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Editoriali

Benvenuto Trojan di Stato. Strumento utile, ma nato come abuso

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L’Italia è in crisi per il Corona Virus ed il governo da più potere ai Trojan di Stato. Oramai siamo abituati a vedere come per i governi democratici di tutto il mondo le emergenze rappresentano spesso l’occasione per restringere i diritti dei propri cittadini. Le autorità inquirenti, Magistratura e Polizia giudiziaria, dal primo maggio 2020 potranno ampliare il campo di applicazione di softwares captatori per facilitarsi nelle intercettazioni ambientali e mirate di criminali sospetti.

PERCHÉ SI USA IL TROJAN? COSA E’?

Innanzitutto perché le intercettazioni telefoniche oramai sono inflazionate e di conseguenza chi ha bisogno di nascondere qualcosa si da appuntamento in un luogo non sempre esplicato telefonicamente e non sempre identificabile dalla Pubblica Autorità. Le stesse telefonate hanno perso vigore in fase di indagine perché nell’immaginario collettivo le telefonate sono tutte sotto controllo. La modifica della comunicazione tra i soggetti criminali ha aperto la necessità di accedere a informazioni più dettagliate e grazie alla moderna tecnologia è possibile farlo in tempo reale. Con i trojan potrebbe essere possibile sventare attacchi terroristici sul nascere, così come intercettare e fotografare scambi di mazzette nel momento in cui si concretizzano oppure monitorare giornate di vita quotidiana di interi clan mafiosi. Perché il software malevolo una volta installato ha pieno accesso al dispositivo, sia esso un pc sia uno smartphone, acquisendo privilegi di amministratore e quindi di totale controllo. Per infettare un dispositivo con un trojan ci sono due metodi. Il primo, utilizzato ad esempio nel caso Palamara, consiste nel mandare un messaggio, di tipo sms o di messaggistica istantanea, che comunica un disservizio all’utente, oppure una notizia clamorosa, e costringe psicologicamente a cliccare su un link che installa il file malevolo. Questo rappresenta un metodo mirato ad una singola persona, mentre la seconda strategia di infezione si cela spesso dietro delle app che offrono servizi, ma in silenzio hanno anche la caratteristica di impadronirsi del sistema operativo dove vengono installate e servono a monitorare intere comunità.

PERCHE’ POCO CLAMORE E TANTO SILENZIO SULLA VICENDA

Il Riformista, con i suoi giornalisti, rappresenta uno dei pochissimi organi di informazione che si è mosso su questa notizia prima che si verificasse l’adozione legislativa da parte del Governo, andando in contrordine all’imperativo dello Stato Italiano di relegare al “silenzio” le maggiori testate giornalistiche. Un silenzio garantito non solo dall’emergenza Corona Virus, ma da un altro dibattito inutile nel settore della cybersecurity perché passato in primo piano solo dopo che è diventato esecutivo, che riguarda il riconoscimento facciale di “Stato” oramai adottato in formula piena dall’Italia.

Anche in questo caso, la strategia è risultata essere la stessa perché si parla di questioni spinose per la sicurezza nazionale e non si DEVE intralciare l’ingresso dei captatori nel sistema giudiziario italiano. C’è poi un altro interesse che prevale nel mondo informatico ed è prettamente economico: sviluppare softwares capaci di inserirsi nei dispositivi di ogni marca e modello, aventi installati qualsiasi sistema operativo, rappresenta un affare milionario per chi già oggi opera nel mercato grigio. Il “Grey Market” è un luogo dove governo, ditte ed informatici non sempre “puliti” si incontrano e trattano l’acquisto di software spia utili alle operazioni civili e militari. La Procura attinge pubblicamente da società che frequentano questo ambiente.

IL RISCHIO PER I CITTADINI CHE NON SI DEVE SAPERE

A dire il vero, non c’è nulla di male nell’utilizzare dei software che aiutino i magistrati e la polizia giudiziaria nello stanare mafiosi, terroristi o corruttori, ma ci sono dei problemi che andrebbero risolti alla base per garantire massima sicurezza e non solo per le Procure, ma soprattutto per i cittadini.

Il codice del Trojan dovrebbe essere pubblico

Sembra un paradosso, ma non è così. Spiare la vita delle persone per motivi di sicurezza nazionale, ripetiamolo, non è certamente sbagliato. C’è però un aspetto da non sottovalutare: chi ci garantisce che questi software siano solamente abilitati alla lettura e non alla scrittura?

Bingo.

Questo è il maggiore problema tecnico che richiede una fiducia da parte del cittadino nei confronti della Pubblica Amministrazione su cui pende l’obbligo di essere credibile e “giusta”. Questo sospetto non ha una origine complottistica, ma trova origine dai casi di depistaggio, di trascrizioni strumentali, o semplicemente errate, che purtroppo ha già fornito la cronaca della Giustizia Italiana e di fatto non rende l’utilizzo del trojan trasparente come spesso anche le intercettazioni telefoniche hanno dimostrato. Se oggi molti processi si sono sgonfiati anche con telefonate che sembravano eloquenti quando diramate in pompa magna dalle testate giornalistiche, nulla toglie che possa avvenire anche a seguito dell’utilizzo dei software malevoli. Perché chi ne fa uso assume il controllo ed il possesso dei dispositivi informatici degli indagati e potrebbe provvedere in prima persona alla creazione di prove che in realtà non esistono perché mai commesse. Se con le intercettazioni è possibile sbagliare il montaggio degli audio e renderlo credibile alla tesi accusatoria, qui invece è possibile inviare un messaggio oppure caricare foto al posto degli indagati.

Il vero paradosso è questo e già si è verificato un caso simile su cui sta indagando proprio la Procura di Napoli. Parliamo del software Exodus, utilizzato dalle Procure di mezza Italia, che si è scoperto essere pieno di falle ed a disposizione di non si sa chi. Le intercettazioni fatte con questo captatore andavano oltre le persone indagate, presenti infatti tantissimi cittadini non sottoposti a verifica dell’Autorità Giudiziaria, ed i file delle registrazioni erano a disposizione di molti in chiaro. Appena uscita fuori la vicenda, si sospettava che fossero gli stessi camorristi ad intercettare le attività di indagine, ma poi è arrivata la conferma che lo stesso software era stato acquistato dai servizi di intelligence italiani e si è concretizzato il sospetto di spionaggio finalizzato ad un dossieraggio dove la criminalità forse non aveva interessi diretti.

L’UTILIZZO DELLE INTERCETTAZIONI

Spesso vengono diffuse le intercettazioni ambientali e telefoniche ai media che enfatizzano più aspetti di gossip e privati a dispetto delle argomentazioni giuridiche su cui gli inquirenti basano la loro accusa. Ebbene, deve essere chiara una cosa al lettore: il digitale aumenta le possibilità, ma anche i rischi. Inoltre, si fornisce un potere basato sulla conoscenza della vita privata di qualsiasi cittadino tramite l’acquisizione continua e costante di tutta la vita privata per un determinato periodo di tempo e questo potrebbe indurre qualche malintenzionato a minacciare addirittura le persone al di fuori del proprio ruolo giudiziario. Il caso di Quagliarella ci ha insegnato proprio questo e senza l’uso del Trojan.

I COSTI

L’utilizzo di captatori informatici prevede costi raddoppiati da parte della pubblica amministrazione, si spera che almeno con questa legge si proceda ad applicare un tariffario unico nazionale che consenta di razionalizzare le spese sostenute dalle Procure. Parliamo di soldi veri che potrebbero essere impiegati ad esempio per l‘assunzione di personale della Forze dell’Ordine che presidierebbe il territorio agendo tempestivamente, ma l’indirizzo naturale delle società democratiche è quello della sorveglianza di massa e poco importa se risulta più efficace essere presenti e monitorare 10 persone, rispetto al sorvegliare interi quartieri senza poter intervenire tempestivamente.

LA SOLUZIONE CREDIBILE

Se l’utilizzo dei trojan vuole essere superpartes, dovrebbe andare verso quel concetto etico ben esplicato dal prof. Luciano Floridi che descrive un ambiente dedicato esclusivamente a “soggetti” informatici senza la presenza e l’intervento dell’uomo. In poche parole, le intercettazioni dovrebbero essere gestite e filtrate da una Intelligenza Artificiale, che monitori allo stesso tempo il corretto funzionamento dei Trojan secondo gli indirizzi di legge. Solo un calcolo informatico può analizzare senza alcun pregiudizio milioni di dati sensibili, facendo a monte una cernita di quello che risulta utile alle indagini e quello che rappresenta un dato sensibile da non divulgare ad altre persone fisiche che potrebbero farne un uso improprio. Una volta reso pubblico il codice etico della suddetta Intelligenza Artificiale, in modo tale da mostrare al pubblico che agisce tutelando le persone indagate sia nella loro sfera privata che dal rischio di manipolazione dei dati, si potrà decretare uno stato di assoluzione o di colpevolezza all’interno di un procedimento giuridico senza ombre di alcun genere. Fino ad allora, il rischio di malagiustizia potrebbe aumentare per via di sbagliate, o addirittura strumentali, interpretazioni delle informazioni in maniera esponenziale, così come sarebbe giustificata una cultura del sospetto in materia.

CONCLUSIONI

Perché è vero che la Giustizia deve innovarsi, ma lo sta facendo con un software utilizzato dai pirati informatici per compiere reati come lo svuotamento di conti correnti e carte di credito, l’acquisizione di informazioni sensibili di persone e aziende da rivendersi al migliore offerente, oppure da un programma malevolo utilizzato dai regimi più sanguinari della storia attuale per monitorare i dissidenti.

Qui è in gioco anche la tutela della libertà di espressione di un popolo se non è chiaro, strano che molti attivisti o giornalisti interessati a rivendicare diritti democratici siano in silenzio dinanzi ad una tecnologia che se utilizzata in modo sbagliato, potrebbe rendere l’Italia simile alle, a loro dire, “odiate” Cina, Iran o Russia.

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Cazzaniga truffato per 700 mila euro: non va aiutato, ma curato

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Il pallavolista Cazzaniga ha versato 700 mila euro in 15 anni ad una sconosciuta che si spacciava per una top model brasiliana. Una storia che ha colpito tutti per la sua longevità ed ha acceso un riflettore sociale su un caso che non è isolato, anzi, è più diffuso di quanto sembri e la “colpa” non è solo di chi truffa, ma anche del truffato.

Il caso Cazzaniga

Un pallavolista frequenta una sua amica che al telefono gli passa una modella brasiliana che dice di essere pazza di lui. La pseudo modella gli manda foto, senza mai farsi vedere, gli chiede soldi essendo costantemente bisognosa di interventi chirurgici al cuore, ma evita il rapporto personale ed il contatto fisico negando l’incontro tra di loro. In 15 anni, la donna è sempre stata assente seppur ogni giorno non mancava nel mandargli foto sulla sua vita quotidiana. Ben 700 mila euro sono stati sottratti al giocatore con questa tecnica dove ad oggi, grazie al servizio delle Iene, figurano tre persone coinvolte e sono l’amica Manuela, il compagno di lei carabiniere, e Valeria Satta con cui per 15 anni il pallavolista ha interagito credendo che la donna fosse Alessandra Ambrosio. Per chi non conosce il mondo della moda, Alessandra Ambrosio è una delle donne più belle del mondo ed anche più ricche nel campo della moda. Non è un caso infatti che sia stata per anni la testimonial della casa di moda più importante al mondo tra le testimonial dell’intimo Victoria’s Secrets e quello che ha lasciato perplessi in molti è il fatto che Cazzaniga non si sia mai accorto della somiglianza tra la donna con cui parlava ogni giorno e la modella brasiliana.

Analisi di un fenomeno frequente

Quanto accaduto a Cazzaniga avviene ogni giorno ai danni di tantissime persone, ma quello che non torna è invece il fatto che la vittima sia stata spolpata per anni senza avere riscontri reali delle promesse avute dalla donna sulla sua identità.

In questa tecnica di truffa c’è la doppia componente, analogica e tecnologica, composta dalla truffa telefonica avallata dall’utilizzo dei programmi di messaggistica moderni con cui si inviano foto e video alle persone per convincerle di parlare al telefono con la stessa persona.

In questo caso c’è la presenza di un uomo delle Forze dell’Ordine, il cui ruolo non è chiaro, ma che rende ancora più complesso individuare se ci siano stati fattori esterni rilevanti al dualismo amica e modella. Sono molte le truffe amorose che vengono commesse ogni giorno, ma oramai hanno più una contestualizzazione sessuale piuttosto che platonica. I famosi profili falsi sui social che invitano ad avere rapporti sessuali virtuali e registrano le webcam compromettenti delle persone coinvolte per poi chiedere soldi in cambio con attività estorsiva. Fenomeni del genere avvengono anche tra persone reali dove la parte debole si presta sessualmente e si fa riprendere ed è poi ricattata. Difficilmente, invece, si verificano ancora oggi delle truffe telefoniche così sofisticate, proprio perché i tempi sono cambiati, ma è pur vero che questo raggiro costato 700 mila euro alla vittima è iniziato 15 anni fa e tecniche che possono sembrare obsolete, trovano nella componente amorosa con la bella donna che chiede soldi in continuazione per motivi di salute radici più convincenti.

Cazzaniga va curato

Non solo aiutato, ma il giocatore di pallavolo che ha vinto molto nella sua carriera deve seguire una terapia psicologica. I danni provocati dal raggiro sono stati sicuramente tremendi, ma è pur vero che se è stato scelto lui come vittima, è perché aveva tutte le caratteristiche per farlo.

Sarà perché è troppo buono di carattere?

Se anche fosse così, come ha fatto a non capire che la donna con cui parlava ogni giorno non era la modella Alessandra Ambrosio bensì una truffatrice che si faceva mandare dei bonifici a Cagliari e non a Copacabana su un conto intestato ad una italianissima Valeria Satta?

L’abilità delle donne coinvolte non è stata solo quella del circuirlo, ma anche di rendere il giocatore asociale, slegandolo dal suo contesto amicale e soprattutto familiare.

Oppure lo è sempre stato per motivi caratteriali che non sono mai stati approfonditi da analisi specifiche?

Il contesto nel quale si muove il giocatore è simile a quello della ludopatia dove si ha convinzione di vincere, ma invece si è nel vortice di una dipendenza dal gioco ed è per questo che Cazzaniga non va aiutato, bensì curato.

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Greenpass: dopo l’inchiesta di Matrice Digitale, il Garante Privacy avvia indagini con GDF

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L’inchiesta di matricedigitale sui mille Greenpass italiani scaricabili nel web di due settimane fa ha colpito nel segno. La notizia data in esclusiva sulla diffusione dei 2000 greenpass italiani che giravano su Telegram tramite un link che rimandava ad una piattaforma di file sharing, ha scaturito azioni governative di indagine. Il Garante della Privacy ha annunciato di aver avviato tutte le procedure necessarie per accertare l’origine dei green pass trafugati, collegati a vaccinazioni, perfettamente funzionanti.

Guardia di Finanza avvia indagine sui 1000 green pass

Il comunicato del Garante descrive “Migliaia di green pass, apparentemente autentici, disponibili on line all’interno di una nota piattaforma di file sharing e scaricabili da chiunque, con il serio rischio che possano essere manipolati o commercializzati. Considerata la gravità e la pericolosità di questa illecita diffusione di dati personali particolarmente delicati, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato d’urgenza un’indagine per accertare le modalità con le quali questi dati siano finiti in rete e ha dato mandato al Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi tecnologiche della Guardia di Finanza di acquisire gli archivi on line e accertarne la provenienza“.

Ringraziamo pubblicamente la redazione di Open

In un momento dove ognuno fa sua la notizia dicendo di aver scoperto per primo questa falla, giornalisti o addirittura intere redazioni per intenderci, c’è un dovere morale da parte nostra nel ringraziare pubblicamente la redazione di Open , colpevole di aver commesso un atto ignobile secondo il buoncostume giornalistico degli ultimi anni: ha citato la fonte in tempi non sospetti in questo articolo. In più c’è anche chi ha fornito una notizia molto importante sul placement di archivi digitali all’interno di piattaforme di altre piattaforme di file sharing come Emule e precisamente il sito Insicurezza Digitale che vi riportiamo qui.

Le app di Verifica non ufficiali alimentano i certificati esposti in rete?

VerificaC19 è l’app ufficiale del Governo per controllare la validità dei greenpass in circolazione, ma non tutti utilizzano quella consigliata dal Governo. Il sospetto degli ultimi giorni, che mette in dubbio la teoria espressa a caldo da matricedigitale sull’origine unica dei mille certificati verdi ipotizzando una farmacia o un hub vaccinale, è quello che, secondo Michele Pinassi, c’è un rischio ancora più grande rappresentato da app che verificano il green pass, ma allo stesso tempo ne rubano tutti i dati presenti clonando il pdf o il qrcorde all’insaputa degli utenti. Questa notizia è stata dichiarata possibile anche da altri ricercatori come @Odisseus e @sonoclaudio e rappresenta una novità sulla vicenda dei 1000 greenpass italiani che tengono banco da due settimane, con esperti che li riciclano come se fossero molti altri quelli esposti continuamente, ma pur di non citare le fonti di tale notizia, la fantasia aiuta a sfornare nuove informazioni basate su fatti oramai vecchi e accertati da altre testate come la nostra almeno due settimane fa.

Nel mentre la GDF farà luce sulla vicenda, su cui siamo anche noi curiosi a questo punto di sapere maggiori dettagli, avremmo gradito più della citazione dovuta, un apprezzamento e la condivisione della nostra campagna di sensibilizzazione sociale dove invitavamo a scaricare i 1000 greenpass, ma siamo consapevoli che nel giornalismo moderno, chi arriva prima, buca gli altri, che successivamente utilizzano i propri mezzi per appropriarsi delle notizie che non sono stati in grado di anticipare, soprattutto quando si tratta di poteri editoriali muniti anche di grande portata economica.

Meglio così, la soddisfazione più grande è che dopo una denuncia precisa tramite un nostro articolo giornalistico, che va oltre il futile dibattito del circo mediatico di questi giorni, l’Ente preposto al controllo ed alla tutela dei dati personali ha dato mandato all’Autorità Giudiziaria di fare luce sull’episodio sollevato da una attività giornalistica della nostra testata.

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DAZN e pirateria: il vittimismo che regge la malafede

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Dopo aver affrontato la questione spinosa di DAZN e dei suoi disservizi tecnici, oggi parliamo dell’ultima trovata che l’emittente digitale via streaming ha provato a far passare nell’indignazione totale del pubblico italico.

La tv che ha in concessione il campionato italiano, di cui trasmette i diritti, ha annunciato l’abbattimento della doppia utenza simultanea. Una motivazione che ha fatto andare molti utenti su tutte le furie ed ha essenzialmente fatto da apripista a polemiche social che si sono susseguite a raffica.

L’indignazione generale è scaturita dalla decisione di vincolare l’utilizzo di un account DAZN in modalità multiutente solo ed esclusivamente se i dispositivi connessi si trovassero all’interno di una stessa wifi.

In poche parole, se ci troviamo in casa due dispositivi con altrettante sim, ognuno dei due appoggiati su rete telefonica, la società ne staccherebbe la visione di una delle due partite. Alle proteste che si sono presentate puntuali e in massa, DAZN ha fatto sapere che la scelta era obbligata da un uso scorretto che veniva fatto della licenza multiuso. Ha tirato in ballo anche la pirateria per risultare comprensibile agli occhi di tutti, ma il discorso non può essere circoscritto in questo caso all’equazione consumatore=criminale.

Perchè i pirati sono quelli che usano DAZN senza pagare il canone e sono coloro che non verrebbero colpiti da un intervento del genere, anzi, chi ci andrebbe a perdere forse sarebbe proprio DAZN per via di un calo di utenti che potenzialmente potrebbero acquistare il loro abbonamento dopo averlo provato a casa di un amico.

Ci andrebbe a perdere anche lo sporto perché se in casa padre e figlio hanno un interesse diverso in termini di squadre del cuore, sarebbero impediti nel visualizzare con lo stesso contratto due partite differenti in simultanea.

Ricordiamo anche al lettore che il campionato italiano è tutto in mano ad un unico tycoon, quindi DAZN è essenzialmente un monopolista che nulla ha a che vedere con il mercato italiano su cui incide da pochissimi anni e male. Un giudizio ancor più negativo è stato espresso alla luce della sua dichiarazione, proprio perché a margine di uno scandalo precedente sulla qualità della tecnologia messa a disposizione per gli utenti, che si sono lamentati finanche della qualità dei contenuti informativi messi a disposizione. Questo è un altro problema o forse no? Se DAZN esprimesse maggiore qualità forse gli abbonamenti raddoppierebbero, perché non investire commisuratamente al servizio fino ad oggi offerto da Sky per evitare che il monopolio passi definitivamente ad Amazon?

Proprio come sostiene Lapo Elkan.

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