dei post in basso, attività gruppo vietata.

La motivazione?

Secondo la piattaforma sarebbero state divulgate informazioni false che addirittura potrebbero causare danni fisici perchè potrebbero spingere le persone a non cercare cure mediche e rimanda ai link dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il post, però, non parla di medicina, nemmeno di cure mediche, anzi, riporta delle notizie verificabili su ogni fonte giornalistica di quelle accreditate dalla stessa piattaforma META.

Quindi Meta, blocca il profilo quando avrebbe dovuto chiudere i profili di mezza stampa italiana per DISINFORMAZIONE, pericolosa per l’incolumità dei suoi utenti.

Cosa ancora più interessante è che esegue un’azione inappellabile perché l’unica scelta è ovviamente quella di ACCETTARE la punizione senza poter fare appello

E prende anche per il sedere ringraziando per aver accettato l’unica scelta disponibile

Se questo non è un metodo censorio dell’attività di un utente e del suo diritto di espressione e anche del giornalista nell’esercitare il suo diritto di informazione e i dipendenti dell’azienda, compresi i dirigenti, approvano questo senza opporsi, manifestano connivenza mista a sudditanza, con lo schema che lede e di molto gli individualismi sociali ed i diritti umani delle democrazie moderne.

Il fatto che una piattaforma privata, con un metodo non compatibile con la Costituzione italiana, delegittimi anche formalmente la figura di una persona, un professionista, per aver espresso in modo forte delle opinioni basate su fatti veri inserendolo in un calderone “sociale” dove orbitano mondi oscuri, vedi novax e terrapiattisti, rende già idea della dimensione democratica della piattaforma che, nel fatto specifico, è riassumibile con:

  • Una sanzione di una sanzione su cui aveva chiesto anche scusa
  • L’accusa di aver fatto disinformazione medica in un post che non parlava di medicina
Non puoi investire con noi

In seguito a questo tipo di sanzione civile simile al social scoring cinese, resta il rammarico di non poter investire su una piattaforma, in calo anche nella soddisfazione dei suoi investitori, e dispiace davvero poter finanziare un modello sociale, prim’ancora di business, che ricorda molto quello cinese o, trovandoci in Italia, quello fascista. A differenza di Trump, dei diritti LGBTQ+ e delle popolazioni afrodiscendenti, c’è da domandarsi come mai i dipendenti della piattaforma si siano ricordati solo ora di “avere famiglia“.

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Inchieste

La pendolare napoletana ha messo a nudo l’integerrima informazione italiana

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Tempo di lettura: 4 minuti. La storia non è stata verificata nè dalla giornalista, nemmeno dalle testate che l’hanno rilanciata. Questa volta assenti anche i debunker che non hanno verificato la notizia.

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La notizia della pendolare napoletana che ogni giorno percorre la tratta Napoli Milano sui treni ad alta velocità per giungere puntuale al posto di lavoro da operatrice scolastica è crollata come la peggiore delle notizie false o decontestualizzate. Tanti aspetti gli andavano valutati e che solo oggi si stanno dimostrando un boomerang nei confronti della lavoratrice che ha staccato il telefono per non farsi contattare da ulteriori operatori della stampa.

Premesso che la notizia avrebbe fatto storcere il naso a qualsiasi segugio di redazione sin da subito, sorprende che sia stata verificata da molte testate autorevoli solo dopo che l’hanno rilanciata, sfruttando l’effetto viralità meritevole di portare incassi a giornali ed editori unitamente all’engagement dei propri profili social. Dopo il servizio delle Iene, è stato fugato qualsiasi dubbio sulle possibilità che la napoletana abbia di percorrere quotidianamente 1800 km circa ad un costo di 400 € mensili.

Le dinamiche che facevano intendere l’impossibilità di mantenere costanza in quello che è stato descritto come l’esemplare sacrificio occupazionale attualmente presente in Italia pur di non stare in casa percepire il reddito di cittadinanza. In primo luogo , le offerte commerciali rendono impossibile anche per una seconda classe viaggiare ad una spesa inferiore di 1.000 € al mese circa su una paga che, ricordiamolo, si aggira intorno ai 1.200 € ogni 30 giorni. Altro aspetto che è stato sottovalutato, emerso nei giorni successivi, è il numero di assenze che sembrerebbero essere state registrate dalla stessa operatrice scolastica nel corso di questi mesi. Alcune delle quali sono collegate alla famosa legge 104 indirizzata a coloro che hanno l’onere di accompagnare ammalati o disabili negli ospedali per consentirgli le cure. Proprio sulla legge 104 ci sono tantissime polemiche, perché la legge, secondo molti operatori del settore è strutturata male perché una persona che lavora a Palermo non potrebbe prestare servizio ad un ammalato che si trova a Milano perché fuori di molto dal perimetro, in questo caso dalla regione, dove appunto lavora.

Al netto di queste due riflessioni elementari, c’è da porsi diversi interrogativi che non riguardano la giovane che ha prestato il suo volto e la sua immagine ad un messaggio al limite della schiavitù lavorativa in base ai giorni moderni ed ai diritti acquisiti nel mondo del lavoro, facendo arrivare ai suoi coetanei disoccupati la sensazione che un lavoro così tanto fuori porta sia nelle condizioni praticabili da qualsiasi cittadino ed in linea con il benessere garantito dalla costituzione a tutti i lavoratori.

Prima di chiudere l’analisi sul fenomeno “napoletana pendolare”, va citato un articolo dell’articolo de il Mattino di Napoli che racconta la storia di un altro operatore scolastico che invece ha scelto di vivere a Torino lontano dalla sua famiglia ubicata nel meridione. Ed è qui che si comprende il motivo per il quale la giovane non voglia perdere questa opportunità lavorativa. Come stesso dichiara il testimonial maschile, sposato con figli, c’è l’opportunità di guadagnare maggior punteggio in classifica con la speranza in futuro, vicino o lontano non sappiamo, di spostarsi in una sede lavorativa limitrofa al suo luogo d’origine.

La questione della napoletana è uguale. La ragazza non vuole andare a vivere a Milano, ma spera in un avvicinamento alla sua casa Natale e se questo articolo nasceva con il pretesto di trovarle una casa sotto la Madonnina, ad oggi, visto con malizia ed un minimo di conoscenza del settore, invece sembra un tentativo di velocizzare eventuali spostamenti in un luogo di lavoro a meno di 900 km da casa.

Non solo c’è chi ha realizzato il servizio giornalistico non verificando le dichiarazioni fornite dalla ragazza come ad esempio i giorni in cui andava al lavoro, il giovedì ad esempio non esiste una linea fast che parte da Napoli ed arriva fino a Milano, la sostenibilità del costo sostenuto ogni mese per viaggiare quotidianamente sull’alta velocità in una tratta da 900 km a tragitto. Al netto di queste valutazioni di natura professionale che riguardano il giornalismo, c’è invece una questione di qualità dell’informazione che andrebbe evidenziata e che riguarda la condivisione di una notizia solo perché rappresentava una opportunità di acquisire maggiore visibilità nei confronti dei lettori sparsi nella rete nascondendosi dietro al fatto che la notizia andava coperta perché diventata oramai virale.

Sorprende che a pubblicarla questa notizie in forma integrale siano stati gli stessi quotidiani che ogni giorno combattono le notizie false ed aderiscono a dei ministeri della verità che decidono cosa è giusto e cosa è sbagliato pubblicare quando sul fatto specifico della pendolare ancora non si sono espressi per giudicare se la notizia fosse falsa o fosse stata trattata in un modo poco professionale e decontestualizzata dai fatti così come sono realmente . C’è poco da aggiungere all’ennesima brutta figura di una informazione sempre molto attenta a censurare o ad ignorare tematiche spinose come le questioni pandemiche o di conflitti internazionali e che invece questa volta si è lasciata prendere dal sensazionalismo , sapendo che avrebbe colpito le coscienze non solo di chi percepisce il reddito di cittadinanza , ma di tutti quei giovani che quotidianamente fanno i conti con delle offerte lavorative inique nei territori dove vivono e combattono pur di non lasciare i loro luoghi natali . Perché la morale della storia della pendolare e proprio questa: posso allontanarmi quanto voglio da casa per lavorare , ma solo se posso ritornare dai miei affetti e dalle mie amicizia di una vita . Non è nemmeno giusto che ad emigrare siano sempre quelli del Sud e quindi la politica invece che proporre modelli di un sacrificio che sa di sfruttamento sui luoghi del lavoro dovrebbe iniziare a ragionare a come ripopolare lavorativamente le aree depresse del paese .

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Inchieste

Microsoft licenzia 11.000 dipendenti, 100.000 assunti in Italia grazie all’ACN

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Tempo di lettura: 3 minuti. I primi atti “informatici” del Governo sono chiari ed in favore di una subordinazione a sistemi di intelligence già consolidati dove non c’è sovranità cibernetica nazionale.

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In questi giorni l’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza ha diramato sulla Gazzetta Ufficiale una classificazione dei rischi in una scala da uno a 15. L’idea è stata accolta in positivo da coloro che in questi mesi non riuscivano a trovare la quadra anche sulla definizione del perimetro cibernetico nazionale. La domanda che però sorge spontanea è quale sia effettivamente il confine “fisico” della nostra nazione senza riferirsi alle questioni scontate come più volte sollevate da Matrice Digitale ed accolte nell’ultimo atto dalla ACN che riguardano l’estensione anche verso quei soggetti incaricati di gestire dati di rilevanza pubblica pur non essendo strutture statali. Dalle azioni e dai primi atti che sono stati intrapresi dalla agenzia capitanata dal professor Baldoni, ci troviamo dinanzi ad una scelta strategica per la sicurezza del nostro paese che ci rende minuscoli ed insignificanti nello scacchiere internazionale.

I primi atti hanno stabilito dei punti cardine riguardo la gestione nella materia della sicurezza informatica nel nostro paese, tra cui un accordo con Microsoft siglato alla presenza del Vice Smith.

Premesso che si parla della migliore azienda internazionale nel campo della sicurezza informatica,  sicuramente più accreditata di Apple, Google, Amazon ed altri tycoon che si trovano altrettanto a combattere quotidianamente con i rischi informatici, l’accordo ha consentito all’Italia di fare al programma governativo nel quale aziende e agenzie governative possono partecipare condividendo una rete di intelligence sui dati e sui rischi in modo tale da sviluppare un network di competenze per fronteggiare l’espansione del crimine informatico e la più complessa guerra informatica. 

Fa riflettere il perché l’Italia abbia scelto di dotarsi di sistemi della Microsoft e perché Baldoni abbia ceduto la sovranità digitale del nostro paese ad una realtà che notoriamente vicina al governo statunitense. L’accordo con Microsoft non solo accade successivamente ad una serie di incontri di Baldoni con ufficiali degli Stati Uniti d’America, ampiamente riportato sui suoi profili social, ma inquadra la linea di azione politica che in quest’ultimo periodo dal conflitto ucraino sta instradando le nazioni verso un fronte occidentale in sostegno dell’Ucraina: diventata ufficialmente la mascotte della NATO e dei paesi del Nord Europa da salvare.

Proprio la nazione di Zelensky ha chiesto di estendere le competenze della NATO in forma ufficiale al settore cibernetico andando oltre il passo formale già esistente di un perimetro immaginario, rendendo la difesa degli Stati europei ed aderenti al contesto delle nazioni unite dal Patto Atlantico unica ed indivisibile contro l’orso russo.

Perché l’accordo tra Microsoft e ACN rende L’Italia merce di scambio?

Per l’interessamento di un privato collegato al Governo americano che stringe un accordo direttamente con la pubblica Autorità di un Paese terzo che incide su altri accordi strutturali come il Parlamento ed il perimetro nazionale composto anche dai Cloud delle grandi aziende. Altri accordi sono stati siglati dal gigante di Redmond per l’inttelligenza artificiale con le religioni abramitiche, Papa Francesco in persona ha twittato la notizia, ed il potenziamento del cloud al servizio delle imprese nazionali.

 Fa riflettere ancora di più il fatto che proviene da uno stimatissimo docente di informatica di una prestigiosa università italiana come La Sapienza, l’indirizzo di una formazione di 100.000 risorse in accordo con la Microsoft nei prossimi anni con il fine di garantire una forza lavoro che ad oggi risulta ridotta rispetto alle esigenze che il mercato reclama. Dal punto di vista della cultura digitale, soprattutto da quello della cultura accademica, possiamo tranquillamente dire che l’accordo formativo tra Governo italiano e Microsoft riguarderà essenzialmente il rilascio di certificazioni da parte della società di Redmond per ricoprire la sua offerta di lavoro nel nostro paese.

Sarebbe anche curioso capire e comprendere quali saranno i risvolti di questo accordo soprattutto quando il nostro paese sarà sempre più schiavo di una tecnologia non proprietaria e sarà costretto nel chiedere ad un partner privato, palesemente in odore di un governo straniero, dati e metriche sull’utilizzo ed sul rischio della maggior parte dei dispositivi del paese. In poche parole, all’ACN hanno fatto una cosa molto semplice per diffondere le famose skill digitali: invece dello studio della comprensione degli elaboratori, dei linguaggi di programmazione, si è commissionata alla migliore azienda del mondo la linea formativa degli informatici italiani del futuro.

Nemmeno il tempo di insediare l’Agenzia per la sicurezza cibernetica della nazione e subito che si è svenduto il capitale umano al miglior offerente.

Una scelta politica che denota l’assenza di spessore del contesto italico nel rivendicare un suo spazio di intelligence e di settore produttivo nell’informatica. Peccato, poteva essere l’occasione giusta per rendere l’Italia orgogliosa delle sue competenze informatiche, ma la soluzione proposta dall’ennesima sovrastruttura governativa denota ancora di più l’aspetto provinciale e coloniale di un paese destinato sempre più ad essere una base militare del Mediterraneo di un sistema consolidato oramai dai primi anni del 900 fino ad oggi.

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Inchieste

NoName057(16) a Matrice Digitale: stiamo analizzando il perimetro cibernetico italiano

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Tempo di lettura: 3 minuti. Esclusiva mondiale al gruppo di hacktivisti che hanno colpito diversi paesi europei tra cui l’Italia

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Nel mese scorso, l’Agenzia Nazionale per la Cybersecurity ha diramato un’allerta su potenziali attacchi informatici da parte di un gruppo russo denominato NoName057(16). Si sono registrati pochi danni, anzi, impercettibili e l’Italia ha risposto bene a differenza di molti altri paesi europei come ad esempio la Danimarca in queste ore sotto attacco in molte delle sue infrastrutture bancarie. Matrice Digitale è riuscita ad intervistarli grazie anche alla diponibilità mostrata dal gruppo di hacktivisti russi.

Premessa

L'intervista è stata realizzata via mail con domande non concordate e risposte giunte senza possibilità di dibattito, si precisa che il contenuto delle risposte fornite dagli hacktivisti russi NON rispecchia la linea editoriale della testata che le pubblica. 

Siete passati per l’Italia, avete trovato qualcosa e siete stati soddisfatti dei danni fatti o avete trovato un sistema migliore della vostra capacità offensiva?

L’Italia è uno dei casi più interessanti nella nostra pratica. La soddisfazione per il nostro lavoro dipende direttamente dal coinvolgimento dell’Italia nel conflitto con l’Ucraina. Quanto meno insensato sarà il sostegno militare dell’Italia, tanto meno la vedremo come parte del conflitto. Stiamo lavorando attivamente alla raccolta, all’analisi e a ulteriori elementi di sfruttamento delle minacce, anche nel segmento delle reti italiane.

Qual è il vostro rapporto con KillNet? Siete collegati a loro?

Abbiamo un atteggiamento positivo nei confronti di tutti gli hacktivisti il cui compito è quello di combattere il neofascismo, la russofobia e la cieca adesione all’egemonismo americano. Andiamo per conto nostro e non siamo legati a nessuno.

Vi sentite più hacktivisti o una APT (gruppo militare) al servizio del governo russo?

Nell’anima di ognuno di noi vive un hacktivista. Anche coloro che partecipano al progetto DDoSia e non hanno particolari competenze in materia di DDoS sono hacktivisti. Serviamo gli interessi della giustizia e della libertà digitale. Lungo il percorso, aiutiamo un numero enorme di persone in tutto il mondo a capire che il neonazismo che si solleva dalle sue ginocchia può e deve essere sconfitto. Non ci sono mezzi termini in questa lotta.

Qual è il vostro obiettivo? Cosa volete dimostrare con le vostre azioni?

Il nostro obiettivo è opporci attivamente al neonazismo e lottare contro coloro che lo aiutano a rialzare la testa. Siamo per la giustizia e contro la rabbiosa russofobia.

Sapete che i DDOS sono più vicini agli script per bambini che agli attacchi informatici di hacker considerati a livello internazionale?

Il DDoS è una delle nostre direzioni. Abbiamo ragazzi che si occupano di pentesting, dorking, analytics, traduzioni, flooding, osint. Non diamo risalto a queste direzioni (almeno cerchiamo di non darne) per il motivo che i risultati di questo lavoro devono essere creati e vivere in silenzio. Parte del nostro lavoro viene utilizzato da altri gruppi di hacker. Il volume di pubblicazioni su di noi è abbastanza grande, ma non lo consideriamo un merito.

Cosa vi aspettate dalla guerra? Siete a favore della pace, contro l’Occidente? O non provate pietà per gli ucraini che muoiono sotto le bombe?

Non siamo in guerra, ma in un’operazione militare speciale. Nessuno ha dichiarato guerra a nessuno. Siamo a favore della pace e della coesistenza armoniosa dei popoli, compresi quelli con i Paesi occidentali. Siamo stanchi del fatto che i Paesi occidentali siano costantemente in conflitto con la Russia. Il blocco militare della NATO sposta costantemente le sue basi ai nostri confini. Se non è diretto contro di noi, allora perché viene fatto? Gli ucraini… Ci dispiace per gli ucraini morti nella Casa dei Sindacati di Odessa, per i bambini uccisi di Luhansk e del Donbass. Ci dispiace incredibilmente che l’attuale regime ucraino abbia preso in ostaggio il suo stesso popolo. E questo popolo non è in grado di resistere. Il nostro principio con i terroristi è semplice: nessun accordo. Quello che sta accadendo agli ucraini è una tragedia e un dolore immenso. Il nazismo, coltivato con successo in Ucraina, ha messo radici troppo profonde nella società, che ha perso la capacità di resistere e di opporsi. Risolveremo questo problema.

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