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L’anonimato e la privacy

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L’anonimato e la privacy degli utenti internet hanno attirato notevole attenzione negli ultimi anni. Un problema fondamentale della privacy è che la posizione geografica di un utente può essere individuata se il suo indirizzo IP è stato rilevato, dando all’aggressore una posizione in tempo reale relativamente precisa.

Nella maggior parte dei casi, queste informazioni sono sufficienti per un utente malintenzionato, per avvicinarsi e eventualmente determinare la posizione dell’utente mediante l’implementazione di metodi di tracciamento tradizionali.

Le soluzioni di anonimato attualmente disponibili, tra cui il progetto di routing per onioni (TOR), i server proxy e le reti private virtuali (VPN), mirano a mitigare questo problema tramite il routing del traffico di rete attraverso un singolo o più nodi di terze parti.

Ciò impedisce a un utente malintenzionato di determinare l’origine reale o la destinazione di un pacchetto di dati. Questo approccio è efficace nell’eliminare un utente dai siti web che sta visitando, ma è poco per guardare la posizione geografica dell’utente, in quanto l’aggressore può ancora rilevare VPN o il traffico di Tor emergenti dalla connessione di rete dell’utente.

Di conseguenza, è necessario un sistema per interrompere l’associazione tra l’indirizzo IP di un utente e la sua posizione geografica.

Un documento pubblicato di recente ha introdotto μProxy, una soluzione poco costosa che può risolvere questo problema e rompere l’associazione tra l’indirizzo IP di un utente e la sua posizione geografica corrispondente.

μProxy promuove l’anonimato di posizione degli utenti di Internet attraverso un set arbitrario di nodi Wifi interconnessi che trasmette il traffico degli utenti. Il relè si estende tra l’utente e la rete di destinazione, a cui egli sceglie di connettersi, ad es. una rete Wi-Fi pubblica.

Il traffico di rete sembra emergere dall’ultimo dispositivo lungo il percorso dei nodi di relè. Se un aggressore tenta di rintracciare l’indirizzo IP dell’utente, sarà in grado di determinare solo l’indirizzo IP dell’endpoint del relay. Un ulteriore monitoraggio richiederà di individuare la posizione di un numero arbitrario di nodi di relè (questi sono nodi di relay potenzialmente segreti), che avrebbero generato un raggio di ricerca esponenzialmente ingrandito. Tale raggio di ricerca è ben al di là delle capacità dei più avversari.

Ed ecco allora come funziona μProxy. rappresenta una serie di nodi Wifi che formano un “relay Wifi” con una topologia a catena “daisy chain”, come illustrato nella figura seguente. Il relay ha un paio di endpoint; un endpoint locale a cui l’utente si connette e un endpoint remoto che si connette a Internet, ad es. tramite una rete pubblica Wifi. Tra i due endpoint, un gruppo di nodi di relè indirizza il traffico di rete. Nella maggior parte dei casi ci saranno nodi di relè N, piuttosto che il singolo nodo di relè illustrato nella figura sottostante. Gli hotspots nascosti di Wifi vengono trasmessi tramite singoli nodi, lungo il relè Wifi, realizzati con i moduli ESP. Questi moduli vengono impiantati fisicamente lungo il percorso che collega tra le posizioni dei due endpoint del relè. Viene creato un tunnel per inoltrare senza sosta il traffico di rete tra i due endpoint. Ognuno di questi moduli si collegherà al nodo del modulo in avanti lungo la catena dei nodi di relè, accettando una connessione in entrata dal nodo del modulo precedente. La capacità di ESP di funzionare sia come client Wifi, sia come punto di accesso contemporaneamente contrassegna l’infrastruttura di base di μProxy.

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Attacchi zero-day, scoprirli è già troppo tardi. Anche per gli antivirus

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Tempo di lettura: 2 minuti. Gli attacchi che sfruttano vulnerabilità precedentemente sconosciute vengono chiamati zero-day proprio perché gli sviluppatori hanno avuto a disposizione zero giorni per risolvere il problema prima dell’attacco.

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Allarme Timer scaduto
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Gli attacchi zero-day sono particolarmente difficili da rilevare, semplicemente perché la vulnerabilità del prodotto target presa di mira, al momento dell’attacco, risulta sconosciuta agli sviluppatori del codice. Ecco perché i criminali informatici cercano e sfruttano sempre di più questa opportunità per agire malevolmente, danneggiando software e sistemi critici.

Pertanto gli attacchi che sfruttano vulnerabilità precedentemente sconosciute vengono  chiamati attacchi zero day proprio perché gli sviluppatori hanno avuto a disposizione zero giorni per risolvere il problema prima dell’attacco.

Criminali informatici contro sviluppatori, una lotta perenne

È continua la lotta tra gli sviluppatori che tentano di ridurre al minimo le vulnerabilità e i cyber criminali che cercano di sfruttare difetti e punti deboli. Le vulnerabilità del software non possono essere completamente evitate essendo difetti che possono inevitabilmente nascondersi nella progettazione di un particolare programma, software o sistema operativo, inficiandone la funzionalità e offrendo agli autori della minaccia l’opportunità di attaccare un dispositivo o una intera rete. Solitamente non appena viene individuata una vulnerabilità, gli sviluppatori si affrettano a risolvere il problema tramite un aggiornamento software (la cosiddetta patch), per negare la possibilità che la vulnerabilità possa essere ulteriormente sfruttata. L’ideale sarebbe individuarla prima che venga scoperta da malintenzionati.

Alla ricerca di vulnerabilità da sfruttare

I criminali informatici si concentrano attivamente sulla ricerca di vulnerabilità sfruttabili all’interno di programmi, browser e sistemi operativi più diffusi, allo scopo di colpire il maggior numero possibile di utenti prima che venga pubblicata una patch per sanare il problema. Una tecnica comune per sfruttare una vulnerabilità prevede l’uso di metodi basati sul phishing allo scopo di attirare i destinatari a visitare siti web compromessi o indurli a scaricare documenti malevoli.

Dal momento in cui viene rilasciato un nuovo prodotto software gli attaccanti, in una corsa contro il tempo (con il passare del tempo diminuisce la probabilità di trovare un difetto che non sia stato già scoperto) cercheranno di stanare falle di sicurezza o di progettazione che possano essere sfruttate per attacchi zero-day.

Attacchi zero-day una minaccia in agguato

Poichè potrebbe trascorrere del tempo fino a quando non viene resa disponibile una nuova patch per correggere una vulnerabilità, lasciando gli utenti finali pericolosamente esposti, gli attacchi zero-day rappresentano davvero una grave e pericolosa minaccia per la sicurezza che potrebbe comportare anche pesanti ripercussioni.

Questo è un altro buon motivo per mantenere sempre aggiornato il proprio software antivirus e optare, eventualmente, verso prodotti di protezione capaci di individuare le minacce ancora non note tramite algoritmi euristici (i sistemi antivirus tradizionali utilizzano strumenti di rilevamento delle minacce basati su firme rivelatrici solo di minacce note).

Una volta rilevato un attacco zero-day, per ridurre il prima possibile l’impatto, gli addetti alla sicurezza informatica e allo sviluppo del software dovranno intervenire sinergicamente, ciascuno secondo la propria competenza, per individuare la falla, correggerla ed emettere un aggiornamento correttivo.

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Vedere tutte le password WIFI salvate con comando Cmd di Windows 10

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Apple: salute, espressioni facciali…e i dati sensibili?

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Apple è da sempre in prima linea nell’utilizzo dei dati misurati dai dispositivi mobili ed indossabili per migliorare il nostro stato di salute. A breve si potranno utilizzare anche le nostre espressioni facciali. Ma i nostri dati sensibili sono tutelati?

Apple collabora con l’azienda Fierce Biotech e con l’università della California a Los Angeles (UCLA) per utilizzare le espressioni facciali nell’intento di diagnosticare in futuro ansia, depressione e decadimento cognitivo. Questo è quanto emerge da un articolo del Wall Street Journal.

L’impresa sembra particolarmente ardua ma se pensiamo che già ora l’Apple Watch è in grado di segnalare problemi cardiaci come la Fibrillazione Atriale e misurare la saturazione di ossigeno nel sangue (SpO2), allora questo obiettivo non sembra più così difficile da raggiungere almeno in teoria.

Apple è impegnata da tempo in diversi studi e collaborazioni con aziende specializzate ed università. Già in ad inizio 2021 si era parlato della collaborazione tra Apple, l’università del Michigan e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) nell’ambito della salute dell’udito.

Analogamente, e non solo in casa Apple, si cerca di rilevare, attraverso l’analisi di decine di parametri misurati dai dispositivi indossabili, possibili indizi di infezione da Covid-19.

Negli studi che approfondiamo oggi il focus è la salute mentale. Proprio lo scorso 10 ottobre è stata la Giornata Mondiale della Salute Mentale 2021.

Il primo studio in corso è svolto in collaborazione con l’azienda Fierce Biotech. In questo caso verranno monitorati i dati raccolti dagli iPhone e dagli Apple Watch di circa 20.000 partecipanti. I parametri considerati saranno i livelli di attività fisica, l’utilizzo dello smartphone ed anche la modalità di scrittura in termini di velocità ed errori commessi. L’obiettivo dello studio è utilizzare i dati per monitorare le funzioni cerebrali nel tempo, nella speranza di cogliere anche piccoli segnali di un deterioramento cognitivo che potrebbe poi evolvere in Alzheimer.

Lo studio segue quello del 2019 nato per scoprire le possibili connessioni tra l’uso della tecnologia e le funzioni cognitive. Quello studio ha rilevato che i pazienti, già diagnosticati con lieve deterioramento cognitivo o lieve demenza, digitavano più lentamente sui loro smartphone rispetto a quelli del gruppo di controllo sano, utilizzavano inoltre i dispositivi in modo più irregolare, inviavano meno messaggi di testo e utilizzavano le App di supporto molto più spesso.

Il secondo studio parallelo e in corso è con la UCLA. In questo caso Apple e UCLA si concentrano sulla rilevazione di condizioni come stress, ansia e depressione. Lo studio, iniziato quest’anno reclutando 3.000 partecipanti volontari, analizzerà molti dati raccolti dai dispositivi. I principali saranno le immagini dalla fotocamera frontale dell’iPhone per acquisire le nostre espressioni facciali, le digitazioni dalla tastiera, l’audio, il movimento, la frequenza cardiaca e le funzioni di monitoraggio del sonno dell’Apple Watch. Tutti dati già utilizzati, al netto delle immagini che sono la vera novità, per alimentare l’APP Apple Salute.

I ricercatori sperano di tracciare una baseline (livello base di controllo) solida dal punto di vista scientifico e basata, per esempio, sulla velocità e precisione di digitazione, sulle espressioni facciali del momento, sul ritmo e frequenza dei passi e sugli schemi del sonno. Tutti dati che possono essere indicatori di salute mentale e legati alle emozioni, alla concentrazione, al livello di energia e allo stato d’animo.

I dati rilevati saranno integrati con questionari sottoposti ai volontari in merito al loro stato emotivo ed analisi cliniche specifiche.

In futuro le informazioni raccolte dagli studi di Apple con Biogen e UCLA potrebbero essere tradotte in strumenti integrati negli iPhone che possano identificare automaticamente i cambiamenti dello stato emotivo o le funzioni cognitive dell’utente. Questi risultati potranno essere usati dall’utente stesso come alert da sottoporre al proprio medico curante che è, e deve rimanere, il punto di riferimento quando si parla di salute.

Ma è tutto rose e fiori? Insomma…Non possiamo non pensare all’altro lato della medaglia cioè i problemi legati alla privacy e all’utilizzo che di questi dati potrebbero fare terze parti nel caso ne venissero in possesso.

Già perchè non parliamo più solo dei nostri spostamenti, delle nostre abitudini di acquisto o delle nostre interazioni con i Social Network, qui parliamo dei dati legati alla nostra salute. Sono dati sensibili che, se utilizzati da mani sbagliate, potrebbero profilarci anche da questo punto di vista, creando, per esempio, liste di utenti con problemi di salute e liste di utenti sani. Sarà quindi ancora più importante conoscere ed approfondire le funzioni che possano limitare la diffusione di questi dati, ma anche essere consapevoli che i rischi esistono e non possono essere azzerati.

Su questo punto specifico Apple, come riferisce il WSJ, sta pianificando di archiviare i dati raccolti solo su iPhone, senza trasferirli ai server di Apple.

Seguiremo gli sviluppi di questi e degli altri studi legati alla salute ed all’utilizzo dei dati provenienti dai dispositivi che abbiamo sempre nelle nostre tasche o al nostro polso.


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