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Ransomware: cos’è e come funziona la doppia estorsione?

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Tempo di lettura: 3 minuti. Il malware del riscatto è così divenuto, di fatto, una delle più grandi minacce sia per la sicurezza informatica che, compromettendo spesso servizi essenziali, per la sicurezza e la privacy della nostra vita quotidiana

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Nell’arco di un trentennio gli sviluppatori di ransomware ne hanno trasformato caratteristiche fino a realizzare pericolose entità malevole ibride capaci non solo semplicemente di cifrare dati chiedendo un riscatto ma anche di insidiarsi in rete, interrompere la continuità operativa e causare gravi fughe di dati. Il malware del riscatto è così divenuto, di fatto, una delle più grandi minacce sia per la sicurezza informatica che, compromettendo spesso servizi essenziali, per la sicurezza e la privacy della nostra vita quotidiana. Certamente il famigerato Wannacry nel 2017, con la sua diffusione globale ha segnato un punto di rottura gettando le basi verso quelli che sarebbero stati i nuovi modelli di ransomware.

Ransomware, la kill chain

Tutte le intrusioni che terminano con esito positivo la cosiddetta kill chain del ransomware, ovvero una serie di passaggi concatenati e propedeutici (information gathering, ricognizione interna e persistenza, movimento laterale e verticale, crittografia/esfiltrazione dei dati, esito finale) manifestano la consueta nota di riscatto da pagare in cambio di una chiave di decrittazione. Ciò spesso significa per la vittima, in assenza di una strategia che mitighi i rischi potenziali di ogni singolo passaggio, aver come ultima chance quella di pagare una cospicua somma di denaro per riuscire, senz’anche alcuna garanzia, a riappropriarsi dei propri dati e documenti.

Il modello multi estorsione

Mentre gli attacchi ransomware continuano, inesorabilmente, a colpire a livello globale le aziende causando danni significativi sia dal punto di vista finanziario che reputazionale e produttivo, il nuovo modello di ransomware impiega una vasta gamma di strumenti e tattiche per navigare nell’infrastruttura aziendale sfruttando come porta d’accesso vulnerabilità note che non sono state corrette, vulnerabilità 0-Day e soprattutto le vulnerabilità dell’elemento umano con tecniche di ingegneria sociale e phishing. In tutti i casi una volta fatta breccia nel sistema compromesso, gli autori malevoli possono sferrare un attacco multi estorsione. Oltre al blocco d’interi sistemi con la crittografa dei file e l’estorsione tradizionale, gli attaccanti utilizzano diverse altre componenti per costringere la vittima a pagare il riscatto:

  • una doppia estorsione: in questo caso se il target colpito non paga il riscatto, rischia la pubblicazione dei dati violati sul dark web, dandoli in pasto ad ulteriori gruppi criminali; 
  • una triplice estorsione: una doppia estorsione con minaccia di un attacco DDoS; 
  • una quadrupla estorsione: ransomware con possibile esfiltrazione di dati o attacco DDoS e coinvolgimento diretto del bacino dei clienti del target. 

Il modello RaaS

Il Ransomware as a Service (RaaS) è una derivazione malevola del modello di business Software as a Service con la quale gli sviluppatori forniscono agli affiliati strumenti già pronti allo scopo di sferrare attacchi ransomware. Gli utenti RaaS non devono essere esperti per usare gli strumenti, ma in base all’accordo contrattuale usufruire del servizio offerto:

  • in abbonamento, pagando una tariffa fissa in criptovaluta, con supporto per la personalizzazione del payload e la gestione dei wallet;
  • in affiliazione con una richiesta percentuale sul profitto (20% – 30% del riscatto pagato dalle vittime), comprensivo di supporto e strumenti su misura;
  • in licenza piena, con kit ransomware preconfezionati, completi e pronti all’uso.

Prevenire è meglio che curare

Nella maggior parte dei casi, gli attacchi potrebbero essere fermati o perlomeno mitigati seguendo alcune best practice di settore (che non sono ovviamente le uniche azioni di sicurezza da intraprendere. Andrebbe studiata una soluzione di sicurezza strutturale adeguata e ottimizzata per la propria realtà aziendale alfine di colmare ogni lacuna e punto debole):

  • aggiornare periodicamente sistemi e applicazioni, mantenere un solido piano di gestione delle patch. Questo protegge dalle vulnerabilità note applicando gli aggiornamenti disponibili; 
  • utilizzare l’autenticazione a più fattori per gli account amministrativi critici, rendendo più difficile per gli aggressori abusare di credenziali compromesse per ottenere l’accesso al sistema;
  • disattivare gli account amministrativi convenzionali, creandone altri  in modo opportuno;
  • limitare gli accessi remoti, qualora non protetti tramite autenticazione a più fattori;
  • segmentare la rete tenendo separati e isolati i sistemi critici;
  • custodire adeguatamente le copie di sicurezza, adottando strategie di backup secondo la regola 3-2-1, mantenendo almeno tre (3) copie dei dati aziendali in due (2) formati diversi, con una (1) copia offline e posizionata fuori sede. Ciò garantirebbe di poter ripristinare le funzionalità senza dover decrittografare  file e pagare alcun riscatto;
  • integrare nella propria cultura la consapevolezza della sicurezza e delle buone regole di condotta, verificandone l’attuazione con audit periodici.

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Sicurezza informatica domestica. Proteggiamo anche i nostri router

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Tempo di lettura: 2 minuti. Solitamente i criminali informatici riescono ad abbattere le misure di sicurezza, sfruttando password amministrative o vulnerabilità non sanate e una volta ottenuto l’accesso di un sistema possono modificarne impostazioni, accedere a dati e comprometterne il regolare funzionamento

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router wifi
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Assumere il controllo di un router senza il consenso del relativo proprietario significa commettere una violazione che può mettere potenzialmente a rischio anche tutta la rete ad esso collegata.

Solitamente i criminali informatici riescono ad abbattere le misure di sicurezza, sfruttando password di amministrazione violate o vulnerabilità non sanate e una volta ottenuto l’accesso di un sistema modificarne impostazioni, accedere a dati e comprometterne il regolare funzionamento.

Utilizzare le credenziali di accesso predefinite o sfruttare una vulnerabilità del firmware, ad esempio, sono due comuni modalità per compromettere un router:

  • se la password amministrativa di default non viene cambiata, chiunque potrebbe accedervi una volta in possesso di questa informazione;
  • la presenza di una vulnerabilità potrebbe consentire l’accesso non autorizzato alle impostazioni amministrative del router.

Perché hackerare un router?

Un criminale informatico che viola un router potrebbe dedicarsi a innumerevoli attività dannose.

Senza dubbio, l’autore della violazione potrebbe essere interessato a conoscere le preferenze di navigazione web ed a monitorare e acquisire dati da utilizzare in modo illecito. Ma non solo, un router violato potrebbe rappresentare un mezzo per:

  • attaccare altri dispositivi collegati alla stessa rete;
  • navigare gratuitamente per scopi illeciti sfruttando la connessione dati del proprietario del router;
  • reindirizzare il traffico Internet (modificando le impostazioni DNS) per connettersi ad una botnet e contribuire alla potenza di fuoco di un attacco DDos o di una campagna malspam.

La prevenzione prima di tutto

La maggior parte degli attacchi al router può essere evitata o quanto meno mitigarne l’impatto, applicando delle semplici regole di prevenzione.

Appena acquistato un router, a maggior ragione se preso di seconda mano, andrebbe subito impostata una nuova password di amministratore, proprio perché:

  • le password predefinite dei router più diffusi sono facilmente reperibili da manuali e forum online;
  • gli eventuali precedenti proprietari a conoscenza della vecchia password potrebbero tentare di continuare ad accedervi.

Inoltre anche eventuali vulnerabilità nascoste potrebbero consentire a malintenzionati di carpire le credenziali di accesso al router. Pertanto è fondamentale verificare sempre che l’accesso remoto sia disattivato e controllare periodicamente che non siano stati emessi degli aggiornamenti importanti per il proprio modello di router.

Un altro fattore importante da prendere in considerazione è la scelta del protocollo di sicurezza da adottare per la condivisione wifi. La WPA3 (Wi-Fi Protected Access 3), ad esempio, e il suo predecessore WPA2 risultano protocolli sicuri e affidabili purché vengano scelte delle password robuste.

Da evitare assolutamente invece il Wi-Fi Protected Setup ovvero il pulsante WPS. Connettere un dispositivo con la semplice pressione di un tasto e inserendo un PIN, è sicuramente una procedura semplice e comoda ma non certo sicura.

Anche cambiare l’SSID predefinito della propria rete wifi, dovrebbe essere una buona pratica. Se non personalizzato, questo identificativo consentirebbe a chiunque di conoscere il tipo di router in uso. Qualora il router ne sia dotato sarebbe opportuno anche abilitare il firewall integrato. In tal modo la rete risulterebbe protetta da traffico Internet indesiderato e potenzialmente dannoso.

In caso di violazione cosa fare

Qualora delle anomalie e un malfunzionamento (quali impostazioni DNS alterate, password amministrative bloccate, saturazione della rete) siano imputabili ad un hackeraggio del proprio router, occorre quanto prima ripristinare il dispositivo.

Ripristinando le impostazioni di default si rimuoverà qualsiasi configurazione, riportando il router allo stato in cui si trovava appena uscito dalla fabbrica. Successivamente bisognerà come già consigliato in precedenza procedere a personalizzare le configurazioni e le credenziali predefinite oltre che cercare nuovi aggiornamenti firmware per il proprio router.

Ricordiamo che il router di casa è il punto di accesso alla nostra rete casalinga. Pertanto se non vogliamo brutte sorprese, va protetto e tutelato come ogni altro nostro dispositivo elettronico ad esso collegato.

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SUDO Killer – CVE-2019-14287 Controlla vulnerabilità comando SUDO Linux

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Europa e crisi dei microchip tra Covid e scelte strategiche

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Tempo di lettura: 5 minuti. La crisi dei semiconduttori a livello globale mette in luce alcune carenze produttive europee tra le quali appunto tutte quelle legate alla filiera dei microchip.

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La crisi dei semiconduttori a livello globale mette in luce alcune carenze produttive europee tra le quali appunto tutte quelle legate alla filiera dei microchip.

La pandemia rappresenta per l’Europa un’occasione per affrontare alcune fragilità produttive che da molto tempo diversi osservatori mettono in luce. In fondo ogni crisi è un’occasione per affrontare criticità e governare il cambiamento invece di subirlo.

L’inerzia però con la quale si stanno muovendo i primi passi potrebbe non consentire una soluzione adeguata alle esigenze almeno nel breve termine.

Il divario esistente tra domanda ed offerta, nel caso europeo, si spiega anche con i dati relativi alla produzione specifica di microchip come riportato anche dal Sole 24 ore. Taiwan incide, per esempio, del 17% sulla ricerca, del 60% sulla produzione e del 53% sull’assemblaggio. L’Europa invece non va oltre il 2,5% nella sola ricerca ed è quasi non pervenuta sulle altre fasi del processo.

Una delle azioni messe in campo dalla Commissione Europea è rappresentata da potenziali aiuti all’industria dei semiconduttori e microchip, questo ovviamente di concerto con un aggiornamento delle regole sulla concorrenza e la proroga di alcuni sussidi per altri sei mesi.

Tutti i sussidi andranno a confluire nella proposta legislativa che la Commissione renderà pubblica probabilmente nel Q2 2022, lo European Chips Act. Sicuramente non sarà facile bilanciare le regole per la libera concorrenza con gli aiuti pubblici ad un settore che deve praticamente nascere, almeno nella forma che può dare un booster reale alle produzione Europea.

European Chips Act” riporterà l’Europa ad essere competitiva sulla produzione dei microchip?

Partiamo dai fatti concreti e da come la carenza di microchip abbia un effetto sull’economia Europea ed anche quindi sull’occupazione. Tutti possiamo toccare con mano il fenomeno, per esempio nel settore automobilistico si allungano i tempi di consegna o vengono eliminate alcune caratteristiche tecniche legate alla presenza o meno di questi componenti. Stesso discorso per videogiocatori che non possono usare alcune schede grafiche per PC oppure la nuova Console di Sony, difficile da trovare negli store.

Molti analisti ed esperti del settore pensano che la crisi possa durare ancora per gran parte del 2022. Basta infatti considerare la differenza tra offerta e domanda che, grazie a smartphone, IoT (Internet of Things) ed auto connesse, è ora notevole.

Ma i semiconduttori non sono solo al centro della nostra vita digitale, sono anche al centro della corsa tecnologica globale e quindi al centro di forti interessi geostrategici.

I microchip infatti sono una componente strategica di qualsiasi catena industriale. La corsa per i chip più avanzati è quindi una corsa verso leadership tecnologica e industriale. La corsa per i chip meno evoluti invece garantisce la continuità degli approvvigionamenti e delle produzioni.

Disporre di forniture elevate dei microchip più avanzati può condizionare la capacità di agire di uno Stato e la possibilità di guidare o meno la trasformazione digitale in atto. Cosa fanno quindi le grandi potenze?

Gli Stati Uniti, per esempio, nell’ottica di aumentare la resilienza delle catene di approvvigionamento dei semiconduttori, si stanno muovendo con un consistente investimento tramite l’American Chips Act. Questo provvedimento nasce per finanziare la creazione di un centro di ricerca americano e per supportare l’apertura di fabbriche di produzione evolute.

Taiwan, già leader mondiale per la produzione, vuole garantirsi il mantenimento del suo primato con ingenti investimenti, per esempio la TSMC investirà 250 miliardi di dollari nei prossimi 3 anni.

La Cina cerca di colmare il divario tecnologico in quanto è vincolata dalle regole di controllo delle esportazioni per evitare trasferimenti tecnologici.

L’Europa inizia a muoversi m se non agirà in fretta si troverà in ritardo.

Lo scorso settembre, presentando lo European Chips Act, la presidente Ursula von der Leyen dichiara: “Mentre la domanda globale è esplosa, la quota dell’Europa lungo l’intera catena del valore, dalla progettazione alla capacità produttiva, si è ridotta. Dipendiamo da chip all’avanguardia prodotti in Asia. Quindi non si tratta solo della nostra competitività. Anche questa è una questione di sovranità tecnologica. Quindi mettiamo su questo tema tutta la nostra attenzione”.

L’idea alla base di questa iniziativa è quella di realizzare una legge europea che integri gli sforzi nazionali fatti dagli Stati membri, in una visione e in una strategia europee coerenti.

I diversi Stati infatti stanno attualmente progettando strategie nazionali per sviluppare, sul loro suolo, attività produttive volte a ridurre le singole dipendenze.

Questa legge contribuirà anche ad evitare una corsa alle sovvenzioni pubbliche nazionali stabilendo le condizioni per proteggere gli interessi europei e posizionare ancora più saldamente l’Europa nel panorama geopolitico globale.

La nuova legge si articola su tre principi.

Strategia europea di ricerca sui semiconduttori

Il punto di forza Europeo è la sua capacità di ricerca. Ci sono diversi importanti esempi come l’IMEC in Belgio, LETI/CEA in Francia, il Fraunhofer in Germania e il CNR in Italia. Quasi tutti i produttori mondiali dipendono dalla ricerca europea condotta in questi istituti. Sarà fondamentale spingere le attività di ricerca in un’ottica strategica europea.

Piano generale per migliorare la capacità produttiva europea

Su questo fronte sarà importante monitorare la supply chain industriale, nell’ottica di anticipare possibili interruzioni future e garantire quella resilienza di cui tanto si sente parlare. Bisognerà sostenere lo sviluppo di impianti di fabbricazione europei in grado di produrre in grandi volumi i semiconduttori più avanzati (anche verso 2 nm) ed efficienti dal punto di vista energetico. Sono proprio questi componenti più pregiati a poter garantire all’Europa quella posizione di leadership a cui ambisce e di cui ha bisogno.

Cooperazione e attivazione di partnership internazionali

L’idea alla base di questa legge non è quella di produrre tutto da soli qui in Europa. È necessario infatti diversificare le nostre catene di approvvigionamento al fine di ridurre l’eccessiva dipendenza da un singolo paese o regione.

Questo ulteriore passo legislativo andrà ad affiancarsi ad altri finanziamenti europei già in corso ed al fondo IPCEI (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo).

Il fondo IPCEI Microelettronica sostiene attività di ricerca, sviluppo e innovazione, nei cinque settori tecnologici afferenti ai microchip cioè: efficienza sul piano energetico, semiconduttori di potenza, sensori intelligenti, componentistica ottica avanzata e materiali compositi. L’obiettivo principale del fondo è supportare lo sviluppo di tecnologie e componenti microelettroniche innovative che possano essere trasferite alle industrie. In questo caso si pensa principalmente ai settori dell’automotive e dell’internet delle cose (IoT), per generare nuove applicazioni o attività di ricerca e sviluppo in questi settori.

Staremo a vedere se e come l’Europa riuscirà a conquistare quell’indipendenza tecnologica che consenta di creare un vero “valore europeo” oltre poi a posti di lavoro in aree industriali strategiche. Il 2022 sarà un anno tutto da seguire su questi temi.


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