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Apple inizia a produrre l’iPhone 14 in India

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Tempo di lettura: 2 minuti. L’iPhone 14 è il primo dispositivo di punta di Apple a essere prodotto in India poco dopo il lancio

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Secondo quanto riportato da TechCrunch e Bloomberg, Apple ha iniziato ad assemblare l’iPhone 14 in India. È la prima volta che Apple sposta la produzione dalla Cina all’India così rapidamente dopo il lancio di un nuovo iPhone. Come riportato da TechCrunch, Apple sta utilizzando gli impianti di Foxconn a Sriperumbudur, in India, per produrre il dispositivo. In passato Apple ha prodotto i suoi iPhone di punta in India, ma in genere lo ha fatto ben dopo il lancio iniziale del telefono. L’azienda ha iniziato a produrre l’iPhone 13 in India solo ad aprile e ha fatto lo stesso con altri modelli di iPhone, tra cui l’iPhone 12 e l’iPhone 11. Abbiamo appreso per la prima volta che Apple intendeva colmare il divario tra i tempi di trasferimento della produzione dalla Cina all’India già ad agosto, sperando inizialmente di terminare la produzione dei primi iPhone in India a fine ottobre. Una fonte che ha familiarità con la situazione ha dichiarato a Bloomberg che Apple e Foxconn sono riuscite ad appianare i problemi della catena di fornitura, consentendo ad Apple di spostare la produzione in India più velocemente.

“Siamo entusiasti di produrre l’iPhone 14 in India”, ha dichiarato un portavoce di Apple a TechCrunch. Apple non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di The Verge. Apple ha iniziato a produrre iPhone in India nel 2017 con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dell’azienda dalla Cina a causa dei crescenti conflitti con gli Stati Uniti. Questo rende inoltre i dispositivi più interessanti per il mercato indiano, in quanto la produzione locale dei dispositivi in India può renderli più accessibili nel Paese. Secondo TechCrunch, l’iPhone 14 standard costa attualmente 79.900 rupie (circa 980 dollari) in India, contro i 799 dollari degli Stati Uniti. Anche altre aziende, come Google, sembrano prendere in considerazione centri di produzione al di fuori della Cina. Google starebbe pensando di spostare la produzione del suo smartphone Pixel in India o in Vietnam. Samsung produce dispositivi nel Paese dal 2007 e nel 2018 ha aperto in India la più grande fabbrica di telefoni al mondo.

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L’ultima funzione di WhatsApp semplifica l’invio di messaggi a se stessi

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Tempo di lettura: < 1 minuto. ‘Message Yourself’ consente di inviare note, promemoria e liste della spesa.

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WhatsApp ha introdotto una nuova funzione che consente di inviare messaggi a se stessi come promemoria e liste della spesa, come ha confermato la casa madre Meta a TechCrunch. Chiamata “Message Yourself”, la funzione è stata individuata per la prima volta da WaBetaInfo diverse settimane fa nell’ambito di un beta test, ma ora viene distribuita a livello globale agli utenti iOS e Android nelle prossime settimane. Una volta ottenuto l’aggiornamento, sarà possibile vedersi in cima all’elenco dei contatti quando si creano nuovi messaggi. Una volta cliccato, sarà possibile inviarsi note, promemoria, liste della spesa e qualsiasi altra cosa sia necessario ricordare. Le notifiche che ne derivano, se abilitate, possono aiutare a garantire che l’auto-appunto non rimanga inascoltato. Gli utenti possono anche appuntare le chat di Message Yourself in cima a un elenco di conversazioni per accedervi più facilmente. Finora era possibile inviare messaggi a se stessi solo creando un gruppo di cui si faceva parte o utilizzando la funzione “clicca per chattare” dell’applicazione, soluzioni a dir poco ineleganti. La piattaforma concorrente Signal offre già una funzione chiamata “Note to Self” che fa più o meno la stessa cosa, anche se è nascosta nell’elenco dei contatti invece di essere disponibile in alto. Come già detto, la funzione dovrebbe essere disponibile nelle prossime due settimane, sia su Android che su iOS.

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Musk attacca Apple su Twitter, la battaglia è cominciata

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Dopo rumors, indiscrezioni e ipotesi il 28 Novembre 2022 inizia la battaglia di Musk contro Apple…a colpi di Tweet

Tanto tuonò che piovve, era nell’aria da giorni e alla fine Musk ha scelto proprio Twitter come campo di battaglia per attaccare Apple.

Andiamo con ordine e ricostruiamo gli eventi di ieri mattina (sera in Italia). La mattinata in USA viene subito scaldata da un primo Tweet di Musk dove chiede a Tim Cook se è vero e perché Apple avrebbe ridotto la pubblicità su Twitter, il primo argomento dello scontro è quindi il tema advertising, caro a Musk per tenere in piedi l’azienda.

Arriva poi un secondo Tweet che mette sul tavolo il tema della censura e controllo dei contenuti pubblicati, secondo argomento caro a Musk che lo contrappone ad Apple.

In questo caso la riduzione del personale dedicato anche alla verifica dei contenuti pubblicati pare non piaccia ad Apple, in realtà pare non piaccia neanche a Google ma per ora Musk attacca per prima Apple e tra poco ipotizziamo il perché.

Il tema del controllo dei contenuti è un tema si caro a Musk ma sul quale probabilmente sia Apple che Google non saranno disposti a tollerare qualsiasi cosa. La disputa è comunque in corso e per ora sia Apple che Google tacciono anche perché non sono chiare ancora le procedure che Twitter applicherà, se ne parla ma non sono ancora concrete e tangibili.

Arriva poi il terzo Tweet di Musk che introduce il tema “Epic Games” e quindi il nocciolo vero della questione.

In questo caso Musk cita esplicitamente Epic Games come simbolo della ribellione verso Apple che però ha portate Epic Games in una lunga battaglia legale, peraltro ancora in corso. L’udienza dell’Appello si è svolta lo scorso 12 Novembre dopo che il primo grado aveva scontentato entrambe le aziende contendenti che hanno provveduto ai ricorsi del caso. Vedremo quali saranno gli esiti della sentenza su Epic Games ed Apple e vedrete che avranno anche ripercussione su questa battaglia Musk-Apple. L’oggetto del contendere è il 30% dei profitti trattenuti da Apple su quello che transita attraverso il suo App Store.

Ricordiamo per completezza di informazione che il 30% è la percentuale trattenuta da Apple per gli incassi superiori al milione di dollari. Viceversa è attivo un programma per incoraggiare gli sviluppatori che prevede una commissione del 15% se il fatturato resta sotto il milione di dollari, questo il link per approfondire lo Small Business Program di Apple.

Ecco quindi che arriviamo al quarto Tweet che commentiamo oggi:

Si conferma quindi il terzo motivo del contendere, le commissioni che Apple trattiene sui pagamenti che avvengono attraverso il suo Store. Vincolo che alcuni, come Epic Games, hanno provato ad arginare, con le conseguenze legali del caso e ancora in corso. Altri, come per esempio Netflix, hanno raggiunto un accordo con Apple e in quel caso l’abbonamento con Netflix gli utenti lo regolarizzano fuori dell’App Store e fuori anche dal Play Store di Google.

Questo delle commissioni è uno dei temi cari a Musk e sul quale ha aperto lo scontro con Apple che, al momento, non risponde ufficialmente. Musk non cita ancora Google che a sua volta trattiene una percentuale su quello che transita nel Play Store. Nel caso Google però siamo al 15% fin da subito e indipendentemente dal fatturato.

Seguiremo gli sviluppi dello scontro Musk-Apple che, come si può immaginare, è solo all’inizio.


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Cybercrime, l’estorsione ora fa leva su presunte compromissioni dei sistemi informatici

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Tempo di lettura: 2 minuti. L’allerta dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (BL01/221125/CSIRT-ITA)

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L’ACN ha di recente diramato un bollettino riguardo ad un nuovo tentativo di estorsione che fa leva su una presunta compromissione dei sistemi informatici aziendali.

L’e-mail estorsiva

In particolare l’attore malevolo, attraverso un messaggio di posta elettronica, comunicherebbe alla vittima l’avvenuta compromissione del sito aziendale utilizzando una presunta vulnerabilità e la conseguente sottrazione di tutti i database. La richiesta di riscatto da pagare in bitcoin entro 3 giorni ammonterebbe a 3000$.

Talvolta a corredo del messaggio, secondo quando riportato dagli esperti dell’agenzia, sarebbe stato rilevato anche l’utilizzo di dati esfiltrati per confermare la veridicità della comunicazione.

Il contenuto del messaggio è articolato secondo il modello tipico delle note a tema sextortion e della doppia estorsione ransomware. Ecco i punti salienti:

  • Incipit semplice e diretto con riferimenti al target mirato;
  • Descrizione della compromissione. Sfruttata una presunta vulnerabilità del sito aziendale;
  • La minaccia. Danno di reputazione a più livelli (dataleak/vendita db azienda, dati clienti e contenuti caselle di posta elettronica, deindicizzazione sui motori di ricerca);
  • Il rimedio. Pagare un riscatto in bitcoin;
  • Cosa succede se non si paga il riscatto. Si finirà a sostenere sempre più spese per trovare una vana soluzione alternativa;
  • Conclusione ad effetto. Non è uno scherzo, nessuna trattativa è ammessa. Nessun punto di contatto.

Perché il bitcoin per il pagamento del riscatto

Le criptovalute hanno diverse caratteristiche che le rendono particolarmente affini all’attività criminale:

  • Per questo tipo di transazioni, pur essendo assolutamente trasparenti e tracciabili, risulta praticamente impossibile risalire al titolare di un certo portafoglio digitale, proprio per le peculiarità tipiche della criptovaluta: anonimato, trasparenza, velocità e non ripudiabilità;
  • non ci sono banche/autorità centrali che segnalino le transazioni sospette o che possano intervenire per bloccare le frodi;
  • i trasferimenti in criptovalute una volta avviati non possono essere annullati.

I consigli dell’ACN

L’Agenzia consiglia a utenti e organizzazioni di verificare scrupolosamente le e-mail ricevute e attivare alcune misure:

  • analizzare i log dei sistemi indicati come compromessi ricercando evidenze di possibili attività malevole;
  • procedere all’analisi di tutte le componenti dell’infrastruttura (sistemi operativi e applicazioni) dichiarata come compromessa;
  • procedere all’aggiornamento all’ultima versione disponibile di tutte le precedenti componenti;
  • procedere alla ricerca di eventuali vulnerabilità applicative e alla risoluzione delle stesse;
  • implementare, qualora non presenti, sistemi di protezione come il Web Application Firewall.

Ovviamente si raccomanda di non pagare in ogni caso alcun riscatto. Il pagamento della somma richiesta oltre a non garantire alcuna soluzione, potrebbe dare adito agli attaccanti di proseguire l’illecito.

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