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Inchieste

L’Europa vara il Ministero della Verità a matrice atlantica: vi sveliamo la cellula italiana

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Tempo di lettura: 11 minuti. Insegnare a riconoscere la verità oppure ad educare ad una verità? Ecco la risposta alla propaganda russa dall’Unione Europea: con l’aiuto delle organizzazioni atlantiche

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Per chi ha fretta, l’Unione Europea ha:

  • Esteso il campo di azione del Codice di Condotta sulla disinformazione del 2018 con poteri di imporre la demonetizzazione dei contenuti e la loro rimozione
  • Ha individuato una struttura di pertinenza alla Commissione Europea denominata Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO)
  • L’EDMO ha degli hub territoriali dislocati sul suolo europeo, 8 precisamente, che fanno da supporto alle attività di analisi e ricerca sui territori
  • La struttura italiana è l'(IDMO – Italian Digital Media Observatory) ed è coordinata da Gianni Riotta
  • Tra i partner dell’Osservatorio figurano Luiss, Gedi, NewsGuard dove Riotta ha incarichi professionali
  • L’attività del contrasto alla disinformazione rischia non solo di assumere una lettura politica, ma è strettamente collegata ad un interesse non solo particolare dell’Unione Europea ma al contesto Atlantico avvalendosi di società d’oltreoceano, associazioni europee filo atlantiche ed associazioni di settore che contrastano qualsiasi regime considerato non democratico.

L’articolo presenta una fotografia dei partner del progetto lasciando al lettore l’analisi critica, con fonti annesse per approfondire, e lo invita a trovare una risposta alla domanda:

E’ possibile che una struttura tecnica gestita da politici e da professionisti di una precisa ideologia possa viziare l’offerta della qualità dell’informazione sul territorio Europeo con effetti censori?

Nel settembre 2021 viene presentato in pompa magna l’European Digital Media Observatory che ha lo scopo di monitorare le Fake News sui media ed avviare un percorso di contrasto alla disinformazione in rete ed in particolare sui i social media.

A benedire l’iniziativa in Italia del network di hub nazionali in otto paesi UE è Paolo Gentiloni, del Partito Democratico nella Commissione Europea con delega all’economia. Nella nota ANSA è possibile leggere i compiti dell’EMDBO, in Italia IDMO, e precisamente sono quelli di di studiare l’impatto delle fake news sulle società per diffondere pratiche positive nell’uso dei media digitali.

L’osservatorio europeo EMDBO

L’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO) riunisce fact-checkers, esperti di media literacy e ricercatori accademici per comprendere e analizzare la disinformazione, in collaborazione con le organizzazioni dei media, le piattaforme online e gli operatori del settore.
EDMO metterà a disposizione una piattaforma per sostenere il lavoro di una comunità multidisciplinare con competenze nel campo della disinformazione online. EDMO contribuirà a una comprensione più approfondita di attori, vettori, strumenti, metodi, dinamiche di diffusione, obiettivi e impatto sulla società.

Profilo Twitter ufficiale di EDMO, cofinanziato dall’Unione Europea come si legge sull’immagine di copertina

Da profilo Twitter dell’osservatorio è indicata come sede la scuola transnazionale europea che si trova anche Firenze ed è parte dell’European Academic Institute (IUE): il principale istituto in Europa dedicato alle scienze sociali e umanistiche. Fondato nel 1972 dai sei membri originari delle Comunità europee di allora, l’IUE si è guadagnato la reputazione di centro transnazionale di ricerca e di apprendimento superiore la cui sede è a Firenze e si presenta come un centro di formazione della classe dirigente politica al di sopra degli stati, intesa dal punto di vista della concezione europeista della politica.

Home page della sezione della Scuola di Governance Transnazionale

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I partner dell’osservatorio italiano

Sempre dall’ANSA si legge che l’Hub italiano (IDMO – Italian Digital Media Observatory) è realizzato con il coordinamento dall’Università Luiss Guido Carli insieme a Rai, Tim, Gruppo Gedi La Repubblica, Università di Tor Vergata, T6 Ecosystems, Newsguard, Pagella Politica e con la collaborazione di Alliance of Democracies Foundation, Corriere della Sera, Fondazione Enel, Reporters Sans Frontières, The European House Ambrosetti.

Chi è il direttore di questa struttura? Il giornalista de La Stampa, Gianni Riotta che dichiara in occasione della presentazione della struttura italiana alla LUISS che “Lavoreremo per insegnare a distinguere il vero dal falso“.

L’osservatorio italiano non è invece fondato dall’Unione Europea, ma sembrerebbe essere parte del progetto Connecting Europe Facility, CEF: fondo dell’Unione Europea istituito nel 2014 per gli investimenti infrastrutturali (in particolare le Reti transeuropee) in tutta l’Unione in progetti di trasporto, energia, digitale e telecomunicazioni, che mira a una maggiore connettività tra gli Stati membri dell’UE. Opera attraverso sovvenzioni, garanzie finanziarie e project bond. È gestito dall’Agenzia esecutiva per l’innovazione e le reti e successivamente dall’Agenzia esecutiva per il clima, le infrastrutture e l’ambiente.

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La verità è quella degli americani?

Tra i tanti direttori-coordinatori che potevano essere individuati per un lavoro così prestigioso, quanto imparziale nell’ambito europeo, si è scelto un giornalista italiano naturalizzato americano e docente di una università statunitense, Princeton, come Riotta. A sorprendere è anche il fatto che lo stesso Riotta sia un giornalista del Gruppo Gedi e sia parte del board di NewsGuard.

Ma com’è composta questa sovrastruttura che spiega ai giornalisti ed agli editori come fare informazione?

Chi è NewsGuard?

NewsGuard è una società ambigua che si è presentata al pubblico come una ONG contro la disinformazione appena nata pur non essendolo perchè vende le sue rilevazioni a terzi ed è una attività commerciale a tutti gli effetti avendo una natura giuridica tale. L’attività svolta è in sintesi quella di assegnare un punteggio ai siti di informazione su scala mondiale fissando dei paletti ai media basati sul principio di trasparenza e di correttezza delle informazioni e ciclicamente propone degli studi e delle ricerche pubblicando liste di “buoni o cattivi” che entrano appunto nella classifica dei disinformatori. Così come i profili di coloro che collaborano a progetti di questo tipo siano ideologicamente riconducibili ad un’area politica, anche i nemici provengono spesso dalle aree che si contrappongono nella realpolitik.

Gianni Riotta è l’unico italiano nel Comitato Consultivo insieme allo “sconosciuto” Gramaglia, dove i cui “membri forniscono consulenza strategica a NewsGuard. Non svolgono alcun ruolo nelle valutazioni e nella stesura delle schede informative dei siti analizzati da NewsGuard, se non diversamente indicato“. Quindi il presidente dell’osservatorio italiano sui media non ha il potere di segnalare le testate.

Nel footer del sito si legge che è una Inc. seppur venga proposta come una struttura che si avvale della consulenza di docenti universitari e giornalisti indipendenti come se fosse una ONG

Secondo Wikipedia NewsGuard è uno strumento giornalistico e tecnologico che valuta la credibilità dei siti web di notizie e informazioni e tiene traccia della disinformazione online. Gestisce un’estensione del browser e applicazioni mobili per i consumatori, oltre a servizi per le aziende, tra cui uno strumento di sicurezza del marchio per gli inserzionisti e servizi per i motori di ricerca, le applicazioni per i social media, le aziende di sicurezza informatica e le agenzie governative, ma la sua società non è recensita.

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Il Gruppo GEDI

Conosciuto come titolare del noto quotidiano La Repubblica, il gruppo GeDi è anche proprietario di diverse testate giornalistiche locali, che lo rendono di fatto il gruppo editoriale più ramificato sul territorio italiano, ed è anche allo stesso tempo titolare del quotidiano La Stampa e questo fa intendere gli interessi diretti sul gruppo della famiglia Agnelli che ne è azionista di maggioranza. Il direttore editoriale dell’intero gruppo è Maurizio Molinari, noto giornalista internazionale ed ex direttore di Riotta a La Stampa, da sempre identificato, anche Riotta del resto, come personaggio di spicco del giornalismo italiano nel contesto atlantico.

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Alliance of Democracies Foundation (AoD)

La Alliance of Democracies Foundation (AoD) è un’organizzazione no-profit dedicata al progresso della democrazia e dei liberi mercati in tutto il mondo. Seppur sia Danese, perchè fondata nel dicembre 2017 dall’ex segretario generale della NATO ed ex primo ministro Anders Fogh Rasmussen insieme all’uomo d’affari Fritz Schur e all’avvocato Klaus Søgaard, l’obiettivo è quello di combattere i veri nemici della democrazia come Vladimir Putin, Kim Jong-un e Bashar al-Assad. Sempre secondo la visione dell’associazione la democrazia è messa sotto pressione da protezionismo, populismo, nazionalismo, terrorismo e autocrazia e propone in tal senso un programma, Expeditionary Economics, che ha le sue radici negli sforzi compiuti dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda per rafforzare l’Europa del dopoguerra e creare un modello economico migliore di quello comunista offerto dall’Unione Sovietica. “Il programma sostiene progetti imprenditoriali negli Stati in via di sviluppo, nelle democrazie emergenti e nelle aree post-conflitto allo scopo di rafforzare la democrazia negli Stati fragili sviluppando una base economica locale. La Campagna per la democrazia cerca di collegare i sostenitori della democrazia in tutto il mondo e di costruire un movimento intellettuale per la democrazia attraverso una rete di associazioni locali, la presenza online, l’impegno nei media e il sostegno ai dissidenti“. A margine del Vertice sulla democrazia di Copenaghen è stata costituita la Commissione transatlantica sull’integrità elettorale e ne fanno parte: Joe Biden, Nick Clegg, Toomas Ilves e Felipe Calderón. La commissione ha il compito di rafforzare le difese delle democrazie occidentali contro le interferenze esterne.

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Reporter Senza Frontiere

Reporter Senza Frontiere (RSF) è un’organizzazione non governativa e no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa. L’organizzazione ha sede principale a Parigi ed ha lo status di consulente delle Nazioni Unite. Le sue missioni sono:

  • il monitoraggio costante degli attacchi alla libertà di informazione a livello mondiale;
  • la denuncia di ogni forma di attacco ai media;
  • la collaborazione con i governi per combattere la censura e le leggi volte a restringere la libertà di informazione;
  • l’assistenza morale e finanziaria ai giornalisti perseguitati e alle loro famiglie;
  • l’offerta di aiuto materiale ai corrispondenti di guerra allo scopo di aumentarne la sicurezza.

Stila la classifica annuale sulla libertà di informazione ed allo stesso tempo quella dei predatori della libertà di stampa dedicata ai capi di stato, alle strutture statali o teocratiche che applicano una forte censura nel mondo.

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The European House Ambrosetti

Noto come l’organizzatore dello storico Forum di Cernobbio, The European House Ambrosetti è uno dei maggiori think tank europei che gode di ottimi rapporti con il mondo anglosassone. Il Forum presenta previsioni sulle prospettive economiche e geopolitiche del mondo, dell’Europa e dell’Italia ed analizza inoltre i principali sviluppi scientifici e tecnologici e il loro impatto sul futuro del business e della società. Ciò avviene attraverso incontri, dibattiti e presentazioni di studi speciali ad hoc. The European House – Ambrosetti si presenta sul suo sito internet come un gruppo professionale di circa 250 professionisti, di cui il 54% sono donne, attivo sin dal 1965 e cresciuto negli anni in modo significativo grazie al contributo di molti Partner, con numerose attività in Italia, in Europa e nel Mondo.

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Pagella Politica

Il progetto di Pagella Politica è quello più interessante se consideriamo che dal 2012 monitora le dichiarazioni dei politici e ne trova riscontri sulla loro attività. Un progetto di The Fact-Checking Factory (TFCF) Srl attivo dal 2012 e che oggi grazie a facta.news è uscito dalla sfera politica abbracciando più ambiti della disinformazione. Nel team dell’Osservatorio Europeo, figurano ben tre professionalità di Pagella Politica: Silvia Cavasola, Laura Loguercio e Tommaso Canetta

Pagella Politica ha ben tre esponenti nel team dell’Osservatorio Europeo

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La Commissione Europea ha dato maggiore potere ai gruppi filoatlantici

Lanciato nel 2021, l’Osservatorio Italiano, Europeo e di altri stati, 8 che vi hanno aderito, oggi ha avuto un grande assist dall’Unione Europea che ha sancito l’esistenza di una agenzia di stampa europea che racchiude testate, fact checkers e piattaforme big tech statunitensi già dal 2018, che coincide anno di fondazione dell’americana News Guard, con il Codice di condotta rafforzato sulla disinformazione aggiornato al 2022 dopo le questioni che hanno interessato la pandemia ed il conflitto Ucraino.

Sul sito della Commissione Europea (FONTE) l’iniziativa è presentata così “Nel 2018 è stato istituito per la prima volta un codice di buone pratiche per le piattaforme online, le associazioni di categoria e i principali operatori del settore pubblicitario. che si sono impegnati a contrastare la disinformazione e a migliorare le loro politiche online. Questo si è dimostrato uno strumento innovativo per garantire una maggiore trasparenza e responsabilizzazione delle piattaforme online, nonché un quadro strutturato per monitorare e migliorare le politiche delle piattaforme in materia di disinformazione“.

Ed è proprio nel 2022 che arriva un rafforzamento delle azioni da intraprendere contro i trasgressori e l’istituzione di diverse sovrastrutture:

  • Applicare misure più incisive per demonetizzare la disinformazione 
  • Aumentare la trasparenza della pubblicità politica e della pubblicità tematica
  • Garantire una copertura completa dei comportamenti manipolativi attuali ed emergenti
  • Ampliare rafforzare gli strumenti che consentono agli utenti di individuare e segnalare contenuti falsi o fuorvianti
  • Aumentare la copertura delle azioni di verifica dei fatti in tutti i paesi dell’UE e nelle loro lingue
  • Fornire ai ricercatori un maggiore accesso ai dati
  • Istituire un solido quadro di monitoraggio e comunicazione, con informazioni qualitative e quantitative a livello dell’UE e degli Stati membri 
  • Istituire un centro per la trasparenza
  • Creare una task force permanente per l’evoluzione e l’adeguamento del codice

Mentre l’EDMO figura insieme al Gruppo dei regolatori europei per i servizi di media audiovisivi (ERGA) e all’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO) all’interno di questo schema nel quale la Commissione Europea valuterà regolarmente i progressi compiuti nell’attuazione del Codice, sulla base delle relazioni granulari qualitative e quantitative previste dai firmatari (Fonte), della cellula italiana non vi è traccia, se non un autoriconoscimento da parte della struttura madre di hub territoriale che esiste sia in Francia sia in Belgio e Lussemburgo e sia in Polonia di cui se ne parla finanziamento che spetta solitamente a questioni tecniche e non umanistiche di cui per fortuna se ne parla in un articolo de La Repubblica che indica i costi in 1,4 milioni per l’Italia e, in totale, 11 milioni per gli otto hub europei. Un progetto che dovrà avere una durata di 30 mesi a partire dal settembre circa ed i costi sembrerebbero anche pochi se consideriamo i partner in campo e soprattutto le attività da mettere in piedi.

Il Gancio censore nella Commissione Europea

Per rendere possibile questa struttura, in seno all’organismo esecutivo dell’Unione Europea, la Commissione, il burocrate di Bruxelles che incensa il codice di condotta sull’informazione è il sig. Giuseppe Abbamonte promotore italiano dell’iniziativa e nel convegno del 27 ottobre dal come riportato dal profilo della cellula italiana ha dichiarato che:

Il dubbio che ricorre in molti è:

cosa è una fake news? Una notizia palesemente falsa oppure una notizia non gradita?

A giudicare i partner del progetto, il proponente dell’Unione Europea ed il padrino politico dell’iniziativa, non si prospetta nulla di buono per il settore dell’informazione abituato a correre sulle sue gambe da sempre grazie all’intuito dei giornalisti ed al loro modo di essere cane da presa del potere. Abbiamo già visto come si intende il concetto di disinformazione sui social network come Facebook dove non conta quello che dici, se vero o falso, ma quello di cui scrivi di un argomento sensibile come guerra, covid e l’indirizzo è oramai molto chiaro: russofobia e filoatlantismo, prima che europeismo. L’Unione Europea, sotto la guida Von der Leyen ha attuato diversi atti antidemocratici come l’esclusione di alcune fonti giornalistiche extra europee, l’istituzione di una agenzia di informazione europea e lo ha fatto perché l’intero territorio è pervaso dalla propaganda russa e da teorie antiscientifiche che ledono la salute dei suoi cittadini. Un modo fin troppo morboso di prendersi cura delle informazioni che girano sul territorio e che non ha dato fino ad oggi i suoi frutti se consideriamo i dati delle vendite dei giornali in Italia, le acredini che ci sono nel gruppo Gedi su una strategia meno giornalistica e più dedita al seo efficace per ottenere soldi dalle pubblicità con contenuti dettati dalle tendenze commerciali e non dall’informazione al servizio del cittadino, del fatto che i giornalisti non sono più liberi di esprimere dubbi su un determinato tema perchè c’è una pezza d’appoggio sempre fornita da una scienza che per definizione non può dare risposte certe, soprattutto su tematiche improvvise, o su equilibri geopolitici dove non esiste un giusto o uno sbagliato, bensì le pretese dall’una e dall’altra parte e le complessità che la diplomazia tenta di sciogliere senza sparare un colpo di cannone. Nonostante il crollo di credibilità che i media in Italia hanno avuto durante la pandemia e durante il conflitto ucraino, dove si è creato il fronte “o noi, o loro” che ha provocato tensioni sociali mettendo gli uni contro gli altri, l’accentramento dell’informazione in sovrastrutture di sorveglianza e controllo sempre più visibili e stringenti è reso necessario dal fatto che le strategie messe in campo fino ad oggi non sono servite alla strategia di contenimento ed è per questo che si passa a colpire i soldi ed i guadagni degli editori, per questo motivo conta più il seo che la voglia di informare i lettori e chi segue il codice di condotta ha dei sussidi come dimostra il piano pronto da 120 milioni per l’editoria italiana e le edicole dove solo il 10% è stanziato per dare da mangiare ai giovani giornalisti, merce rara al giorno d’oggi:

Giusto finanziare un settore, ma ingiusto e poco democratico imporgli un codice di condotta che segua delle regole che non sono proprie del giornalismo e del modo di fare informazione, altrimenti è un do ut des, dove lo Stato, o l’Europa, impongono un modo di fare giornalismo, fallace e poco credibile, per poi aiutare chi si presta al piano di quello che sembra in realtà un Ministero della Verità.

 

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I falchi di Vladimir Putin su Telegram

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Tempo di lettura: 7 minuti. Andrey Pertsev racconta come Telegram sia diventato la principale piattaforma di informazione per i falchi russi e la loro realtà alternativa

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L’applicazione di messaggistica Telegram è stata creata da Pavel Durov, che in precedenza aveva fondato Vkontakte, una società russa di social media. Molto rapidamente, Telegram è diventato un altro classico esempio di come gli addetti ai lavori del governo e degli affari russi cercano di manipolare la vita politica negli anni 2010. Subito dopo la sua fondazione sono iniziati a nascere canali anonimi su Telegram, con post presumibilmente provenienti da addetti ai lavori all’interno di uffici burocratici, di sicurezza e di partito; questi hanno iniziato a prendere piede e figure influenti hanno iniziato a leggerli per avere un’idea di ciò che sta accadendo in un’altra “torre del Cremlino”, spesso rivale. Agli albori dell’esistenza di Telegram, molte informazioni privilegiate apparivano davvero in questi canali. Le ragioni erano molteplici. I media economici e politici erano sottoposti a pressioni e censure crescenti; a differenza di Telegram, le organizzazioni mediatiche spesso si rifiutavano di pubblicare informazioni esclusive scomode per il Cremlino. In secondo luogo, l’anonimato di Telegram comportava un maggior grado di sicurezza per gli autori dei testi e i loro insider, rispetto alla stampa tradizionale.

Dal territorio della libertà all’immondezzaio

Ben presto, però, tecnologi e responsabili delle pubbliche relazioni si sono resi conto che la nuova piattaforma poteva essere utilizzata per pubblicare informazioni utili per i loro clienti e patroni; alcuni canali promossi (come Nezygar) hanno iniziato a passare di mano e i post a pagamento hanno iniziato a essere inseriti tra i loro contenuti. Gruppi influenti e singoli uomini d’affari e politici iniziarono ad aprire i “loro” canali anonimi pseudo-insider. La possibilità di rimanere anonimi gioca di nuovo un ruolo, ora negativo. L’anonimo non ha reputazione, quindi in teoria può pubblicare informazioni manipolative e false finché il pubblico non si accorge di queste manipolazioni. L’esposizione di un canale anonimo non impedisce in alcun modo ai suoi proprietari di creare un nuovo canale, dove in un primo momento verranno pubblicati i veri insider, e poi la situazione potrebbe ripetersi. Di conseguenza, nel febbraio 2022, il segmento politico di Telegram russo ha acquisito una reputazione dubbia; molti canali hanno iniziato a essere chiamati “discariche”, gli utenti hanno scoperto le reti di canali controllati da vari beneficiari e chi sono questi stessi beneficiari (ad esempio, il primo vice capo dell’Amministrazione presidenziale, il curatore del blocco informativo del Cremlino Alexei Gromov, il capo di Rosneft Igor Sechin e l’ex addetta stampa di Rosmolodezh Kristina Potupchik). Molti lettori di Telegram hanno imparato a distinguere le informazioni manipolative e hanno cambiato il modo in cui ottengono informazioni dalla maggior parte dei canali politici: li hanno trasformati da una fonte di insider in un’interessante illazione sulle lotte intestine tra le “torri del Cremlino”.

Telegramma in prima linea

Lo scoppio della guerra cambiò la situazione. Il “semi-decommissionato” Telegram ha ricevuto una nuova vita come piattaforma principale per le dichiarazioni del partito della guerra. È su Telegram che l’ex presidente, e ora vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, pubblica i suoi post arrabbiati. Il capo della Cecenia Ramzan Kadyrov comunica con il pubblico tramite Telegram. Un uomo d’affari molto controverso, il fondatore di Wagner PMC Yevgeny Prigozhin, ha una rete di canali (ad esempio, “Kepka Prigozhina” e Grey Zone). È su Telegram che vengono pubblicati i cosiddetti “corrispondenti militari”, autori ideologici di testi dal fronte, che spesso non lavoravano nemmeno come giornalisti. Sullo sfondo della guerra, l’interesse per i canali giornalistici e pseudo-analitici ultrapatriottici, anonimi e non, già esistenti, si è riscaldato e sono apparsi in massa anche nuovi progetti con la lettera Z nel nome. Il contenuto di Telegram russo pro-guerra è molto diverso da quello dei testi e delle storie su argomenti militari dei media filogovernativi. I discorsi infuocati di Dmitry Medvedev, che minaccia direttamente un attacco nucleare all’Ucraina e insulta i politici occidentali, e i discorsi di altri funzionari, tra cui Vladimir Putin, differiscono all’incirca nello stesso modo. Quest’ultimo tipo di discorsi rimprovera gli astratti “anglosassoni”, ma almeno a livello di parole parla del desiderio di avviare negoziati e disconosce l’escalation del fronte. Le notizie ufficiali, di norma, contengono storie sulla potenza delle attrezzature militari russe, sulla conquista di singoli villaggi nel Donbass, sulle azioni di singoli soldati e ufficiali, che vengono presentate ai lettori e agli spettatori come atti eroici. I corrispondenti militari e i canali di analisi pro-militari riferiscono non solo dei successi, ma anche dei problemi, chiedendo contemporaneamente al Cremlino e al Ministero della Difesa le azioni più dure possibili. Pubblicisti e analisti criticano il “partito della pace” condizionato e scrivono della necessità di continuare le ostilità fino alla fine, chiedono la mobilitazione generale e il trasferimento dell’economia sul piano bellico. I rappresentanti del segmento Telegram favorevole alla guerra criticano sempre più le autorità. Di norma, lamentano l’indecisione e l’insufficiente rigidità del Ministero della Difesa, dei singoli generali e di una cerchia indefinita di civili, accusandoli di tradimento. Per certi versi, questa situazione assomiglia a quella di Telegram agli albori della sua popolarità in Russia. I canali a favore della guerra pubblicano punti di vista diversi dalla posizione ufficiale del Cremlino, oltre a informazioni più o meno affidabili sulla situazione al fronte. Naturalmente, questo punto di vista alternativo attrae il pubblico – i “canali z” sono piuttosto popolari – ad esempio, l’inviato militare Semyon Pegov è letto da 1,3 milioni di utenti e Rybar, uno dei canali analitici pro-militari più popolari, ha poco più di un milione di abbonati. In un certo senso, Telegram può essere definito il principale media militare russo. I sostenitori della “guerra per la piena vittoria” cercano la verità e le risposte alle domande – “di chi è la colpa” delle sconfitte e “cosa fare” nei “canali z”, ricevendole in forma semplice e armoniosa. Naturalmente, la colpa è dei “generali sciocchi e dei funzionari traditori”, e per vincere bastano azioni estremamente dure al fronte e il trasferimento del Paese su binari di mobilitazione. Questo quadro tranquillizza il pubblico favorevole alla guerra, che ha iniziato a sospettare che lo stato dell’esercito russo nella realtà e nei servizi televisivi siano cose diverse e si preoccupa delle sconfitte. Nel frattempo, questi canali riscaldano il fervore militare dei cittadini che sostengono la guerra. Paradossalmente, i corrispondenti militari e i pubblicisti e analisti favorevoli alla guerra sono letti anche dagli oppositori delle ostilità: vogliono ricevere informazioni veritiere sulla situazione e capire l’umore del pubblico z.

Bussare alla porta del Cremlino

Naturalmente, i blogger politici presenti sulla piattaforma stanno cercando di trasformare Telegram militare, così come Telegram politico, in uno strumento di influenza sulle persone che prendono le decisioni – cioè i vertici del Paese, compreso Vladimir Putin. I canali di Telegram sono anche inclusi nel monitoraggio del presidente, il che significa che in teoria, attraverso i post di Telegram, è possibile esternare le proprie opinioni al capo di Stato. È a Putin che i sostenitori della guerra si rivolgono nei loro canali; è a lui che chiedono azioni dure e una campagna contro Kyiv e Lviv. Questi autori fanno pressione sull’ansia da indice di gradimento del presidente, insistendo sul fatto che i negoziati di pace o il ritiro delle truppe da un certo territorio non saranno compresi dal “popolo profondo”, che presumibilmente chiede la distruzione dell’Ucraina e dell’Occidente. E qui inizia la solita manipolazione politica di Telegram dell’opinione e del wishful thinking. Con tutte le caratteristiche dei sondaggi d’opinione in tempo di guerra, la maggioranza dei cittadini non è affatto assetata di sangue ed è pronta a sostenere la pace se Putin la accetta. I sondaggi mostrano come la gente sia preoccupata per la guerra, la mobilitazione e il deterioramento del tenore di vita; anche il rating delle autorità è in calo. Ma gli autori favorevoli alla guerra e i loro patrocinatori dipingono un quadro diverso, di preparazione alla vittoria a tutti i costi. Kadyrov e Prigozhin, citati con rispetto dai corrispondenti militari, il primo vice capo dell’amministrazione presidenziale Alexei Gromov, che supervisiona i tabloid del Cremlino dove lavorano i corrispondenti militari, sembrano essere probabili patrocinatori di questo punto di vista, dipingono una realtà alternativa in cui il “popolo” è pronto a sopportare qualsiasi difficoltà in nome della vittoria e chiede un’azione decisiva (e quindi gli indici di gradimento di Putin calano solo per l’indecisione). In questo senso, il telegramma pro-guerra non è solo il portavoce del partito della guerra, ma anche la sua realtà parallela. Ha i suoi eroi leggendari, i suoi corrispondenti militari che raccontano la verità, il concetto di “signori della guerra” è apparso di recente, con i presunti leader militari di successo come Yevgeny Prigozhin, Ramzan Kadyrov e i loro comandanti scelti del MOD come Sergei Surovikin. Questa realtà è piena di persone desiderose di combattere, ma poi vengono fermate dai traditori nei quartieri generali militari e negli uffici civili di Mosca. Questo “mondo” può essere spaventoso e sembrare abbastanza reale – soprattutto se lo confrontiamo con le risposte dei cittadini alle domande dirette dei sociologi sul loro sostegno a un'”operazione speciale” (ad esempio, secondo l’ultimo sondaggio del VTsIOM, circa il 70% dei cittadini lo sostiene). Ma questo significa che questo “mondo di Telegram” è legato alla realtà, oppure gli autori dei canali z stanno programmando gli atteggiamenti dei russi delusi dalla propaganda televisiva? Probabilmente è la seconda. Inoltre, l’influenza dei canali di telegramma come versione più dura e veritiera della propaganda ufficiale, che colpisce i desideri nascosti del pubblico, è stata ampiamente sopravvalutata. Certo, la copertura dei corrispondenti militari più popolari, ad esempio Semyon Pegov, è di 1,3 milioni di abbonati, ma sommare l’audience di Pegov e di altri corrispondenti con più di un milione di abbonati, ad esempio Alexander Sladkov o “Rybar”, è inutile: molto probabilmente vengono letti dalle stesse persone. Decine di migliaia di persone si sono già iscritte ai canali di pubblicisti e analisti che, nascondendosi dietro l’opinione del “popolo profondo”, chiedono sangue. Non si tratta più, cioè, di una copertura totale, almeno in parte paragonabile a quella televisiva. Inoltre, non dimentichiamo che i corrispondenti militari, i pubblicisti e gli analisti favorevoli alla guerra sono letti da un pubblico di opposizione, che dovrebbe essere tranquillamente escluso dai sostenitori della guerra. Se si sottraggono i bot, si scopre che il principale portavoce del partito della guerra suona forte, ma attira una parte piuttosto limitata del pubblico – soprattutto chi è interessato alla politica e alla guerra in particolare.

Tuttavia, il pericolo dei canali z che invitano all’escalation non deve essere sottovalutato; non è la quantità che conta, ma la qualità del pubblico – in questo caso, il presidente. Non per niente a settembre girava voce che il Ministero della Difesa stesse preparando repressioni per i “corrispondenti militari” che avessero criticato il ritiro delle truppe russe dalla regione di Kharkov. Alla fine non ci sono state repressioni, ma i “corrispondenti militari” hanno capito correttamente il segnale e hanno smesso di attaccare i generali per nome. Putin vive da tempo in una realtà particolare. È pronto a passare ore a raccontare al pubblico la sua versione della storia mondiale, la perfidia degli anglosassoni e la grande missione della Russia, credendo che queste storie siano accattivanti per i suoi ascoltatori. La versione della realtà alternativa dei canali z con gente bellicosa e vittoria ad ogni costo si adatta in parte all’immagine del mondo di Putin. I corrispondenti militari partecipano a eventi pubblici con Putin, lui li incontra e probabilmente li ascolta in qualche modo. Putin non vuole perdere; permette passi impopolari come la mobilitazione perché non li considera impopolari – il capo di Stato crede che la popolazione sia pronta ad andare con lui verso la vittoria e a sopportare le difficoltà. Il portavoce del partito al potere punta con precisione all’orecchio del presidente ed è quindi pericoloso. Putin ricorda i tempi sovietici; ricorda come si distinguevano la propaganda ufficiale e i canali di informazione alternativi, come il samizdat. Il presidente, molto probabilmente, è consapevole di come la fiducia nella propria propaganda sia finita per il governo sovietico. I canali di telegramma filo-militari potrebbero diventare (e a giudicare dal rapporto con i commissari militari) già un “samizdat” per Putin; questi brandelli di informazione potrebbero trasmettergli una confortante narrazione di eroismo, predisponendolo a uno spirito di pericolosa escalation.

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La risoluzione dell’Unione Europea, votata dal Parlamento con la maggioranza dei presenti con soli 58 contrari e 44 astenuti, ha affermato il principio che la Russia è uno stato che usa metodi terroristici e sponsorizza il terrorismo. Un provvedimento in linea con la russofobia, legittima, che ha interessato gli organi di informazione europea che sotto la supervisione della Commissione hanno costituito un cluster di imprese, associazioni del settore ed università con lo scopo di giudicare la buona e la cattiva informazione che ha assunto i toni di un effettivo Ministero della Verità. Nel caso del Covid prima e nel conflitto ucraino successivamente, sono state diffuse più volte delle liste di proscrizione da alcuni giornalisti italiani e da organizzazioni collegate a loro, come ne nel caso in cui si affermava che fossero state stilate su commissione dei Servizi Segreti italiani.

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Ad aggiungersi alle liste diffuse per mettere in guardia dai propagandisti russi e da coloro etichettati come Putinvhester nel nostro paese c’è stato il Consiglio di Sicurezza ucraino che ha messo nella lista pubblica delle persone collegate al Cremlino prima Matteo Salvini poi la professoressa Di Cesare, diffondendone le immagini segnaletiche in giro per la rete.

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Più volte si sono analizzati i fallimenti della propaganda occidentale in questi mesi di guerra e più volte sono stati messi in moto strumenti a tutela di giornalisti che non hanno saputo convincere le masse sulla necessità degli armamenti e sull’opportunità di evitare la guerra in favore di iniziative diplomatiche, si è prima proposto di bandire le fonti russe dal territorio europeo, poi si è provato a non invitare opinionisti vicini alle posizioni del Cremlino e nel frattempo si è dato mandato di delegittimare sui social network figure considerate scomode per la narrazione filo europeista a matrice atlantica seppur fossero persone stimate a livello accademico e professionale.

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In virtù di questa risoluzione, sarebbe giusto domandarsi se la certificazione Parlamentare di Stato “sponsor del terrorismo” sia valido anche per coloro che sostengono tesi che analizzano anche le ragioni storiche del Cremlino in questo conflitto oppure coloro che in questi mesi hanno espresso concetti di pace e son ostati associati alla propaganda del Cremlino così come accaduto per ultimo alla professoressa Di Cesare. Il fatto che, dinanzi all’esposizione nella pubblica piazza della rete, popolata anche da movimenti ultranazionalisti e filonazisti con ramificazioni internazionali, ci sia stata una minore echo rispetto a casi simili avvenuti nel nostro paese, apre una riflessione su quanto potrà incidere questa risoluzione sulla libertà di espressione di coloro che non fanno propaganda nei confronti del Cremlino, ma esprimono analisi storiche e geopolitiche o che propongono teorie pacifiste in contrasto allo scontro tra i due mondi?

Analizzando la censura preventiva nei confronti delle fonti russe su territorio europeo, il tentativo di limitare sui media l’espressione dei pacifisti, l’etichettare civili come agenti infiltrati dal Cremlino o propagandisti russi, la denigrazione sui social network di persone rispettate da parte di orde di giornalisti ed influencer, si può ampiamente sostenere che questa risoluzione abbia definitivamente chiuso il cerchio sull’attività di propaganda di un Vecchio Continente sempre più avviato allo scontro bellico con il nemico russo.

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Il nuovo Warren Buffet è una lavatrice del Partito Democratico americano?

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Tempo di lettura: 4 minuti. 25 anni gestisce la piattaforma di trading più interessante nel campo delle criptovalute. Poi si scopre che mamma e papà sono due pezzi grossi e che dietro il finanziamento da 30 miliardi c’è un rapporto di sudditanza con il PD di Biden

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Il fallimento di FTX sembrerebbe essere stato dimenticato dal mondo della finanza che conta e soprattutto dal mondo dell’informazione che non ha badato molto a fare da cassa di risonanza ai retroscena di una notizia dove son ostati bruciati 30 miliardi di dollari, di cui una parte spariti spariti nel nulla tra un attacco hacker e un bonifico di criptovalute. Il giornalista Panetta ha pubblicato nei giorni precedenti la locandina di un meeting dove sarebbero intervenuti allo stesso panel sia il fondatore di FTX, Bankman Fried sia velo Zelensky, ed apre una riflessione su un presunto collegamento che intercorre tra finanza, media e politica.

Come già descritto in precedenza, il modello di Bankman Fried è essenzialmente un classico di una sfera dell’imprenditoria che negli anni ha sfornato geni dal nulla definendoli signor nessuno e non ci si è mai concentrati sull’indagare o meno sulla sussistenza delle qualità che venivano proposte al pubblico con appellativi di “visionario” “genio” “nuovo Buffet”. Nei momenti di difficoltà, quando si aggiungono guai su guai per coloro che sono nell’occhio del ciclone, si scopre, almeno noi di matrice digitale, che Sam Bankman Fried non è assolutamente figlio di nessuno e bastava andare sulla sua pagina di Wikipedia per scoprire di essere addirittura uno uno dei maggiori finanziatori del Partito Democratico americano.

Non è passato in secondo piano nemmeno il fatto che la piattaforma di commercio di trading più famosa d’America, tanto da essere creata dal nulla come sostengono in molti, abbia inviato 40 milioni di dollari in criptovalute in direzione Ucraina di Zelensky dall’inizio della guerra. L’approccio filantropico nei confronti di progetti a in direzione della società globale portatrice di diritti civili universali trova una singolare coincidenza tra i donatori del Partito Democratico statunitense promotore di un’agenda che vira verso quella direzione. Anche George Soros è il primo sovvenzionatore del glorioso Partito di Obama e Clinton ed è il primo che ha scommesso su attività simili. Cosa ancora più interessante della vicenda è che nell’America dove le lobby sono dichiarate, poche volte o quasi mai è emerso un collegamento di sangue tra Bankman Fried ed Elena Fried: madre ed attivissima politica del partito democratico di cui è cofondatrice dell’organizzazione per la raccolta di fondi politici Mind the Gap, che si occupa di sostenere i candidati del Partito Democratico e di finanziare i gruppi per il voto. Seppur seguire i soldi non è stato mai così facile ed è singolare che in pochi abbiano gettato ombre non solo sulle attività di finanziamento del PD, bensì anche su eventuali coperture messe in atto per generare un buco miliardario così enorme, quanto improvviso, a cui presumibilmente si sarebbe aggiunta anche la crisi del settore delle criptovalute dell’ultimo periodo, così come emergono ancora una volta ombre dubbi e sospetti sull’attività internazionale del PD statunitense nel territorio europeo con maggiore interesse verso l’ucraina devastata dalla guerra con la Russia, armata da un interesse morboso degli Stati Uniti d’America sul caso.

Dinanzi ad una occasione colpa di coincidenze si apre un terreno fertile anche di notizie borderline che andrebbero verificate con molta calma e riguardano quello che è stato definito come il Warren Buffett delle nuove generazioni, sospettato di essere il tramite delle attività di riciclaggio internazionale su cui lo stesso Biden in passato è stato accusato, soprattutto per il conflitto di interessi diretto in Ucraina. In più c’è da aggiungere che il buon Sam Bankman Fried in questo preciso momento non riesce a trovare pace sapendo che molto probabilmente Binance metterà in piedi dei progetti di liquidità che serviranno a rilevare attività di questo tipo e di questo genere.

Alla luce di queste informazioni che stanno emergendo, risulta difficile non immaginare una connessione tra le elezioni statunitensi del 2020, i finanziamenti alla guerra in Ucraina, le aderenze utili a garantire le coperture di un finanziamento così enorme che ha portato il record per un singolo imprenditore di perdere il 95% della sua ricchezza in un solo giorno che ci siamo trovati ad affrontare un’attività molto spinosa che in altri tempi sarebbe stata anche seguita da un allarme rosso diramato dalle forze di polizia internazionale. Perché più volte è stata sottolineata la capacità delle criptovalute di riciclare soldi e denari sporchi, più volte sono stati denunciati degli acquisti di armi paralleli o degli affidamenti da parte dell’esercito Ucraino in favore della criminalità organizzata locale, mai nessuno che abbia effettivamente acceso un riflettore sui rapporti politici tra il Partito Democratico, la famiglia Biden ed il premier ucraino Zelensky.

Le componenti di una spy story esistono tutte e ci sono già storicamente dei precedenti che risalgono addirittura al periodo in cui Trump fu accusato di impeachment nei confronti di un tradimento avvenuto nel corso della manipolazione dei bot russi sulle elezioni statunitensi, così come stanno emergendo nuovi dettagli in rete che addirittura associano alla figura del banchiere figlio di una politica e di un noto avvocato statunitense che sembrerebbe addirittura di essere un amante della vita dissoluta e che avrebbe ostentato anche delle preferenze di apprezzamento nei confronti dei minori. Su quest’ultima parte è doveroso precisare che sembrerebbe la solita classica ricostruzione con la regia dei qanon ed è per questo che non bisognerebbe dare adito a questa tipologia di informazioni visto che, con la buona pace di eventuali abusi sui minori, un fallimento da 30 miliardi di dollari ed un invio di soldi, di cui non si sa ancora come sono stati spesi e che fine hanno fatto in un paese altamente corrotto nel pieno di una guerra che alla base ha mostrato dei conflitti di interessi del presidente degli Stati Uniti d’America e quel luogo geografico , la notizia importante sembrerebbe essere questa e capire se i repubblicani riusciranno a ricavare qualche informazione sicuramente rilevante dal punto di vista giuridico. Chi ha il ruolo di informare avrebbe dovuto farlo a tempo debito e non quando più di un milione di utenti hanno visto svanire i loro risparmi nel nulla con il sospetto di aver finanziato attività illecite in Ucraina o nella migliore delle ipotesi candidati di un partito che mai avrebbero votato o per un’idea politica diversa o perché essenzialmente non avrebbero potuto votarlo per motivi di residenza geografica.

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