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Adesso è ufficiale: Zelensky ha sfiorato il disastro nucleare

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Tempo di lettura: 2 minuti. La più rischiosa false flag della propaganda occidentale: il rischio nucleare ad opera dei russi

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Tra le fake news sulla guerra in Ucraina, quella più importante è ad opera della propaganda occidentale e riguarda il rischio “atomico” di una esplosione della più grande centrale nucleare del paese attualmente in conflitto contro la Russia.

La storia della centrale di Zaporizhzhia: la logica oltre la propaganda

A differenza di come hanno descritto molti la situazione, c’è da fare un percorso logico. Esiste un invasore ed un invaso? Sì

La Russia ha invaso l’Ucraina e tra i primi obiettivi scelti vi è stata la centrale nucleare di Zaporizhzhia.

La centrale Nucleare non era presidiata a dovere, o meglio, non da fronteggiare un attacco militare bellico ed è stata consegnata ai russi senza troppe tensioni.

La centrale era intatta quando i russi l’hanno presa in mano? Sì

Nei giorni successivi, il presidente Zelensky e tutti i giornali occidentali a ruota hanno paventato la possibilità di un disastro nucleare da parte dei russi che erano all’interno.

C’è qualcosa che però non torna. Possono i russi stare all’interno di una centrale nucleare e farla esplodere?

A fugare ogni dubbio è proprio il premier Zelensky che ha dichiarato di fare tutto il possibile per riconquistarla a suon di bombe e non trattative.

Nonostante questo, i giornali Italiani parlano di danni alla centrale nucleare riscontrati dopo l’ispezione dell’ Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, ancora in corso, ma non specificano che i bombardamenti sono ad opera dell’esercito di Zelensky.

Il ricatto sul nucleare lo ha fatto il Premier ucraino, non quello russo, e chi ha rischiato il disastro nucleare è stato non chi c’è dentro, ma chi è stato invaso e vuole riprendersi un obiettivo così sensibile dall’invasore a suon di bombe.

Questa narrazione non può solo essere parte di un errore o di incompetenza, ma ha radici profonde nella strategia militare di prevedere il compimento di un rischio che può fare da scintilla a qualcosa di più grande, mettendo allo stesso tempo le mani avanti per incolpare il nemico.

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Nordstream 2: gli USA hanno dichiarato guerra all’Europa. In Italia sbucano le False Flag che incolpano la Russia

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Tempo di lettura: 3 minuti. Tre esplosioni nel Mar Baltico blindato dai paesi NATO distruggono i gasdotti russi che arrivano fino alla Germania.
Sospetti su una nave USA, ma i propagandisti italiani già danno colpa ai RUSSI

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Un gasdotto di 12 miliardi completato al 96% che collega Russia e Germania è stato fatto saltare in aria nel bel mezzo del mar Baltico il giorno prima in cui l’ARERA comunicherà i nuovi prezzi del gas in Italia con aumenti che arriveranno almeno al 60%. La notizia è di quelle che fa preoccupare e non poco se consideriamo che 6 miliardi di euro sono stati investiti dalla Russia e gli altri dalla Germania che però è proprietaria dell’intera infrastruttura. Ad essere colpito è anche il gasdotto Nordstream 1 che funziona e rifornisce l’Europa da anni con il gas che proviene dalla Russia, con due esplosioni relativamente vicine per prossimità.

Le esplosioni, sono avvenute a largo della Danimarca nelle cui acque, a 30km di distanza, c’era una nave anfibia USA distaccata dalla nota Kearsarge presentata in pompa magna nelle acque baltiche il 4 giugno 2022. La posizione è stata pubblicata dal sito antidiplomatico nel militare americano.

Nonostante le censure preventive applicate in Europa nei confronti degli organi di stampa russi, analisti geopolitici e volontari, magari anche vicini al Cremlino perchè no, diffondono informazioni preziose per ricostruire gli eventi ed individuare le cause che hanno portate a questo attacco delle infrastrutture.

Il 7 febbraio 2022, Joe Biden ha dichiarato candidamente che se la Russia avesse invaso l’Ucraina, avrebbe fatto saltare il Nordstream 2. Chi gli chiedeva come, lui rispose: non vi preoccupate, lo faremo.

La dinamica è spiegata dall’analista geopolitico Dario Fabbri che individua nella Germania e nel suo legame “gassoso” con la Russia una vera e propria minaccia per gli USA. Lo stato tedesco si è impegnato a riarmarsi nei prossimi anni con una spesa notevole in investimenti bellici.

Un’altra coincidenza è sicuramente l’apertura in anticipo del gasdotto che collega la Norvegia con la Polonia e che fornirà all’Europa un apporto di 10 miliardi di metri cubi a fronte dei 150 persi con Nordstream 1

Le false flag italiane di Jacoboni e Riotta

Ecco sbucare in rete le dichiarazioni di due giornalisti de La Stampa, Jacoboni e Riotta, simili tra loro e che individuano come responsabile dell’attacco i Russi.

A rincarare la dose c’è il suo collega di stanza al quotidiano diretto da Massimo Giannini, Gianni Riotta che, con toni più decisi attacca la Russia

La smentita a queste due affermazioni viene dalla Polonia dove l’attuale membro del parlamento europeo Radek Sikorski, nonchè marito della nota giornalista americana naturalizzata polacca Anne Applebaum ed ex ministro degli esteri del suo paese, ha ringraziato pubblicamente gli Stati Uniti d’America.

Dichiarazione di guerra alla Germania

Secondo l’articolo 5 del trattato NATO, un attacco ai paesi ed alle loro infrastrutture deve sollevare subito l’alzata di scudi degli alleati che devono correre in difesa ed è quanto è stato rivendicato dalla Germania dopo lo scoppio del gasdotto. Adesso resta problematico capire se la NATO interverrà contro gli autori di questo disastro oppure è una punizione contro la Germania che ha non solo stretto rapporti commerciali privilegiati con il Cremlino, ma secondo molti ha diverse responsabilità nella guerra in Ucraina e non per aver osteggiato i russi, bensì i suoi alleati occidentali. Non è un caso che ad essere sotto attacco dal punto di vista economico è proprio la società tedesca ed i suoi primi avversari sono i paesi dell’Est Europa e tra questi figura la Polonia, fresca di gasdotto dalla Norvegia, che ha già festeggiato pubblicamente tramite un membro del Parlamento Europeo.

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Gli influencer e la sinistra: più visibilità e meno voti

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Tempo di lettura: 2 minuti. Prima si espongono contro le scelte politiche del pubblico, poi accusano di essere perseguitati dai fascisti.
Gli influencer e le piattaforme social non riescono ancora ad incidere sulla popolazione under 34
Dietro Ferragni e Michelin, c’è l’ombra di Fedez

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Le ultime elezioni politiche sono state un pericolo per la democrazia e continuano ad esserlo. A lanciare proclami sui social network in tal senso sono stati molti influencer ed altrettanti giornalisti famosi per le loro posizioni politiche che hanno avvelenato la campagna elettorale. Ad opporsi a Giorgia Meloni sono state due donne come Chiara Ferragni ed Elodie seguite a raffica da Damiano dei Maneskin e un’improvvisa Francesca Michielin.

Dal pericolo di censura dell’attuale legge sull’aborto alle capacità nascoste di Meloni che non si vedono, fino ad arrivare alle promesse di lasciare l’Italia da parte di illustri scrittori come Rula Jebreal e Roberto Saviano fino ad arrivare ai rischi dei diritti civili messi in piedi da esponenti illustri del mondo LGBT+ come il divulgatore Andrade e Francesca Micheilin.

Quanto hanno pesato i voti degli influencer sul pubblico?

Milioni di followers, rubinetti aperti da parte dei media ad ogni loro dichiarazione con massima risonanza sui social a botta di condivisioni di attivisti e associazioni sul tema, il mondo degli influencer ha trovato spazio sostituendo in modo virale la politica che non è riuscita a contrastare il successo di Giorgia Meloni. Secondo SWG la fascia di età 18-34 anni ha votato secondo questo schema proposto nel grafico:

La maggior parte degli elettori ha preferito Meloni con il 22% mentre il Partito Democratico ed il Movimento Cinque Stelle seguono, ma la sorpresa è un’altra ed è quella che molti di questi giovani votano per le liste minori “quando decidono di non votare centrodestra“. Analizzando i partiti minori e le fazioni in campo nell’ultima tornata elettorale, la fazione politica che più può aver goduto dell’effetto influencer è certamente quella di più Europa che non ha raggiunto la soglia di sbarramento del 3% e questo fa intendere il peso effettivo del supporto che le lotte di Ferragni, Elodie, Saviano e Jebreal non ha inciso sull’opinione pubblica.

Dopo il fallimento di Sanremo, Ferragni non sposta voti

Il giorno prima della finale di Sanremo, Chiara Ferragni fece un appello al suo pubblico dicendo di votare per il marito Fedez e Francesca Michielin per portarli alla vittoria. Il risultato? Semplicemente sconfitti, seppur sul podio. In questi giorni, il marito della Ferragni non si è ancora espresso, ma se prima ha parlato la moglie e poi la sua collaboratrice preferita, è chiaro che dietro questa strategia ci sia lui dietro che non può esporsi vista la sua posizione di deus ex machina in XFactor.

Mamma ciccio mi tocca, il vittimismo di Saviano e Jebreal

Roberto Saviano ha sempre utilizzato un linguaggio violento sia con Berlusconi, sia con Salvini ed oggi con Meloni. Sia lui sia Rula Jebreal hanno preso le distanze fermamente dalla Meloni ed hanno annunciato che in caso di vittoria avrebbero abbandonato l’Italia. A chi gli ha chiesto conto delle dichiarazioni nel post elezioni con toni da stadio e commisurati alla provocazione lanciata dai due, Saviano ha denunciato l’esistenza di Liste Nere, note dei tempi fascisti, vestendosi da vittima.

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Paragone fuori dal parlamento, Adinolfi: uniti avremmo posto le basi per un progetto politico realmente alternativo

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Tempo di lettura: 3 minuti. La voglia di correre da solo convinto di spargere sangue tra i suoi competitor, ha dimostrato di non essere lungimirante oltre che a portarsi sulla coscienza il fronte sovranista e no greenpass

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Sovranisti, no greenpass e Novax: questa la matrice che ha mosso i partiti cosiddetti alternativi candidati in queste ultime elezioni politiche dove i risultati hanno premiato Fratelli d’Italia e la destra unitamente al Movimento Cinque Stelle. A contendersi il ruolo di proposta politica fuori dall’arco costituzionale sono stati Alternativa per l’Italia, di Mario Adinolfi e Simone Di Stefano, Italia Sovrana e Popolare con Marco Rizzo e Francesco Toscano ed infine quello del protagonista uscente dal vecchio schema parlamentare Italexit Gianluigi Paragone. Nelle analisi svolte da Matrice Digitale, i social sono stati molto generosi nel fornire grandi spunti di positività ed ottimismo ai candidati, ma la ricerche svolte dalla redazione hanno evidenziato dall’inizio delle rilevazioni un’utilità nel mettere insieme tutti e tre i partiti con ambizioni simili con il fine di far comprendere agli elettori che nella lotta ideologica si vince uniti e non divisi. Non è un caso che il partito di Paragone, addirittura pronosticato al 4-5% dagli stessi componenti di Italexit, si è mostrato al di sotto della media, peggio addirittura di + Europa, e questo dà ragione a chi di voti ne ha presi meno all’interno della coalizione, ma che ha dimostrato di saperne molto di più di politica quando lo scopo non è quello di garantire il potere al singolo individuo, bensì di portare avanti un’idea che col tempo possa rafforzarsi anche grazie a dei piccoli posti in conquistati nelle pubbliche istituzioni. Matrice Digitale ha chiesto a Mario Adinolfi di Alternativa per l’Italia di illustrare agli elettori delusi le motivazioni per cui non si è arrivati ad un’unione di intenti che lui stesso più volte ha chiesto sia alla lista di Paragone sia a quella di Toscano e Rizzo.

“Ho scambiato diversi messaggi con Rizzo e Paragone in modo incessante da luglio, quando si è aperta la crisi di governo, ed ammetto di essere stato io stesso pressante fino al 12 agosto quando abbiamo dovuto raccogliere e consegnare le firme separati. Dall’inizio sembrava esserci un accordo di massima, poi si sono poste questioni che consideravo meno importanti come il logo da scegliere ed ho capito che avrei dovuto confrontarmi più che con le idee, con personalismi, e con il senno di poi posso definirli stupidi perchè nessuno è riuscito a fare la differenza come voleva. Il dialogo si è arenato a causa anche delle convinzioni di vittoria acquisite dalle previsioni di gradimento illustrate da sondaggi che non sono stati sviluppati con molta professionalità e che profetizzavano Paragone al 4,5% prim’ancora di iniziare la campagna elettorale. A Palermo avevamo fatto un ragionamento simile ed avevamo ottenuto un 4,2 % ed è chiaro che, sommando i risultati di noi tre partiti “in trattativa”, oggi avremmo ottenuto il 3,2% alla camera”.

Anche la componente cosiddetta novax è stata penalizzata ed ha espresso sui social una sorta di interessamento ed intenzione di voto verso queste sigle alternative. Sarà per la confusione elettorale di tre soggetti divisi che si condividevano la coperta, sarà anche per la considerazione nell’ultimo periodo della campagna elettorale data dai partiti più importanti, soprattutto di destra che hanno fatto passi indietro sull’obbligo vaccinale e sul sistema anche del greenpass, ma il fenomeno ha mostrato meno interesse elettorale rispetto all’attività sui social e nei gruppi Telegram. Mario Adinolfi ha fatto autocritica evidenziando “l’inconsistenza da parte di tutte e tre le sigle nell’attirare quel 9% potenziale che avrebbe garantito un posto almeno ad ogni singolo partito presente, soprattutto se il messaggio fosse stato unito, che ha generato nell’elettorato la scelta di esprimere preferenza all’astensionismo senza premiare nessuna delle tre alternative ai partiti politici noti

Le riflessioni su Paragone sono legittime

Secondo un’analisi spicciola, non sarebbe difficile individuare come maggiore responsabile in questa strategia fallimentare Gianluigi Paragone, uscente dal Parlamento e considerato più forte nei sondaggi tanto da essere eletto e da ottenere un gruppo parlamentare mono o plurirappresentato. Non solo ha fatto male i conti con dei sondaggi che sono stati troppo buoni nei suoi confronti, ma la sua strategia a questo punto sembrerebbe essere stata quella di ambire ad essere eletto da solo per poi raccogliere tutto il consenso degli altri partiti esclusi.

Sicuri che l’obiettivo di Paragone fosse quello di portare avanti un progetto politico antisistema?

Oppure voleva entrare da solo nel cerchio magico del potere?

Perché questa esigenza di correre da solo quando avrebbe potuto essere uno dei maggiori protagonisti di una nuova forza politica alternativa nel paese?

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