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Inchieste

Meta vuole sottopagare la Musica italiana, ma va difesa perchè la SIAE è il male

Tempo di lettura: 3 minuti. Il paradosso italiano: firmare i contratti perchè c’è chi paga poco, ma paga. Anche se sottopaga pur avendo bisogno degli artisti del Bel Paese

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La scomparsa della musica italiana da Instagram e Facebook ha causato grande sconcerto tra gli utenti. Questo è avvenuto a seguito del mancato accordo tra il colosso dei social media, Meta, e la SIAE, l’ente che tutela i diritti d’autore degli artisti italiani. La licenza per l’utilizzo delle canzoni italiane è scaduta a gennaio, e Meta ha cercato di negoziare senza concedere alcun margine di compromesso, chiedendo sostanzialmente alla SIAE di accettare le loro condizioni senza garanzie.

Il governo italiano ha cercato di intervenire nella disputa, ma finora non è stata raggiunta alcuna soluzione concreta. Nel frattempo, gli utenti italiani sono impossibilitati dall’utilizzare la musica italiana nelle loro storie e reel su Instagram e Facebook. Questa situazione potrebbe indurre molti a passare al concorrente cinese TikTok, che ha già guadagnato una quota significativa del mercato nel 2022.

L’industria musicale italiana è gravemente danneggiata da questa situazione, in quanto il mercato digitale rappresenta l’83% dei suoi ricavi. Gli utenti italiani si trovano ora senza la possibilità di condividere la colonna sonora delle loro vite attraverso i social media, e ciò potrebbe portare a un calo dell’interesse per la musica italiana sia a livello nazionale che internazionale.

In sintesi, il mancato accordo tra Meta e SIAE ha creato una situazione difficile per l’industria musicale italiana e per gli utenti dei social media nel paese. Se non verrà raggiunta una soluzione, il settore musicale italiano e la sua presenza sulle piattaforme digitali potrebbero risentirne notevolmente, con possibili ripercussioni negative sulla promozione e la diffusione della musica italiana nel mondo.

Fino a qui, la ragione sembra trovarsi dalla parte della piattaforma statunitense che “offre” una opportunità di visibilità per quegli artisti che non hanno successo e nemmeno i soldi per promuoversi. La domanda è però un’altra: il patrimonio artistico culturale del nostro paese è più importante di una piattaforma commerciale statunitense?

La verità da parte di SIAE, che rappresenta molti artisti locali ma non tutti, è che l’offerta economica del social era stata già decisa a tavolino e non aveva margini di trattativa ulteriori. Il muro contro muro è una strategia che fa comprendere alla piattaforma come sarebbe il social senza la musica italiana.

Premesso che gli effetti sono visibili solo ed esclusivamente su testi italiani, su cantanti che appartengono a SoundReef, un’alternativa per gli artisti alla SIAE, o altre etichette e che questo giochi a sfavore non solo dei “deboli”, ma anche a grossi nome come la Pausini, c’è però da fare una considerazione sul perchè Soundreef sia migliore di Siae: solo perchè è presente su Facebook?

Contenuti senza musica o senza musica il nulla politico?

C’è poi il dettaglio dei contenuti: Facebook nasce come social di “foto” e “testo”, la musica è arrivata dopo con i video, ma è chiaro senza la musica, i contenuti della piattaforma perderebbero molto in termini di valore, qualità e gradimento. Questo dovrebbe far riflettere quante più persone sull’abbandonare la piattaforma senza maledire la SIAE che invece sta rappresentando un intero settore “sottopagato” come da anni avviene nel mondo della globalizzazione, diventata gigaeconomy, e che sta facendo emergere la vera realtà di un social che ospitava pensieri profondi ed idee politiche per essere diventato poi il modello perfetto di censura, controllo e manipolazione del pensiero occidentale.

Stesso discorso per Instagram, dove alle foto hanno fatto spazio video per lo più televendite di profili pornografici di Onlyfans, ma “Meta non era contro il porno?”, che avvicinano minori a profili a luci rosse e foto dove la musica non è richiesta per forza. Chi ha interesse affinché la SIAE svenda la musica al dandy americano? Solo chi non comprende che i social vivono di contenuti e dell’intelletto altrui ed è per questo che TikTok, paga tutti i creator a differenza di Facebook che ha una lista di influencer favoriti decisi anche dalla politica globalista e regole di ingaggio poco chiare e spesso rivelatesi scorrete per il mercato.

Azienda, piattaforma social o comitato d’affari?

Perchè il Governo dovrebbe intervenire? Per favorire gli americani di Zuckerberg a discapito dei cinesi per via di TikTok e della sciurezza del nostro paese?

E perchè non invece essere più sodale con YouTube che oramai, insieme a Spotify, è il metro preferito dall’industria musicale globale?

Sarebbe forse il caso di iniziare a valutare realtà come Meta per quello che sono, aziende presenti sul mercato che non hanno nè più nè meno di diverso rispetto alle altre e proprio per questo non meritano attenzioni particolari e possono tranquillamente gestirsi da sole senza troppi aiuti di figure governative comprensivi, fin troppo, forse al limite della connivenza.

Inchieste

LockBit ransomware: analisi del post mortem

Tempo di lettura: 3 minuti. Il signor LockBit esce allo scoperto e pubblica un post mortem dove racconta i retroscena che hanno portato alla chiusura per pochi giorni

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LockBit
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Sono passati diversi giorni dall’Operazione Cronos che ha portato allo smantellamento di alcuni server di Lockbit e, nonostante il blasone dell’azione congiunta tra diverse forze di polizia internazionali, tranne quella italiana, il server su cui si poggiavano i servizi web è tornato online con le sue minacce di estorsione in bella mostra dopo appena tre giorni . Nessuna sorpresa per questo ritorno già atteso da coloro che bazzicano nel mondo della sicurezza informatica e del crimine informatico perchè, quando si parla di LockBit, non si può sottovalutare che si tra trattando di una vera organizzazione criminale che riesce a macinare centinaia di milioni all’anno attraverso l’utilizzo di un suo ransomware ed il noleggio di una piattaforma che trasforma chiunque in un estorsore .

Il post mortem “spavaldo” del signor LockBit

Leggere il post mortem pubblicato dal signor LockBit, disponibile qui, è stato interessante, ma è chiaro che bisogna filtrare molte delle informazioni in esso contenute che forniscono l’altra interpretazione del fallimento all’interno dei sistemi informatici della gang criminale che attraverso il suo ransomware ha fatturato più di un miliardo di dollari. L’interlocutore non è un grande capo di una gang o di una cupola, un mammasantissima per intenderci, ma al pubblico si pone un singolo spavaldo che lascia intendere di essere il deus ex machina che ironizza sul bug informatico scoperto mentre era troppo preso a godersi la vita su uno yacht insieme a donne super maggiorate.

Confermata la vulnerabilità PHP

Al netto di un sospetto che fosse stato usato uno zero-day contro l’infrastruttura di LockBit, il capo ha confermato lo sfruttamento della vulnerabilità PHP di cui i servizi di polizia hanno reso nota nel corso della conferenza stampa a margine dell’operazione che ha portato allo smantellamento di alcuni server. La brutta notizia per coloro che credevano candidamente che si arrivasse al KO definitivo nei confronti dell’organizzazione criminale, i server di backup non avevano PHP installato e quindi è stato facile riportare nel web oscuro non solo il sito Internet con la bacheca dei dati trafugati e delle minacce in corso di estorsione, ma si è riusciti a ricreare tutto il Backoffice da mettere a disposizione degli affiliati agli affari criminali della ransomware gang.

Distruggere LockBit diventa più difficile?

Così come per le aziende, i governi e le Istituzioni dopo un attacco informatico si prende spunto nell’applicare sistemi di sicurezza maggiori in modo tale da non poter ricadere in nuovi disastri informatici. Questo è valso anche per il signor Lockbit che ha dichiarato di aver preso maggiori contromisure ed ha smentito la grande portata mediatica del sequestro di 1.000 decrittatori perché ne denuncia pubblicamente la presenza di altrettanti 20.000: molti dei quali protetti con delle chiavi di sicurezza impossibili da decifrare.

Non sarebbe la prima volta che ci siano incongruenze tra quanto dichiarato dall’Autorità Giudiziaria e l’effettiva portata di alcune operazioni.

Chi ha hackerato LockBit è benvenuto nella gang criminale

Pur ostentando la sua ricchezza e confermando le indiscrezioni dell’FBI circa i 100 milioni di dollari di paghetta annuale frutto delle sue attività criminali, nemmeno sorprende il messaggio di invito a partecipare al programma di bug bounty rivolto a tutti gli esperti di informatica. Quello che il signor LockBit offre ai cacciatori di bug è un lauto guadagno che nessun Governo, grande azienda o Pubblica amministrazione riconoscerebbe e questa call to action può solo fare conversioni se si considera che in Italia chi segnala una vulnerabilità a titolo gratuito potrebbe essere arrestato.

Il signor LockBit è un cittadino americano?

Nel post mortem il signor LockBit non solo ammette la sconfitta, ma rilancia con la promessa di pagare meglio di coloro che gli fanno la guerra, di continuare nell’attività criminale rincarando la forza degli attacchi verso il settore governativo a livello globale a cui ha lanciato una sfida a tutte quelle forze di polizia che si sono mosse dietro le istituzioni americane. Nel lungo testo, si prendono le distanze anche dagli arrestati e dalle ricostruzioni dell’FBI che ne ha trovato connessioni ed invita mostrare eventuali pagamenti che dimostrino la connessione tra uno dei fermati e LockBit.

E se fosse una strategia per assolverlo?

Oltre ad aver invitato pubblicamente chi ha scoperto la vulnerabilità ad entrare nel suo Team, il signor LockBit ha pubblicamente fatto intendere di essere un cittadino americano perchè sostenitore di Trump alle prossime elezioni, nonostante secondo lui l’FBI si sia mossa proprio per evitare la diffusione di alcune carte giudiziarie sensibili dopo che la ransomware gang ha colpito la contea di Fulton. Qui qualcosa non torna visto che all’FBI in questo momento storico avrebbero più di un interesse nell’evitare la candidatura di Trump, dato oramai vincente e prossimo presidente USA.

La notizia che però fornisce il signor LockBit al netto di un gioco tra guardie e ladri è che molti server nel dark web sono stati compromessi e non è escluso che presto verranno chiusi alcuni, molti o tutti, siti “illegali”.

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Inchieste

CSAM, Sicurezza e Privacy: Apple e Meta affrontano sfide e accuse

Tempo di lettura: 2 minuti. Meta sotto accusa per l’uso improprio delle piattaforme nell’abuso di minori e Apple per la proposta di scansione CSAM in Australia.

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Recenti indagini hanno evidenziato problematiche legate alla sicurezza e alla privacy su due fronti tecnologici distinti. Da un lato, Meta è sotto esame per aver consentito su Facebook e Instagram l’uso delle proprie piattaforme da parte di genitori che sfruttano sessualmente i propri figli a scopi di lucro. Dall’altro, Apple affronta le implicazioni della sua proposta di scansione CSAM (Child Sexual Abuse Material) in Australia, sollevando preoccupazioni su potenziali abusi da parte di governi repressivi.

La situazione su Facebook e Instagram

Secondo quanto rivelato da The New York Times e The Wall Street Journal, alcune pratiche sui social media di Meta coinvolgono genitori che gestiscono account di “influencer bambini”, spesso femmine, sotto l’età minima richiesta di 13 anni. Questi account vendono materiale che attira l’attenzione di uomini adulti, inclusi scatti in abiti succinti e sessioni di chat esclusive. Meta ha scoperto che alcuni genitori producevano consapevolmente contenuti adatti a soddisfare pedofili, con interazioni sessualmente esplicite riguardanti i propri figli. Un fenomeno denunciato diversi anni fa da Matrice Digitale.

Le risposte di Meta e le preoccupazioni sollevate

Nonostante la consapevolezza di queste pratiche, Meta non ha intrapreso azioni significative per affrontare il problema, limitandosi a proporre soluzioni come la registrazione obbligatoria per gli account che vendono abbonamenti focalizzati sui bambini o il divieto totale di tali sottoscrizioni. Tuttavia, queste raccomandazioni non sono state perseguitate attivamente.

Apple e la scansione CSAM in Australia

Apple, che in passato aveva proposto un sistema di scansione CSAM sui dispositivi degli utenti per identificare materiale di abuso sessuale sui minori, ora si trova a contestare una proposta simile del governo australiano. Apple sottolinea che una tale pratica potrebbe aprire la strada a una sorveglianza di massa e all’abuso da parte di governi autoritari, capovolgendo la propria posizione iniziale che respingeva queste stesse preoccupazioni.

Conclusioni e Riflessioni

Queste situazioni sollevano questioni profonde sull’equilibrio tra innovazione tecnologica, sicurezza online e diritti alla privacy. Mentre Meta è criticata per non aver adeguatamente protetto i minori sulle proprie piattaforme, Apple mette in luce i rischi legati all’espansione delle capacità di sorveglianza, evidenziando come gli strumenti di sicurezza possano essere potenzialmente sviati per scopi nefasti. Entrambi i casi sottolineano l’importanza di un approccio etico e responsabile nello sviluppo e nell’implementazione di tecnologie che incidono sulla vita privata degli individui.

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Truffa dimarcoutletfirenze.com: merce contraffatta e diversi dalle prenotazioni

Tempo di lettura: 2 minuti. La segnalazione alla redazione di dimarcoutletfirenze.com si è rivelata puntuale perchè dalle analisi svolte è risultato essere una truffa

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dimarcoutletfirenze sito truffa
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Un altro sito truffa è stato segnalato alla redazione di Matrice Digitale. Un utente ha acquistato dal sito internet https://dimarcoutletfirenze.com/ e gli è stata consegnata merce contraffatta e diversa da quella apparsa al momento della prenotazione.

La prima cosa che balza all’occhio è che il sito offre uno sconto di 700 euro circa su un prodotto che viene venduto a listino a 795. Come già è stato evidenziato, quando la scontistica è così forte, bisogna fare attenzione.

Pacchi in rete: truffe online o utenti sprovveduti? La guida

Il sito ha firme digitali che non destano sospetto e lo rendono autorevole agli occhi dell’utente grazie ad una normale veridicità garantita dal browser. Aspetto da non sottovalutare è che se ci si affaccia nella pagina dei contatti non c’è alcun riferimento all’attività societaria, assente anche nel piede della pagina.

L’anomalia in questo caso è il pagamento alla consegna che nella natura di questi siti internet non è assolutamente previsto perché vengono richieste carte di credito Visa-Mastercard. L’utente ha provato a fare reso e rimborso, ma è riuscito ad ottenere nessuna delle due opzioni.

Risultati della ricerca WHOIS
Domain Name: DIMARCOUTLETFIRENZE.COM
Registry Domain ID: 2849420651_DOMAIN_COM-VRSN
Registrar WHOIS Server: whois.tucows.com
Registrar URL: http://www.tucows.com
Updated Date: 2024-01-26T11:25:15Z
Creation Date: 2024-01-25T16:25:24Z
Registry Expiry Date: 2025-01-25T16:25:24Z
Registrar: Tucows Domains Inc.
Registrar IANA ID: 69
Registrar Abuse Contact Email: domainabuse@tucows.com
Registrar Abuse Contact Phone: +1.4165350123
Domain Status: clientTransferProhibited https://icann.org/epp#clientTransferProhibited
Domain Status: clientUpdateProhibited https://icann.org/epp#clientUpdateProhibited
Name Server: NS-CLOUD-C1.GOOGLEDOMAINS.COM
Name Server: NS-CLOUD-C2.GOOGLEDOMAINS.COM
Name Server: NS-CLOUD-C3.GOOGLEDOMAINS.COM
Name Server: NS-CLOUD-C4.GOOGLEDOMAINS.COM
DNSSEC: unsigned

Anche i dati della registrazione web, la sciano intendere che il provider utilizzato dal titolare di dimarcoutletfirenze.com in realtà è uno di quelli non frequenti per chi ha un business in Italia.

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