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Editoriali

La guerra in Ucraina ha sigillato la società dell’ “ignorazia”

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Tempo di lettura: 4 minuti. Come non mai c’è assenza del dibattito politico nelle piazze virtuali, sostituito dagli eccessi degli influencer: nuovi opinionisti del secolo.

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Putin sigilla vittorie sul campo, e sulla pelle dei suoi cittadini, ed è subito partito l’allarme che il Cremlino ha finito armi e munizioni. Gli stessi missili e proiettili dichiarati finiti a 10 giorni dall’inizio della guerra e che avrebbero portato al primo rallentamento della Russia sul campo, seguito dalla prima vittoria della resistenza ucraina, mentre le prime sanzioni sortivano gli effetti desiderati.

Purtroppo c’è qualcosa che oggi non torna dopo 5 mesi di guerra. La Russia è in vantaggio nella guerra militare contro l’Ucraina che adesso deve recuperare il territorio perduto, o evitare di perderne ancora, con le armi che l’Occidente le ha mandato e che non sono mai abbastanza.

La Russia ha il potere di pagare il debito verso l’estero, ma l’Occidente non lo vuole saldare, così come le sanzioni si sono dimostrate un grande boomerang contro l’Europa e le sue politiche energetiche. L’Ucraina dal canto suo chiede 5 miliardi al mese ed è in rischio default a settembre per un prestito di 900 milioni che ad oggi non potrà essere onorato.

L’occidente fornisce armi all’Ucraina e non si è dichiarato in guerra, ma in supporto dell’invaso, di conseguenza l’economia va a picco a seguito della risposta commerciale russa in campo energetico ed in Italia si registra un’inflazione così negativa che ci riporta nell’anno nero 1986 e, nonostante questo, nessun politico occidentale, economista, giornalista filogovernativo ha il coraggio di definirla “economia di guerra“.

All’improvviso, tra un ritorno del Covid ed una guerra che stiamo vincendo anche se non capiamo come, l’Italia soffre una emergenza siccità improvvisa, ma se si da uno sguardo ai titoli dei giornali di 30 anni fa, questi denunciavano l’esigenza di investire capitali nella manutenzione della rete idrica italiana che già allora disperdeva alti volumi di oro blu.

Tutti i guai vengono insieme, recita un antico detto, ma quando si ha a che fare con la politica è difficile credere che la responsabilità sia solo del caso e delle congiunture geopolitiche. Quindi si aprono dibattiti accesi dove gli influencer si prestano alle discussioni di un pubblico che ignora, tra un reddito di cittadinanza e un presunto gruzzoletto messo da parte in via di assorbimento, i problemi in cui può incorrere il paese.

Quali sono i dibattiti?

Dopo il presunto body shaming a Vanessa Incontrada, il dibattito social sulle pizze di Briatore migliori di quelle napoletane, ecco che la Ferragni si spoglia ed il marito inaugura la stagione dei concerti in quel di Milano con un’Aurora Ramazzotti che fa notizia perchè “emozionata” sul palco all’ombra della Madonnina ed il giorno dopo mangia la pizza più buona del mondo con mamma Michelle Hunziker.

Quello che non torna è il silenzio della politica sui social.

Non vola una mosca sui profili dei cittadini del comune di Facebook, guai a pensare che questo avvenga sul futile Instagram, mentre su Twitter c’è solo spazio per la polemica e le strumentalizzazioni a colpi di tweets striminziti con qualche impavido che prova a fare approfondimenti concatenando più di 10 pubblicazioni tra loro.

Ad aggiungersi al quadro, soprattutto su Facebook, abbondano i post con consigli per ogni tipo di coppia, etero o lgbtq+, racconti stile Harmony anche un pò piccanti proposti dai maggiori quotidiani nazionali dove per fortuna mancano storie che incensano rapporti pedofili ed incestuosi.

La politica, però, non si vede.

L’approfondimento non c’è se non in alcune pagine tematiche non disponibili a tutti coloro che ancora credono nell’informazione generalista storicamente autorevole. C’è la guerra di cui bisognerebbe parlare ogni giorno, così come c’è una continua analisi economica dei tempi che verranno da fare, ma è tutto assente.

Il motivo?

E’ iniziato il metaverso dell’informazione: attualità bannata e spazio a contenuti di scarso impatto informativo e culturale, in favore di trend e racconti che esulano dall’interesse che un cittadino dovrebbe avere per essere informato sulle sue condizioni di vita presenti e future.

Per molti sembrerà una strategia voluta dalle piattaforme con il fine di evitare scontri divisivi e maggior lavoro di moderazione, ma la verità è un’altra. Post politici saranno sempre meno e il dibattito social dei paesi sparirà dalle piattaforme che si affideranno esclusivamente ad una selezione di testate scelte sulla base di accordi commerciali ed editoriali.

Questo Facebook lo prova a fare già da tempo, ma non è mai riuscito nel suo intento perché l’informazione ordinaria ha sempre trovato molte resistenze tra gli utenti social che si sono dirottati su fonti alternative non sempre attendibili e che rappresentano l’origine di alcune bufale in rete. Fisiologica la migrazione degli utenti mondiali su Telegram dove circolano tutte le informazioni ed è oggi un ecosistema che ospita 700 milioni di persone interessate soprattutto alla libera circolazione di notizie.

La mancanza di fiducia nei media e l’impoverimento delle questioni sociopolitiche sui social non è altro che una strategia di disinformazione programmata non basata sulle notizie false, ma sull’assenza di notizie rilevanti. Quando c’è però bisogno di comunicare o di informare su una questione sensibile, si pubblicano solo le veline istituzionali che non appartengono solo al diritto di cronaca, ma sono veicolate alla “critica” di un’unica posizione.

Sono queste le dinamiche che rendono poco credibili le informazioni sui media “ordinari” nei quali è riscontrata da parte del pubblico un’assenza di approfondimenti diversi anche solo su basi simili, ma con leggere sfumature di interpretazione. Non è possibile avanzare dubbi che subito si etichetta chi si pone alcune domande nella categoria generale degli “anti“, dei “nemici del popolo” e dei “terrapiattisti“.

Non è possibile controllare la democrazia, altrimenti ogni tentativo risulterebbe impopolare ed antidemocratico, ed è per questo che è meglio affidarsi alla “ignorazia” e l’aiuto di influencer non acculturati è il meglio che c’è per distogliere le masse dai veri problemi che un tempo rappresentavano il “sale della democrazia“.

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Editoriali

Ecco perchè il giornalismo occidentale ha le mani sporche del sangue innocente ucraino

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Tempo di lettura: 3 minuti. L’inchiesta di Amnesty International ha gettato ombre non solo sul conflitto ucraino, ma sul metodo dei nuovi giornalisti di guerra.

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In questi mesi concitati di dibattito politico, Matrice Digitale è stata tra le poche testate a non schierarsi secondo la logica dell’invasore e dell’invaso ed ha provato a filtrare al meglio le informazioni provenienti dal fronte ucraino dove, si è spiegato sempre in queste pagine, si è annidato il seme della propaganda occidentale.

Il seme della propaganda ha colpito molti giornalisti in giro per il mondo e questo fattore più volte è stato denunciato dapprima da illustri colleghi di guerra, poi dagli eventi che hanno fornito riscontri diversi dai rapporti che quotidianamente venivano forniti dai territori e riportati nelle trasmissioni televisive sempre celeri nel dare bollettini che con il tempo si sono dimostrati “inquinati da una lettura strumentale alla propaganda ucraina“.

Per ricostruire velocemente quanto accaduto sul fronte occidentale si tracciano i seguenti punti affrontati su queste pagine:

Giornalisti italiani: bravi ragazzi, intortati dall’intelligence anglo-ucraina

In Italia c’è stata una lettera di giornalisti di vecchia data agli inizi del conflitto che ha contestato alle nuove leve dell’informazione di non andare oltre le veline ufficiali del ministero di Kiev preposto al tema.

Peccato, però, che si sono levati gli scudi contro la vecchia guardia e nelle tv si è fornita l’attenzione a quello che è sempre stato il racconto dell’invasore e dell’invaso e delle notizie su cui ci sono basi di verità, ma ci sono state molte smentite nel tempo e altrettanti dettagli non coincidenti con i racconti forniti dal mondo dell’informazione. E’ vero, ci sono state le eccezioni nel panorama italiano e sono state quelle di Cartabianca, Otto e Mezzo e Piazza Pulita.

Quali sono gli eventi che le nuove leve del giornalismo non hanno raccontato oppure hanno ignorato perché si sono fidati, impauriti anche dagli eventi della loro prima guerra, degli uomini messi a disposizione della stampa dall’intelligence anglo-ucraina?

  • Le sanzioni hanno avuto effetto (c’è bisogno di riportare fonti in tal senso?)
  • I soldati russi stanno stuprando mezzo paese e la Russia non rispetta i cordoni umanitari (silurata la commissaria ucraina per aver enfatizzato gli stupri e non aver saputo gestire i corridoi)
  • La resistenza ucraina non è gestita dall’intelligence straniera (comprovata la presenza della CIA e di mercenari in quota all’esercito)
  • Il battaglione Azov è “giusto” e non è nazista (non solo è estremista, ma è parte dell’esercito ed ospita cellule naziste. La svastica è un simbolo anche buono è stato detto in una tv italiana)
  • I russi colpiscono i civili (ogni giorno i russi, ci hanno riferito, che come sport preferito avevano quello di bombardare obiettivi civili, ma c’è un rapporto di Amnesty International che smentisce di molto questa narrazione)

Ci sarebbe da discutere e molto anche sulla buona fede visto che in Italia si è configurata comunque una narrazione “atlantica” ed allo stesso tempo “russofoba” che ha da subito messo in dubbio anche il fatto che alcune informazioni fossero già note a chi era sul campo e che sono state omesse per non intralciare la narrazione che si è avuta sulle principali testate con gli editori schierati su ideali atlantici.

Perchè mani sporche di sangue?

Quando ci viene detto che la resistenza ucraina sta avendo i suoi effetti, quando ci viene detto che è necessario armare l’esercito ed i civili per sconfiggere l’invasore e si mistifica ogni informazione che proviene dalla Russia del tipo “abbiamo colpito obiettivi militari” oppure si da notizia che un razzo utilizzato era russo e poi si scopre che invece era ucraino. Quando si omettono molti dettagli sui collaborazionisti di Bucha assassinati, i giornalisti non fanno più il loro mestiere, ma aiutano il governo a giustificare l’invio di armi al popolo ucraino che le utilizza per installare basi militari dentro ospedali, scuole e nei giardini degli abitanti che restano destinatari degli attacchi sanguinari dell’esercito invasore. Quindi la domanda che sorge in conclusione è d’obbligo:

siamo sicuri tutti noi abbiamo fatto il nostro lavoro e non quello per conto di altri che lavorato per spargere sangue con una guerra che poteva essere evitata?

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Editoriali

Da LinkedIn alla Stampa: tutti pazzi per ACN e la PA bucata

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Tempo di lettura: 3 minuti. Ogni giorno si sprecano like ai post autoreferenziali, giornalisti che censurano la controparte per fare un favore e nessuno che chiede mai la testa dei responsabili. Benvenuti nell’Italia della sicurezza informatica

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Il mondo è bello perchè è vario, ma non quando si tratta di LinkedIn e dei giornali. Autoreferenzialità e propagandismo sono all’ordine del giorno dove esperti e fornitori della PA escono sui giornali evidenziando i punti di forza dei propri prodotti e delle proprie competenze ottenendo una massa di like da tutti coloro che li seguono.

Anche LinkedIn è diventato così: un luogo vetrina dove proporsi e dove proporre luoghi comuni che rendono l’Italia il miglior paese al mondo nel campo della sicurezza informatica e delle professionalità nel settore.

C’è nessuno però che dinanzi ai fails della Pubblica Amministrazione chieda la testa dei responsabili. Quando PAGO PA ha diffuso i dati degli italiani all’estero con il codice di Google Analytics tutti zitti per poi applaudire alle azioni di recupero dai danni fatti.

Stesso discorso vale per Sogei, che gestisce gli apparati fisici e software della Pubblica Amministrazione, e che, per sfortuna della sorte proprio nello stesso giorno dell’attacco di LockBit è stata incensata nelle pagine del Corriere per le sue capacità.

Questo metodo non appartiene solo al Corriere, sia chiaro, ma ad una schiera di addetti al mondo dell’informazione e della cybersecurity che non ha coraggio di alzare il ditino contro il potere e porre domande scomode.

L’esempio più eclatante è stato nella narrazione della guerra cibernetica tra Russia e Ucraina dove si è raccontata una realtà che non esisteva in linea con la propaganda occidentale sul caso.

Solo in Italia ?

Beh, in Italia come al solito c’è paura nel chiedere spiegazioni o trovarle, piuttosto è più comodo dare voce alle fonti istituzionali che raccontano quello che gli pare e soprattutto guai a fare nomi o a mettere in discussione quello che passa lo Stato.

Sembrerebbe il modo giusto per tutelare gli interessi pubblici, ma se il pubblico siamo noi cittadini, questioni come quelle citate in precedenza se gestite male sono un boomerang per tutti noi.

Però questo non sembra importare a chi dovrebbe fare luce ed avere il coraggio di chiedere la testa quando bisogna rendere conto degli errori soprattutto a chi gestisce la Res Publica. Se un professionista ha interesse a non farsi nemico il governo di cui può diventare fornitore, un giornalista che interessi ha?

Chi gestisce la comunicazione di ACN?

Con quali redazioni ACN ha contatti?

Chi sono i media partner di ACN agli eventi?

Quali giornalisti sono presenti agli eventi?

Dandosi risposte alle domande più sopra, una idea di interessi e conflitti di interessi è possibile farsela, soprattutto se si fa una analisi del tenore degli articoli e, se sempre accomodanti, è possibile anche sospettare che esista un cartello della stampa digitale nel nostro paese soprattutto se mai sono critici nei confronti della PA e degli organi statali.

A pro di che? Sono solo rapporti redazionali e personali con la dirigenza di turno oppure c’è dell’altro?

Domande che hanno delle risposte e che vi invitiamo a formulare nella vostra mente per comprendere se tutto questo fa bene agli interessi del Paese o ai suoi rappresentanti che oggi ci sono e domani non più, ma avranno lasciato un cimitero di competenze ed innovazione nella Cosa Pubblica.

L’Enisa conferma le analisi di Matrice Digitale sulla guerra cibernetica

Cosa ancora più grave non è nemmeno quando si giura obbedienza indiscriminata alla necessità di Stato, ma quando i paladini dei diritti civili calano un profondo silenzio su questioni come quelle di Assange, del Trojan di stato oppure della necessità di spostare a terzi la sovranità digitale del paese.

Perchè il silenzio, quando si ha il potere di romperlo e non lo si fa, è connivenza prim’ancora che diventi convenienza.

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Editoriali

Il NY Times piange Draghi e attacca la “fascista” Meloni. Draghi Asocial l’ha predetto

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Tempo di lettura: 2 minuti. Gli USA piangono il “fedele alleato” e passano all’attacco della potenziale Trump in salsa italica

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Eccovi tre foto: la prima Meloni fascista (foto fake, sia chiaro, ma rende l’idea del tenore dello scontro politico in Italia in vista delle nuove elezioni). Lo dice il NY Times indicato nella foto 2 sotto forma del diktat americano e non sorprende perché se avete consultato Draghi Asocial (foto 3), è parte della comunicazione asservita all’ex premier Draghi durante il suo periodo di governance del paese.

Draghi, come esplicato nella ricerca, ha avuto un addetto alla stampa estera, Ferdinando Giugliano, che aveva l’incarico di tessere le lodi del Premier nella stampa economica finanziaria che conta.

Nella ricerca, infatti, NyTimes, Bloomberg e Financial Times sono stati i giornali più attivi nel dare spazio a Draghi nel fargli crescere quel posizionamento internazionale di spessore.

Parliamo proprio dell’attività dei profili istituzionali di Ferdinando Giugliano e di Palazzo Chigi che hanno goduto di gloria internazionale grazie alle menzioni dei tre quotidiani considerati soprattutto nel settore politico ed economico.

Oggi gli americani, caduto il loro punto di riferimento tanto già da proporlo alla NATO, ci parlano di fascismo e del terrore di Meloni e del populismo.

Non penso voterò Meloni, mai votata, ma forse sarebbe il caso di evidenziare anche i metodi fascisti di Draghi e dei suoi amici illuminati.

Greenpass, unico paese in Europa, finanza speculativa, aumento degli strumenti di sorveglianza, patente sociale per accedere alle risorse di Stato.

Per non trascurare poi tutto l’aspetto ucraino dove Draghi è stato l’unico premier della vecchia guardia UE ad avallare le scelte statunitensi e le azioni belligeranti, facendosi portatore degli armamenti ai gruppi estremisti di destra, ufficiali e non, e alla consegna dei curdi per far entrare nella NATO la Finlandia di occhi belli e mani sporche di sangue Sanna Marin.

C’è un altro dato da non trascurare e lo hanno riferito le agenzie italiane il giorno dopo le dimissioni di Draghi. Mentre il Corriere ha provato a contenere i danni dell’irrilevanza che ha avuto la caduta di Draghi su molti giornali, citando le pagine web, AGI ha fatto una puntuale rassegna stampa delle prime pagine dei quotidiani internazionali e nella prima pagina sono in pochi i quotidiani che hanno riservato richiami alla notizia italiana, invece affrontata all’interno delle pagine interne.

Mi raccomando, quando vi diranno che con Meloni salirà il fascismo al governo, fatevi una risata, e soprattutto pensate al fatto che la sinistra voleva rimandare le elezioni ed ha più volte implorato l’uomo forte di governare il paese con la fiducia cieca.

Se non è nostalgia del fascismo questa …

Scarica Draghi Asocial per comprendere anche le dinamiche che muoveranno l’informazione nei prossimi mesi

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