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Tor si evolve alla V3: ecco cosa cambia

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La rete Tor, conosciuta per il suo browser anonimo, rafforza il suo livello di protezione dei domini .onion passando dalla versione 2 alla versione 3 .

Cos’è un dominio .onion ?

Un domino onion è uno pseudo dominio di primo livello in uso dal 2004 dalla rete Tor. Esso comprende una serie di caratteri alfanumerici di una dimensione fino ad oggi non obbligatoria.

La differenza tra onion V2 e onion V3

Tutti i siti internet aventi estensione .onion dall’ottobre 2021 dovranno essere assolutamente sostituiti nella versione 3. La differenza sta prevalentemente nella lunghezza del dominio, che dovrà avere almeno 56 caratteri alfanumerici e che, a detta degli sviluppatori di Tor, saranno più sicuri e strutturati per cercare di superare con successo i tentativi sempre dietro l’angolo di attacchi DDOS.

Cosa deve fare un utente?

Deve aggiornare i segnalibri dei siti già salvati dalle versioni 2 alle versioni 3 perché non saranno disponibili quando verrà rilasciata la versione definitiva del browser che non leggerà più le versioni 2 e quindi nemmeno i redirect che puntano verso le nuove versioni, impostati attualmente dagli amministratori, saranno più disponibili.

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Europol: nel 2021 crescono frodi e attacchi ransomware

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L’Europol ha presentato il rapporto sulla criminalità informatica e le organizzazioni criminali nei vari ambiti dell’universo digitale. Il risultato dell’anno trascorso è impietoso sotto molti punti di vista, ma la Giustizia congiunta dei paesi europei non ha perso il suo smalto, anzi, sono tante le azioni di polizia che hanno portato agli arresti di diverse organizzazioni criminali smantellando delle parti di settori criminali redditizi. Quello che però non sorprende, è il tenore dei contenuti esposti dall’organizzazione europea che garantisce la sicurezza sul territorio perché rappresentano attività oramai consolidate nel settore della cronaca tecnologica.

Cosa è l’Europol?

Inutile fornirvi una descrizione autoprodotta perché quella contenuta in Wikipedia è la migliore per sintesi e concetti da acquisire. L’ufficio europeo di polizia (anche Europol, contrazione da European Police Office) è un’agenzia dell’Unione Europea finalizzata alla lotta al crimine nel territorio degli Stati membri dell’Unione europea, divenuta operativa il 1º luglio 1999. La sede dell’organismo è all’Aia ed il suo obiettivo è migliorare l’efficienza dei servizi competenti degli Stati membri e la loro cooperazione in settori sempre più numerosi:

  • la prevenzione e la lotta contro il terrorismo;
  • il traffico illecito di stupefacenti;
  • la tratta di esseri umani;
  • le reti d’immigrazione clandestina;
  • il traffico illecito di materie radioattive e nucleari;
  • il traffico illecito di autoveicoli;
  • la lotta contro la falsificazione dell’euro;
  • il riciclaggio dei proventi di attività criminali internazionali.

Ed ha le seguenti funzioni prioritarie:

  • agevolare lo scambio di informazioni fra gli Stati membri;
  • raccogliere e analizzare le informazioni e le segnalazioni;
  • comunicare ai servizi competenti degli Stati membri le informazioni che li riguardano e informarli immediatamente dei collegamenti constatati fra fatti delittuosi;
  • facilitare le indagini negli Stati membri;
  • gestire raccolte informatizzate di informazioni.

Il rapporto IOCTA

Ogni anno l’Europol stila un rapporto sul crimine organizzato che risponde alla sigla IOCTA. Quest’anno il report è molto più ristretto di quello precedente, sono in tutto 45 pagine, ed ha cambiato anche stile editoriale proponendo al lettore più grafici e meno testi. Lo studio, che non è altro che il sunto del monitoraggio costante della rete Internet e dei crimini connessi ad essa nel quotidiano, è suddiviso in pochi ma brevi capitoli che interessano: la criminalità trasversale, Crimine strettamente informatico, Materiale di abusi sui minori, Frodi Online e Dark Web.

Ransomware: un business per tutti

Aumentano gli strumenti di attacco e l’intensità degli stessi. Il caso dei Ransomware è lampante perché oramai esiste una vasta gamma di prodotti che esistono sul mercato e la maggiore difficoltà degli inquirenti sta proprio nel servizio che oramai viene offerto ai criminali in erba. Non solo gruppi che rendono inutilizzabili le reti informatiche delle multinazionali per chiedere dei riscatti milionari o bloccano i servizi digitali essenziali di interi paesi per conto di stati canaglia, ma cresce il numero dei pesci piccoli che acquistano i servizi RAAS (Ransomware as a service) da cui scaturiscono attacchi con riscatto su larga scala indipendentemente dalla dimensione delle attività che vengono colpite, sia professionali sia produttive che statali. Una dispersione del reato che scaturisce dalla accessibilità a chiunque sia munito di buona volontà con una somma da investire e voglia di svolgere attività criminali in proprio. In base alle denunce giunte presso l’Europol in materia, i ransomware più utilizzati sono in ordine Sodinokibi, Pysa, Ryuk e Conti. Le strategie più diffuse invece sono miste, nel senso che oltre all’infezione vera e propria dei dispositivi in uso nelle aziende, precede sempre una attività di monitoraggio dei dipendenti che vengono contattati informalmente e a cui vengono chieste informazioni riservate tramite tecniche di ingegneria sociale, ma è anche vero che la strategia preferita è quella di esercitare una pressione sui media e sui mercati, soprattutto nel caso delle aziende quotate in borsa, per ottenere il riscatto utile allo sblocco delle attività compromesse dall’attacco. Cresce il fenomeno della doppia estorsione dove oltre allo sblocco dell’attività si pretende altro denaro per non diffondere i dati esfiltrati durante l’attacco, qui è spiegato meglio il procedimento.

Aumentano le frodi online

La pandemia ha collegato per maggior tempo le persone ad Internet ed è cresciuto il fenomeno delle truffe in rete. Il vettore principale delle frodi restano il phishing, con il smishing via sms, e l’ingegneria sociale che intercettano dati sensibli e personali di utenti connessi che abboccano alle tante trappole che vengono architettate con strategie di marketing efficaci. Anche il fenomeno degli investimenti in rete si dimostra un fattore di rischio come spiegato nell’approfondimento domenicale sul mondo del trading e delle criptovalute. Anche il settore delle consegne sta subendo una trasformazione criminale volta al mercato della ricettazione. Aumentano, infatti, i casi di persone che non ricevono i prodotti acquistati tramite le piattaforme di e-commerce che, nel caso non si tratti di truffa in fase di acquisto, c’è chi fa “sparire” i pacchi e li reimmette sul mercato attraverso canali paralleli. Aumenta il fenomeno delle truffe via mail nel campo del business con le BEC che sollecitano pagamenti fraudolenti tra una azienda ed i criminali informatici che si appropriano delle credenziali dei propri fornitori. Anche l’espansione dei RAT che si appropriano del controllo delle macchine, aiuta a far crescere il mercato delle informazioni sensibili e aziendali.

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Draghi come Prodi: TIM in trattativa con gli Americani. In vendita le infrastrutture digitali del Paese

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Il Corriere della Sera ha lanciato una bomba a ciel sereno che colpisce la TIM. La principale azienda di telecomunicazioni nazionale ha ricevuto un’offerta dal fondo di investimento americano KRR. E’ stato convocato subito un comitato di tecnici e un tavolo dei ministri per valutare una eventuale cessione che interessa direttamente il Governo italiano per via del 9 per cento in possesso di Cassa Depositi e Prestiti. Tutto filerebbe liscio più del dovuto se non ci fosse un 25% in mano ai francesi di Vivendi che dapprima hanno sparso la voce di una controproposta di un altro fondo internazionale a loro vicini, ma poi hanno smentito l’indiscrezione puntando sull’iniquità dell’offerta statunitense per via del mancato calcolo del potenziale economico aziendale che la proposta di acquisto americana non prevede secondo la valutazione transalpina.

Chi è KKR?

Fondato negli anni 70, il fondo KKR è una potenza economica di grandissimo spessore nel panorama economico finanziario globale. Dalla sua fondazione ha investito ben 400 miliardi di dollari ed ha un fatturato di circa 2 miliardi di dollari con un utile netto che viaggia su cifre altissime che superano abbondantemente il 20% dei ricavi. La strategia dell’azienda è considerata vincente perché fuori dalle logiche della speculazione e mira ad investimenti di medio e lungo termine ed ha l’usanza, in realtà mera strategia politica aziendale, di effettuare un acquisto di rilievo una volta l’anno e questa volta sembrerebbe essere toccato alla Tim e le premesse sembrerebbero essere ottime visto l’entusiasmo che i media riportano in queste ore.

L’offerta e gli effetti immediati sul mercato

Appena è stato dato l’annuncio dell’offerta del fondo KKR a Tim, il titolo in borsa del Tycoon tecnologico del Bel Paese è schizzato del 25% circa. L’importo con cui la società conta di acquisire l’asset infrastrutturale digitale italico è di 10 miliardi, spicciolo più spicciolo meno, con l’offerta quotata calcolando 50 centesimi circa ad azione. Quote che la società Vivendi a suo tempo ha acquistato a circa il doppio, un euro quindi, ed è per questo che il CDA della società non si è espresso con atti formali nonostante la convocazione del Consiglio di amministrazione urgente in una domenica piovosa di novembre.

La politica di Draghi è svelata

Con l’offerta arrivata dagli USA, non c’è più nulla da analizzare sul gioco politico di Draghi. Il Premier italiano è l’uomo della finanza e si sa che quest’ultima ha sede negli States. Cedere Tim agli americani può essere il colpo di coda prima di salire al Colle perché è chiaro che in qualità di Presidente del Consiglio, il ricatto politico dei partiti potrebbe renderlo disoccupato nei prossimi anni se il Governo dei Migliori non continui a puntare sulla continuità politica del momento presente in Italia. L’operazione può avere una doppia valenza anche in termini europei dal punto di vista economico perché se Vivendi dovesse rientrare del tutto con la sua parte investita, ci sarebbe un interesse congiunto di Usa e Francia per fare l’affare dell’anno.

Quello che l’economia non dice

Sarà perché la notizia è ancora calda, ma nessun media, a parte pochissimi, ha considerato il lato strategico di una vendita, o svendita, della maggiore società italiana delle telecomunicazioni. Tim è titolare per conto degli italiani dell’infrastruttura digitale del Paese e questo sembra essere passato in secondo piano. Un mondo dove le strade e l’alta velocità sembrano tecnologie archeologiche e che punta sulle infrastrutture che fondano le radici della società digitale, come cavi e ripetitori per fornire connettività Internet, l’atto di vendere questo settore ad una forza esterna ai confini dell’Europa è un’azione che potrebbe essere valutata come sconsiderata perché rischia di assoggettare un’intera nazione ad una vita digitale coloniale. Non è quindi solo una questione di prezzo, ma di visione e di strategia. Ha senso cedere una azienda all’estero ed essere sprovvisti in modo carrozzato di un “titolare” statale di quello che è il futuro della società moderna? L’analisi alternativa può anche tenere conto la strategia di escludere del tutto i francesi dal settore con la dismissione del loro 25% agli americani, ma c’è anche una intenzione di Draghi nel superare i confini digitali europei grazie al rinnovamento storico del patto atlantico nell’universo digitale. Paradossalmente i francesi stanno facendo gli interessi degli italiani sostenendo la scarsa valutazione del potenziale aziendale negli 11 miliardi offerti dagli americani, ma la priorità di Draghi evidentemente è quella di sciogliere una società non proprio sana e dismetterla in favore delle leggi di mercato per evitare voragini peggiori alle casse dello Stato.

Oppure è sua intenzione cederla ai privati per impoverire lo stato come hanno già si è fatto in passato con i potentati economici stranieri?

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Metoo in Cina. Tennista denuncia molestie, sparisce e ricompare sui social. Deep fake?

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Una tennista denuncia un caso di molestie e sparisce dalla circolazione. E’ accaduto in Cina dove la tennista Peng Shuai ha pubblicato un post, due settimane fa circa, nel quale denunciava un nuovo caso meetoo in salsa orientale a causa delle molestie ricevute dall’ex vicepremier Zhang Gaoli.

Chi è Peng Shuai

Un tennista cinese alta 1,77 cm esperta di doppio, di cui è stata ex numero uno del mondo vinto insieme alla sua compagna Su-Wei Hsieh conquistando due titoli del Grande Slam. Nella giocata singolare, il suo massimo risultato invece è stato raggiungere la semifinale del 2014 agli US Open.

Chi è Zhang Gaoli

Zhang Gaoli, classe 1946, è un politico cinese in pensione. È stato vicepresidente anziano della Repubblica Popolare Cinese tra il 2013 e il 2018 e membro del Comitato permanente del più alto consiglio di governo della Cina tra il 2012 e il 2017. La sua carriera politica è terminata nel 2018 dopo anni di militanza negli alti ranghi del partito cinese.

La denuncia di molestie sessuali

Il 2 novembre 2021 Peng Shuai ha pubblicato sul più importante social media cinese, Weibo, un’accusa di violenza sessuale ai danni del politico influente. Violenze che secondo la tennista sono iniziate nel 2011 senza spiegare le circostanze. La violenza si è ripetuta nel 2018 dove lei e Zhang si sarebbero incontrati di nuovo a casa del politico ed anche lì sarebbe stata costretta a fare sesso con una guardia del corpo che vigilava fuori la porta della camera da letto.

La censura, la sparizione e la ricomparsa

Il post social dove la donna ha dichiarato di aver ricevuto violenze è stato censurato all’incirca un’ora dopo la sua pubblicazione e per due settimane non si è saputo niente della tennista, facendo preoccupare l’organizzazione mondiale tennistica. Tanti gli appelli in favore di maggiore chiarezza sulle sorti della tennista che per prima ha sollevato un problema di molestie sessuali avvenute all’interno di un organo politico così influente come il Partito Comunista Cinese e questa azione di oscuramento preventivo effettuato dal Governo attraverso il suo social network ha suscitato forte preoccupazione per le sorti della donna nonostante le rassicurazioni del portavoce del Ministero degli Esteri Wang Webin il giorno 3 novembre, subito dopo il caso, che ha escluso a priori un problema di natura diplomatica. Nel mentre si sollevava il caso attraverso la voce dei tennisti più famosi del globo, al grido dell’hashtag #whereispengshuai, seppur non sia visibile in territorio cinese per via dell’assenza di Facebook, a cui ha fatto seguito la minaccia di sospensione di tutti i tornei Atp in Cina fino a notizie rassicuranti sullo stato di salute della tennista scomparsa. Come per magia, l’atleta è ricomparsa sorridente in una stanza piena di peluche come pubblicato su Twitter da un giornalista della tv di stato cinese.

Uno scatto che non ha convinto i fan e le autorità internazionali.

Social usati per censura e propaganda

La Cina non è nota per essere una repubblica democratica ed incarna appieno lo spirito di gestione militare dei social media che in un modo o nell’altro avviene in tutto il mondo. Il fatto che usi un suo social network nazionale è sintomo di una attività di controllo costante in rete dove chi sbaglia viene intercettato e messo in punizione secondo il tenore spietato della legge cinese che prevede ancora la pena di morte per il compimento di alcuni reati. All’interno del social, però, c’è anche una attività di propaganda costante che viene svolta per rassicurare o ideologizzare il pubblico della nazione ed è qui che si annidano quelli che potremmo definire contenuti sofisticati del Governo come potrebbe essere avvenuto nel caso della foto di Peng Shuai considerata fake. La sospensione dalla vita sociale dei dissidenti di alto profilo in Cina attraverso la sparizione improvvisa è un fatto ormai noto e che non desta preoccupazione ai massimi rappresentati politici, che sono stati in grado di togliere di mezzo il ceo della Amazon d’oriente Jack Ma. I social network rappresentano il più grande campo di visibilità e controllo anche nei paesi democratici, ma la differenza con l’universo cinese, e anche russo, sta proprio nel fatto che nei due paesi i dati degli utenti sono sotto un sovranismo statale che consente il monitoraggio costante dell’attività di tutta la popolazione ed è quindi più facile imporre il proprio controllo sullo spazio cibernetico delle piazze virtuali del paese. Questo rappresenta lato negativo del sovranismo digitale, seppur nei casi di sicurezza interna sia quello più sicuro, acui si aggiunge la possibilità di poter intervenire in tempo dinanzi ad azioni potenzialmente rischiose, cosa che in Italia, ad esempio, viene puntualmente non concessa dalle autorità giuridiche americane, che ostacolano la maggior parte delle indagini su eventuali reati commessi attraverso l’utilizzo dei social tranne che per materie di sicurezza internazionale come il terrorismo o il contrasto alla pedopornografia.

Proprio qui si apre l’atavica riflessione sul controllo statale dello spazio cibernetico con i due interrogativi che ne compongono la diatriba ideologica: se questo va a finire nelle mani sbagliate? E se “le mani sbagliate” siano non solo un potere dittatoriale, ma anche uno stato estero?

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