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Un altro sito chiuso per revenge porn. Un altro caso che mette in fila i limiti strutturali del sistema italiano quando si parla di violenza digitale contro le donne. La chiusura di Phica, forum con quasi vent’anni di attività, non è solo la cronaca di un epilogo atteso ma una riflessione amara sul ritardo delle istituzioni e sulla fragilità di chi resta esposto, spesso senza strumenti, a una macchina dell’umiliazione che continua a ripetersi. Non è la prima volta. Pochi giorni fa è toccato al gruppo “Mia Moglie” su Facebook, dove uomini mettevano letteralmente in vetrina mogli ed ex, oggettivandole davanti a decine di migliaia di iscritti. Con Phica lo scenario è stato diverso, ma ugualmente devastante: un forum apparentemente “autorevole” nel suo squallore, punto di riferimento storico per contenuti amatoriali che si è progressivamente trasformato in un archivio di foto rubate, commenti sessisti, deepfake e minacce.
Un forum che ha segnato la rete italiana
Per vent’anni Phica ha rappresentato, nel bene e nel male, un pezzo di storia della rete italiana legata ai contenuti per adulti. Molti lo conoscevano, pochi denunciavano. Alcuni professionisti e attivisti — come la la sociologa Silvia Semenzin, insieme a Lucia Bainotti, che già nel 2019 aveva segnalato derive pericolose — mettevano in guardia, ma senza ricevere risposte concrete. Solo oggi, quando la macchina del fango ha colpito figure pubbliche, come sempre più importanti delle donne comuni, la reazione collettiva è stata più forte. Le denunce e le testimonianze di parlamentari, giornaliste e cantanti hanno dato visibilità a un fenomeno che, in realtà, esisteva da anni. L’uso di immagini sottratte dai social network, in alcuni casi modificate con finalità sessuali, ha creato un meccanismo perverso, una sorta di “giuria popolare maschile” che ridicolizzava, giudicava e umiliava senza che le vittime potessero opporsi.
Indagini troppo lente e una chiusura tardiva
La domanda inevitabile è se le indagini siano arrivate troppo tardi. La legge sul revenge porn, introdotta solo negli ultimi anni con il Codice Rosso, ha permesso di rafforzare gli strumenti inquisitori. Ma resta il sospetto che per molto tempo si sia preferito ignorare, lasciando prosperare un ecosistema tossico. Gli stessi amministratori del forum hanno prima invitato gli utenti a segnalare contenuti “sospetti”, tentando di allontanare da sé ogni responsabilità, e poi hanno optato per l’exit strategy definitiva: chiudere due decenni di storia, travolti da centinaia di denunce e da un’ondata di indignazione pubblica.
Responsabilità delle piattaforme e dei singoli utenti
Qui si apre una riflessione più ampia. È facile puntare il dito contro le piattaforme, ed è giusto pretendere che i social network facciano di più per evitare la diffusione di contenuti abusivi. Ma la responsabilità non si esaurisce lì: è anche individuale, di chi ha deciso di pubblicare, condividere o commentare con violenza sessista. Questo non significa colpevolizzare le donne, che non meritano mai un simile trattamento, ma ricordare ai posteri che ciò che si pubblica online diventa potenzialmente eterno. I video di Tiziana Cantone, la cui vicenda drammatica ha segnato l’Italia, restano un monito crudele: una volta che un contenuto entra nella rete, cancellarlo del tutto è quasi impossibile.
Dal revenge porn al rischio CSAM
Il caso Phica è la punta di un iceberg. Se oggi parliamo di donne adulte esposte senza consenso, domani il rischio è che dinamiche simili alimentino circuiti ancora più pericolosi, legati alla pedofilia. Foto innocenti di madri insieme ai propri figli, pubblicate ingenuamente sui social, possono essere sottratte, manipolate e diffuse in spazi frequentati da pedofili. È già accaduto in passato, considerando che crescono contenuti del genere ottenuti manipolando con l’AI foto di bambini innocenti, e il pericolo rimane concreto. Il ritardo investigativo non è solo una colpa delle piattaforme. La Polizia Postale avrebbe collaborato negli anni con i gestori di Phica, a loro dire, per bloccare CSAM, ma sul fronte del revenge porn l’azione è stata tardiva. La conseguenza è che per anni migliaia di donne sconosciute non hanno avuto voce, mentre solo le figure pubbliche hanno potuto denunciare e ottenere ascolto.
La lezione che resta
La vicenda Phica apre un capitolo sociale. Mostra quanto sia fragile la protezione delle vittime e quanto sia urgente costruire una cultura della responsabilità digitale. Serve punire chi diffonde e umilia, ma anche insegnare a riconoscere i rischi e a proteggere se stessi e i propri figli risparmiandoli dal proprio copione di vita virtuale. Perché la verità amara è che ciò che finisce in rete non scompare mai. E il maschilismo digitale continuerà a replicarsi, alimentato da indifferenza e complicità, finché non ci sarà un cambiamento culturale profondo, capace di andare oltre la chiusura di un singolo sito anche per tutelare i minori delle donne coinvolte.