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Editoriali

“Liste proscrizione dei fascisti sui social” Scambio di persona crea un caso

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Svegliarsi una mattina e trovarsi come responsabile delle guerre di rete che riguardano sostenitori di destra contro quelli di sinistra e viceversa. E’ quanto ho appreso leggendo in un sabato mattina dalla bacheca di un profilo amico @sonoclaudio, indicato insieme ad Alex Orlowski di #Facciamorete, come l’autore di una lista di proscrizione contenente i nomi di coloro che non sono in linea con il pensiero della componente antifascista e antirazzista molto attiva sui social network.

Ed ecco che il caso ha voluto che due profili fossero messi sullo stesso piano, inconsapevolmente, senza che gli autori dell’articolo sapessero i dissidi ideologici tra @sonoclaudio e Orlowski sulla vicenda di #facciamorete.

Dopo uno scambio di tweet, tra l’autore dell’articolo, la testata e sonoclaudio, si è arrivati alla rettifica del pezzo giornalistico che ha messo d’accodo le parti e che potete leggere a questo link

Claudio è un esperto di informatica, che lavora nell’ambito della ricerca documentale legale e aziendale, lo abbiamo raggiunto per documentare questa vicenda che non rappresenta un caso isolato, perché sono frequenti dissidi sui social che scaturiscono in vere e proprie guerre ed è per questo motivo, che vedremo perché capita spesso di trovarsi nel bel mezzo di una discussione accesa senza aver fatto nulla per esserci.

Svegliarsi una mattina e trovarsi tra i censori della sinistra. Come ci si sente?

Allo stesso modo di svegliarsi la mattina e trovarsi collocati tra i censori della destra, senza aver ancora bevuto il caffè.

Non mi occupo di politica e di informazione (non nel senso stretto del termine), ma il concetto di censura andrebbe rielaborato tenendo anche conto del fatto che i mezzi d’informazione e di comunicazione sono cambiati e che ciò che si muove sui social ne ha condizionato e modificato il già labile equilibrio.

Quando l’informazione, per rincorrere il “sentiment” dei social, perde il suo ruolo di “equo comunicatore sociale” e si schiera, inevitabilmente genera censura e contrapposizione.

Nel caso del post pubblicato da Scenari Economici, l’errore di fondo è aver veicolato un’informazione non verificata e non verificabile, basata su voci circolate sui social.

Quel post (pubblicato un anno fa e di cui non conoscevo l’esistenza) nell’ultimo mese è diventato oggetto di ampia condivisione per alimentare lo scontro tra “fazioni” composte da utenti di destra e di sinistra.

La cosa divertente della vicenda è che, mentre si contesta la creazione di presunte “liste di proscrizione” nei confronti di uno schieramento, le due fazioni si affrontano a colpi d’insulti, minacce, segnalazioni di massa e blocco massivo dei followers degli utenti.

Lei e Orlowski vi siete spesso beccati sui social, eppure siete stati messi sullo stesso piano, cosa ha portato a questa conclusione?

Premetto che non ho nulla contro Orlowski, non siamo amici, nella vita ci occupiamo di cose diverse, ci separa un bagaglio professionale, sociale, culturale e dialettico profondamente diverso.

Anche in questo caso è mancata la verifica: sarebbe bastato controllare su Twitter per capire quanto, Orlowski ed io, siamo distanti.

La questione è banale: si è “social istituzionalizzato” il concetto che, se non sei a favore, sei contro, trasformando un luogo di condivisione in territorio di scontro.

Questo, in sintesi, è il trionfo del “metodo Morisi”: dividere per alimentare il “tutti contro tutti”.

Chi ha sottovalutato Morisi, ha commesso un errore; dal mio punto di vista, Alex (e non solo lui) è tra quelli.

Queste guerre tra le parti, mi è parso di capire che sono molto sterili e non portano a niente. Perché? Non riguardano i pezzi grossi e rappresentano una guerra tra poveri?

E’ una guerra tra bimbominkia, concedimi il termine. Ai politici, di ciò che accade sui social, interessa poco o nulla; non sono i “Senza di me”, i “Facciamo Rete” o gli “Uno dei mille” di turno a spostare gli equilibri della politica e/o generare e spostare consenso elettorale.

E’ solo bieca manipolazione. Il politico di turno lancia il sasso nello stagno e quei gruppi nati in rete vengono utilizzati come “braccio armato” per fomentare la piazza social, generare la rissa, inquinare il dibattito ed avvelenare i pozzi al fine di nascondere e non dare evidenza ai temi importanti per il paese e per i cittadini; il valore politico (e anche di cultura sociale e digitale) di questi gruppi è pari a zero. Che, purtroppo, è anche la cifra dell’attuale classe politica italiana.

Come ne è uscito da questa situazione ?

Applicando una elementare regola della vita sociale e quotidiana: se diffami, ti denuncio e ti presento il conto.

Regola a cui i frequentatori dei social non si possono sottrarre. L’idea che i social siano un territorio immateriale, una zona franca immune a qualsiasi norma, anche di civile convivenza e rispetto, è particolarmente fantasiosa.

Allo stesso modo, essere convinti che lo “pseudo-anonimato” sia “anonimato”. Sui social, nessuno è anonimo. In rete, le garanzie di “anonimato” sono applicate a realtà ben più complesse e serie.

E’ giusto riconoscere che ho trovato in Maurizio Gustinicchi (@gustinicchi), il firmatario del post, una persona ragionevole che ha compreso di aver commesso, probabilmente in buona fede, un errore di valutazione e ha rettificato il post.

Ha trovato malafede nell’essere inserito come censore dei sostenitori della destra oppure tutto nasce da una impreparazione di fondo? 

Premesso che non sono i social a diffondere cattiva informazione ma gli utenti, la mia amica Barbara Collevecchio (@colvieux) ricondurrebbe l’intera questione ad una approfondita esposizione del tema “bias cognitivi” e “bias del pregiudizio”.

Non è questione di malafede, ma di impreparazione; da sempre sostengo che questo è il paese in cui l’utenza digitale non conosce gli strumenti che ha a disposizione, comprese le applicazioni che utilizziamo tutti i giorni.

L’esempio più recente (diffuso sul social che entrambi frequentiamo) è che Twitter, all’improvviso, si sia messo a sospendere gli account di alcuni utenti per via del fatto che non avevano eseguito l’aggiornamento dell’applicazione.

Quell’assurdità, diffusa per nascondere pratiche di “segnalazione di massa” adottate da un preciso gruppo organizzato, è diventata virale.

Internet è un veicolo informativo e formativo meraviglioso che ha una peculiarità: non è razzista, classista o divisivo; è aperto ed accessibile a chiunque, basta saperlo utilizzare; sono gli utenti ad averlo trasformato in qualcosa di diverso, depauperandone le finalità.

Siamo la nazione i cui utenti della rete, in linea generale, conoscono un’unica funzione: il tasto ON-OFF, quindi non ci si deve stupire.

Per migliorare questa realtà e costruire utenti consapevoli, servirebbe partire dalle basi, sfruttando l’unico contesto in cui si genera formazione culturale: la scuola.https://googleads.g.doubleclick.net/pagead/ads?client=ca-pub-7032093705562211&output=html&h=280&slotname=4454675944&adk=2688740674&adf=144637382&pi=t.ma~as.4454675944&w=720&fwrn=4&fwrnh=100&lmt=1630256199&rafmt=1&psa=1&format=720×280&url=https%3A%2F%2Fwww.matricedigitale.it%2Fnotizie_192%2Fpost%2Fliste-proscrizione-dei-fascisti-sui-social-scambio-di-persona-crea-un-caso_761.html&flash=0&fwr=0&fwrattr=true&rpe=1&resp_fmts=3&wgl=1&adsid=ChEI8OCsiQYQ98G12Oi8xtSKARI_ACE_-qK6w-_cCmLzX3PWIRhENCkMxKLMzTr9SaaFl9hVQeu_DSNYtZ-xBs8GNbnNoOkVWiVvOiM3IUy-Zx5U&uach=WyJXaW5kb3dzIiwiNi4yIiwieDg2IiwiIiwiOTIuMC40NTE1LjE1OSIsW10sbnVsbCxudWxsLG51bGxd&tt_state=W3siaXNzdWVyT3JpZ2luIjoiaHR0cHM6Ly9hdHRlc3RhdGlvbi5hbmRyb2lkLmNvbSIsInN0YXRlIjo3fV0.&dt=1630256050378&bpp=19&bdt=250&idt=247&shv=r20210823&mjsv=m202108240101&ptt=9&saldr=aa&abxe=1&cookie=ID%3D0e665a2a064ded61-224327b292c80097%3AT%3D1627915024%3ART%3D1627915024%3AS%3DALNI_MbePjEpOe3Ffu_kJlZjDcNseHP6yw&prev_fmts=720×280%2C720x280%2C390x280%2C390x280%2C0x0%2C720x280&nras=1&correlator=1693586274948&frm=20&pv=1&ga_vid=408656865.1627915022&ga_sid=1630256050&ga_hid=5126539&ga_fc=0&u_tz=120&u_his=5&u_java=0&u_h=768&u_w=1366&u_ah=728&u_aw=1366&u_cd=24&u_nplug=3&u_nmime=4&adx=75&ady=4641&biw=1349&bih=568&scr_x=0&scr_y=2414&eid=44747621%2C31062314%2C21067496%2C31062297&oid=3&pvsid=3779974621525516&pem=147&ref=https%3A%2F%2Fwww.matricedigitale.it%2Fnotizie_192.html&eae=0&fc=896&brdim=0%2C0%2C0%2C0%2C1366%2C0%2C1366%2C728%2C1366%2C568&vis=1&rsz=%7C%7CeEbr%7C&abl=CS&pfx=0&fu=128&bc=31&jar=2021-08-29-16&ifi=4&uci=a!4&btvi=4&fsb=1&xpc=fn0ORDOwGJ&p=https%3A//www.matricedigitale.it&dtd=M

Intanto si giocano partite più grandi nel mondo dei social, che scenario vede?

Come qualsiasi “Talebano dogmatico della rete”, sono preoccupato. Se la proposta di Marattin è inattuabile e, ad un certo un punto, ci ha fatto sorridere, quella di regolamentare il dibattito pubblico sui social assoggettandolo alla “moderazione” delle forze dell’ordine formulata del presunto leader delle “Sardine”, Santori, è una follia pericolosa, al netto del fatto che le forze dell’ordine sono già presenti sui social e ne monitorano costantemente contenuti e utenti.

Santori rappresenta un movimento che potrebbe condizionare politicamente le scelte future del Partito Democratico; un movimento che, inoltre, per struttura, costruzione comunicativa di rottura e ricerca del consenso di piazza, adotta un modello e propone argomenti simili a quelli su cui una società privata ha costruito il partito politico di cui è azionista unico.

E, attualmente, questi due soggetti politici sono alla guida del governo del paese.

Siamo in una situazione diversa rispetto al 2013, quando Microsoft decise, nel giro di un paio di mesi e con un banale comunicato di poche righe, di chiudere a livello globale una piattaforma social (MSN) utilizzata da decine di milioni di utenti; le piattaforme sociali si sono evolute in macchine d’informazione, disinformazione, marketing e di collettori di dati, sostituendo l’informazione tradizionale.

Se un movimento è in grado di condizionare chi governa, al punto da spingerlo a varare norme antidemocratiche, incostituzionali ed incivili per esercitare il “controllo di stato sui social”, con il rischio che questo si espanda all’intera Rete attraverso il ricorso ad altri ben più pericolosi ed invasivi strumenti di sorveglianza di massa, sarà necessaria una profonda riflessione ed una forte opposizione.

E se ci fosse qualcuno convinto che le piattaforme sociali siano al servizio del cittadino e ben si prestino a favorire rivoluzioni culturali e sociali, dovrebbe ricordare che tutte quelle che sono state definite “Primavere arabe” nate dal basso ed alimentate anche dalle rete, sono miseramente fallite.

Ci sarà sempre un 50 e 50 di distribuzione degli spazi nella rete oppure si arriverà a vedere una parte politica che monopolizzerà quasi l’ideologia nel contesto virtuale? 

Questa è già la realtà attuale ed è uno scenario terribile.

Non ho idea di quale possa essere il futuro della Rete. Di certo, quel futuro non può essere indirizzato esclusivamente dalla politica, dalle indicazioni e decisioni imposte da pochi soggetti. Immagino che il futuro della rete sia strettamente connesso all’evoluzione del corpo sociale; se la società civile, già fortemente divisa ed in conflitto, per sottrarsi anche ad attività governative vessatorie e liberticide, si trasformerà in una società decentralizzata sancendo, di fatto, la diversità tra comunità di persone, ceto sociale, culturale e religioso, la Rete inevitabilmente seguirà quel corso generando tante piccole reti autogestite, perdendo la sua peculiarità di rete globale accessibile a tutti e la sua funzione di pubblica utilità prestata alla divulgazione ed alla condivisone. Ma, forse riconquisterebbe quell’integrità etico-morale che oggi sembra smarrita.

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Attacco Hacker alla SIAE: il punto di Odisseus

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“Ennesimo attacco hacker questa volta contro la Siae: può un titolo essere più equivoco? Se si volesse fare informazione veramente, “general purpose”, come si diceva una volta, allora il titolo e la spiegazione dovrebbero essere molto differenti.
Forse dovrebbe spettare alla fantomatica Agenzia per la Cybersecurity, nelle intenzioni del Sottosegretario Gabrielli e nelle innegabili capacità operative di Baldoni e Ciardi, il compito arduo di “educare” gli italiani ad una giusta relazione con la tecnologia e con la sicurezza, cosa che per ora è ancora in cantiere.

Quanto alla relazione tra la teconologia e la sicurezza ora sappiamo che non c’è un buon rapporto neanche nella Siae: dalle prime notizie che ci giungono infatti, sembra che si siano infettati con il “solito” ransomware, quei virus, tanto per capirci, che criptano tutti i dati, li rubano e poi chiedono il riscatto per poterli de-criptare.

Quindi altro che “attacco hacker”, sarebbe il caso di dire “autogol hacker” perchè di solito in questi casi l’infezione si scatena da un click fatto dal malcapitato su documenti, pagine web, mail recapitate ad hoc per infettare da un incauto utente. Di solito queste “esche” sono facilmente riconoscibili ad un occhio “prudente”: se l’occhio invece non è “educato” allora è facile cadere nel tranello; non è un “attacco” vero e proprio quindi, è più una “caduta” di attenzione.

Apprendiamo poi che a fronte di questo danno, la Siae ha avvertito sia il Garante della Privacy che la Polizia Postale: azioni ex post completamente inutili, ma che fanno scena, come se avessero davvero a cuore la “sicurezza” o per evitare future diatribe legali.

A quanto si legge, ancora, sembrerebbe che non siano propensi a pagare il riscatto, quindi prepariamoci ad andare a leggere tutti i segreti dei clienti della SIAE: gli hacker che li hanno derubati infatti, come da manuale, per forzare il derubato a pagare, pubblicheranno di tanto in tanto parti dei dati.

Anticipiamo che ci potrebbero essere orde di “curiosi” pronti a scaricare dal Dark Web (quindi anonimamente) i dati riservati della Siae, che il Garante, come solito suo, inutilmente definirà informazioni sensibili e quindi dichiarerà reato entrarne in possesso.
Ma tutti se ne infischieranno e scaricheranno tranquillamente le informazioni della Siae che finiranno nelle tasche di soggetti non titolati a maneggarle. La navigazione sul Dark Web è anonima infatti, ed è molto difficile intercettare il curioso (o il maleintenzionato) che andrà a curiosare tra i dati rubati della Siae: come è successo in tanti altri casi, la quantità di download indicano che le parole del Garante non fanno mai da deterrente, anzi, invogliano molti ad entrare in possesso di quanto altri hanno rubato. Prepariamo i pop corn, ci sarà da “divertirsi”, nell’ennesmo giro di circo che nessuno riesce a fermare.”

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Perchè il Wall Street Journal più che esclusiva, ha raccontato fuffa

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Ancora scoops dagli Stati Uniti d’America che vengono annunciati in pompa magna dalla stampa italiana. La notizia del giorno è che Facebook ha una piattaforma, denominata Xcheck, che assolverebbe una elite di 5,2 milioni di utenti circa dall’osservanza delle proprie policy sempre più restrittive sulla pubblicazione dei contenuti.


LA NOTIZIA


Secondo il Wall Street Journal, testata autrice dell’inchiesta, un documento tratto da una fonte anonima dimostra l’esistenza della piattaforma elitaria e porta come esempio quello di Neymar che pubblicò la foto di una donna nuda, colpevole di averlo denunciato per stupro, ed il social non avrebbe rimosso il contenuto in tempi brevi. Questo l’esempio per dimostrare che sulla piattaforma di Zuck c’è chi gode di impunità.


SIAMO TUTTI UGUALI


Facebook, attraverso il suo proprietario Zuckerberg, aveva dichiarato poco tempo fa che dinanzi all’algoritmo delle policy ed alla verifica degli utenti umani, chiamati in un secondo momento a valutare quelle che possono essere delle “storture” del sistema, la legge è uguale per tutti.

La legge è da sempre “non uguale per tutti” nel mondo reale e non può esserlo in quello virtuale, soprattutto quando si parla di società private che svolgono funzioni pubbliche e di emendamenti che li tutelano da qualsiasi azione criminale, ma una lancia a favore degli “immuni” la si deve spezzare per un motivo in particolare. L’algoritmo di Facebook, comprese tutte le multinazionali social, è incapace di reagire alle segnalazioni di massa che imperversano quando ci si viene beccati dalla corrente non proprio abituata a tollerare determinati contenuti e che sfrutta in massa lo strumento di segnalazione del contenuto sgradito e questa attività porta al ban del contenuto indipendentemente dalle policy del social.


Quindi l’immunità ha una sua funzione.


QUALI SONO I REQUISITI PER AVERLA?


I requisiti non sono sempre chiari, alcuni social hanno le liste di attesa, altri invece hanno sospeso l’approvazione dei profili “vip”, ma è palese che la piattaforma richiede molte documentazioni che attestano l’attività di chi richiede l’ingresso nell’elite, che sia tra l’altro esclusiva.


PERCHÉ L’INCHIESTA È UNA FINTA INCHIESTA?


Perché si tratta del segreto di Pulcinella, perché tutti sanno che esistono i favoriti dei social, e non è la prova dell’esistenza di Xcheck a rendere pubblico un fenomeno che fino ad oggi ha favorito carriere rispetto ad altre. Già oggi, produttori, editori, influencer di ogni tipo, hanno la possibilità di contattare il signor Facebook e chiedere spiegazioni. Questa opportunità non è collegata invece alle povere anime che ogni giorno sono vittime di segnalazioni di massa, che se ingiustificate rende la piattaforma social connivente con atti di cyber bullismo che incidono non solo sulla psiche degli utenti, sempre più affetti da patologie collegati al mondo virtuale, ma generano anche un mancato guadagno. Per non parlare di chi ha avuto il canale YouTube chiuso ed è andato in quel di Mountain View a fare strage di dipendenti perché non ha ottenuto chiarimenti.


Esistono già dei precedenti che interessano questioni torbide nei social e l’ultima ha riguardato Twitter quando è stata hackerata e i profili esclusivi di gente come Musk, Bill Gates e Bezos pubblicarono dei tweets dove promettevano di restituire il doppio della somma di bitcoin che gli venivano versati. Questo tipo di attacco fu possibile proprio grazie al fatto che il sistema di gestione degli utenti di Twitter aveva la possibilità di fare questo ed altro, dimostrando che un qualsiasi dipendente, che aveva accesso a questa funzione, poteva decidere vita e morte “sociale” di chiunque.


QUALE SAREBBE STATA LA VERA INCHIESTA ?


La vera inchiesta sarebbe potuta esistere già da tempo e da quando emergevano le prime strategie dei giganti tech che incontravano, con il favore delle tenebre, molti autori escludendo di fatto la politica. A testimoniare questo “Bildeberg” dei contenuti web c’è un video di Jovanotti che spiega per bene la strategia che avrebbe in futuro dettato l’agenda politica del mondo negli anni seguenti.


E le prove concrete ci sono state in questi anni dove i politici hanno fatto politica più colpi di tweets che di cose ocncrete, ma si sono trovati contro influencer o gruppi ed etnie canalizzate nel fare dura opposizione sfociata spesso con rivolte di piazza, che in alcuni casi hanno fatto cadere addirittura dei governi. Un po’ come chiedersi se il successo di alcune persone artisticamente mediocri sarebbe esistito senza le loro battaglie politiche, oppure con impostazioni di pensiero ideologiche opposte a quelle attuali. Quindi il problema non è sapere se esista o meno una censura a giorni alterni, due pesi e due misure per intenderci, ma comprendere questo sistema da chi viene manovrato e in favore di?


LA VERITÀ SCOMODA


Purtroppo la verità è un’altra e nemmeno il Wall Street Journal la può raccontare. Perché raccontare la verità può significare che gli sponsor vengono meno, che i post su Facebook abbiano meno visibilità organica rispetto alla massa, quindi meglio non entrare nel merito di quello scandalo globale che ogni giorno sta monopolizzando il mondo intero ed è forse consigliato ai giornalisti di prestarsi alle battaglie politiche che portano qualcosa in cambio agli editori e li favoriscono la strada nel paradiso degli influencer perché schierati dalla parte giusta. Nel caso di Facebook c’è qualcosa di diverso. La politica americana non vuole la morte del primo social media, ma vuole trattarlo alla stregua della RAI italiana e precisamente vorrebbe lottizzarlo per gestirne la linea editoriale.


Una linea che non è mai stata chiara secondo molti, ma è chiaro che nel tempo Facebook ha premiato gli algoritmi di alcune società schierate verso l’ala progressista e democratica del mondo e che hanno investito fior di quattrini sulla piattaforma con sponsorizzate dei propri contenuti. Sulla questione Trump, Zuckerberg è stato anche molto più serio di altri, vedi Dorsej che ha fatto campagna elettorale per Biden invece, perché ha bannato Trump dopo la sua sconfitta politica, nonostante l’ala arcobaleno e antirazzista dei suoi dipendenti esercitasse pressioni dall’interno.

Che Zuckerberg stia pagando lo scotto di non aver condiviso l’azione congiunta verso l’azione di Trump?

Che stia pagando il suo non aver ceduto ai ricatti degli sponsor sotto elezioni americane?

Oppure è semplicemente sotto attacco delle varie anime politiche che vogliono mettere mano ad un potere elitario come denuncia l’inchiesta del Wall Street Journal?

Appunto quel potere elitario di cui anche il Wall Street Journal fa parte ed è per questo che l’inchiesta è fuffa e non affronta il nodo essenziale della vicenda: a chi giova tutto questo?

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OCSE impone Flat Tax del 15% alle multinazionali.

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Da oggi le multinazionali pagheranno poco, ma tutte. E’ questo l’accordo raggiunto da 136 paesi dell’OCSE nel far fronte a quella che da tempo viene denunciata come elusione fiscale dei gruppi industriali globali da sempre impegnati nel garantirsi un maggiore profitto derivante dal pagamento di imposte minime.

L’accordo prevede che le multinazionali pagheranno il 15% delle tasse in ogni singolo paese dove hanno sede. Ad oggi, secondo meccanismi contorti come quello di un’unica sede ufficiale fiscale nell’Unione Europea, si andava incontro alla trattativa riservata e concorrenziale con stati che, pur di accaparrarsi le sedi operative con migliaia di dipendenti, facilitavano l’elusione.

Cosa è l’elusione fiscale e che danni ha portato fino ad oggi?

L’elusione fiscale è diversa dall’evasione che è un reato previsto dai codici giuridici di ogni paese. Per elusione si intende il “comportamento del contribuente che, pur rispettoso della lettera della normativa tributaria, tende a evitare il pagamento dell’imposta con costruzioni negoziali il cui solo scopo è quello di sottrarsi all’obbligo fiscale”.

Questo vuol dire che lo stato incamera meno introiti ed i danni si vedono sia dal punto di vista economico che quello sociale.

Prendiamo ad esempio il caso di Amazon. La piattaforma di E-Commerce più ampia del mondo è concorrenziale nel settore del commercio di beni sia generalisti sia di nicchia. L’esplosione commerciale di Amazon non fa altro che essere concorrenziale con i commercianti ordinari che chiudono.

Questo dovrebbe significare che in un mercato sano e di ridistribuzione del capitale, Amazon debba pagare una quota di mercato non uguale ai commercianti che chiudono, ma almeno equivalente all’imposizione fiscale che una piccola e media impresa ha.

Più negozi soffrono la concorrenza di Amazon, più la multinazionale guadagna e c’è bisogno di redistribuire una parte della ricchezza che viene digitalizzata con un servizio di commercio virtuale in barba a quello reale.

Se chiudono i negozi, c’è gente che perde il lavoro e molte volte difficilmente può reinserirsi nel mercato occupazionale vuoi perché non formata nello svolgere altri lavori vuoi perché invece non hanno più l’età per inserirsi. Quindi meno tasse paga il competitor, meno iniziative di assistenza sociale possono essere messe in piedi e più la capacità di acquisto della classe media-piccola decade con risvolti da paese arretrato.

Quanto pagheranno le multinazionali e quanto incasserà l’Italia?

Secondo una stima, il gettito fiscale che dovrebbe emergere dal 2023, tempo previsto per attuare la riforma, sarà di 125 miliardi sul territorio europeo. La tassazione si comporterà in questo modo:se la tassazione in un paese membro sarà al di sotto del 15%, come spesso accade visto che i paesi che ospitano le sedi delle multinazionali si comportano come dei veri e propri paradisi fiscali, la differenza per il raggiungimento del 15% sarà redistribuito nei paesi dove le aziende hanno le sedi operative. Questa distribuzione della tassazione sui profitti dovrebbe garantire all’Italia circa 2,5 miliardi l’anno.

Che risvolti ci saranno?

Le ipotesi che le multinazionali possano rincarare i loro prezzi sui consumatori è plausibile, come è possibile che lavoreranno per mettere a bilancio delle compensazioni che porterebbero all’estinzione quasi dell’importo da versare per mancanza di profitti dovuti all’aumento dei prezzi ed al calo di spesa sulle loro piattaforme.

Quello che però emerge di positivo è che l’azione intrapresa dalla Francia in primis, ha dato un segnale di attenzione sul fenomeno che da anni impoverisce l’Europa e che annienta di fatto l’utilità di paradisi fiscali dei paesi come Estonia, Lussemburgo e Irlanda che da tempo giocano a fare la guerra di dumping fiscale agli altri Stati Membri.

C’è però una considerazione da fare dal punto di vista politico: se le multinazionali possono godere di una vera e propria flat tax, perché le cittadini e imprese non possono richiedere lo stesso trattamento fiscale?

Anche una volta possiamo dire che i privilegi li hanno i forti mentre i deboli continuano a soffrire le regole del mercato globale.

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