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Inchieste

Il metodo Zelensky approda in Italia: dopo le TV, il Copasir pensa a Telegram.

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Tempo di lettura: 6 minuti. C’è puzza di fascismo nel nostro paese?

Il governo si serve di Meloni per le liste di proscrizione

Sallusti prima vittima: la scenata da Giletti è un messaggio all’intelligence

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Tempo di lettura: 6 minuti.

Tutti sopresi per le liste di proscrizione del Corriere sui social? Noi di Matrice Digitale l’abbiamo previsto con degli approfondimenti mirati alla comunicazione di guerra del Governo italiano che è stato costretto a mettere in campo i Servizi visto il fallimento dei giornalisti sovraesposti nelle tv con l’intento di convincere i concittadini sull’utilità di inviare le armi in Ucraina e sul fatto che si sta difendendo una democrazia dall’assalto dei russi.

Proprio Zelensky è quello che in questi anni ha disposto nel suo paese dispositivi contro la minoranza russa nella sua veste di Servitore del Popolo. Salito al potere anche grazie ai voti dei russofoni, li ha traditi stracciando gli accordi di Minsk e imponendo la lingua ucraina nei luoghi pubblici, relegando il russo all’interno delle cerchie private.

“E pensare che Zelensky l’ucraino l’ha dovuto imparare anche lui, visto che nasce come russofono”.

Con un dispositivo di legge marziale, ha demandato alla stessa associazione ucraino-americana, protagonista del regime-change nel 2014, la comunicazione delle notizie di guerra, che comprendono le varie enfatizzazioni di un Ucraina vincente sul campo di battaglia che dopo due mesi di guerra si è rivelata con il 20% in più dei territori conquistati dai russi.

Armi spuntate, così abbiamo definito l’impianto di giornalisti scesi in campo secondo una precisa appartenenza ed impegnati in questi mesi a portare avanti tesi smentite puntualmente come “non è una guerra per procura“, “c’è un invasore ed un invaso“, “non esiste il problema del nazismo in ucraina“.

Chi ha testimoniato con fervenza queste ipotesi in contrapposizione ai “putininvhester” non sono certo giornalisti anonimi o liberi professionisti, ma consulenti del governo americano, direttori di prestigiosi think tank, giornalisti dichiarati da sempre antiputin o vicini, con incarichi universitari anche, alle posizioni degli States.

Ha sorpreso in positivo la giornalista Mariolina Santanino che ha parlato, senza fare nomi, del fenomeno di arruolamento che la Russia ha utilizzato in questi anni nelle Università nella puntata del 6 giugno ad Otto e Mezzo.

Tutti sopresi, gli altri ospiti, oppure temevano che proponesse la stessa precisa e corretta dinamica anche per gli atlantisti?

A questi si sono aggiunti giovani giornalisti di guerra che sono stati per mesi “embeddati” e accompagnati dall’intelligence ucraina sul campo di battaglia e che hanno assistito ad eventi mirati, ripetendo a pappardella quanto descrittogli dai traduttori. Cose accadute realmente, ma a volte cose false o da strumentalizzare quanto di più per mettere in evidenza le malefatte russe.

Esempio concreto della stampa pilotata “in buona fede”:

La Commissaria Ucraina dei diritti umani è stata silurata dallo stesso Governo in questi giorni perchè ha enfatizzato gli stupri di guerra su cui “non ci sono prove schiaccianti”.

Questo non vuol dire negare gli stupri, sia chiaro, ma prendere atto che per mesi i nostri media hanno enfatizzato notizie che provenivano da una fonte smentita con imbarazzo dallo stesso Governo.

Così come la stessa responsabile è stata accusata di aver gestito male i corridoi umanitari.

Gli stessi corridoi che sono stati violati più volte dai russi, ci hanno detto, oppure hanno avuto vita facile perché in buona fede, o malafede, sono stati gestiti male?

Al Copasir c’è Fratelli d’Italia considerato fascista, ma oggi collaborazionista

Veniamo al Copasir. La stampa italiana da anni rincorre lo spettro del fascismo che aleggia intorno alla Meloni ed al suo partito, ma quando si inizia a verificare la presenza nelle tv di chi esprime un’idea difforme dal circo mediatico allestito per informare i cittadini italiani, indirizzandoli ad un ragionamento interventista e orientato all’Atlantico, trova nel presidente Adolfo Urso un esponente del partito più a destra d’Italia come alleato valido.

Così come l’Azov riabilitato dalla comunità ebraica italiana, sembrerebbe addirittura finanziato da quella Ucraina, non da Israele sia chiaro, e dai giornalisti che sulla memoria della shoah ci hanno costruito carriere, vedi Gramellini o Parenzo, oggi assistiamo alla Meloni che si sta riabilitando l’immagine grazie al suo supporto Atlantico, scontato visti i suoi solidi rapporti con gli ultraconservatori americani, e non stupisce che un suo rappresentate sia partecipe al metodo, quello delle liste di proscrizione, caro a quelli che i suoi detrattori, oggi amici, dicono appartenga.

A pubblicare la lista e a dare visibilità a giornalisti, influencer e docenti universitari, nelle loro qualità di filoputin, è stato il Corriere della Sera che dall’inizio della guerra ha preso una posizione netta in favore degli USA e della propaganda di Zelensky.

I lettori sono stati avvisati tra queste righe che la terza fase, quella dell’apertura totale a tutte le fonti di informazione, sarebbe durata poco per aiutare una classe giornalistica impegnata in attività di propaganda smentita dai fatti e sbugiardata totalmente nel revisionismo storico, che sembrerebbe messo in atto anche nell’Ucraina di Zelensky, e lo si è fatto con la discesa in campo dei Servizi Italiani.

Essendo l’Italia un paese indipendente, ci sarebbe da chiedersi se l’iniziativa sia nostra oppure provenga da apparati esteri che hanno diffuso una lista ai nostri agenti. La cosa che rende vile questa iniziativa, però, è l’assenza di nomi del calibro di Capuozzo, Santoro, Negri o professionisti più illustri, come Cacciari, Montanari o Cremaschi, e per questo motivo qualcuno ha definito il colpire astri nascenti del giornalismo indipendenti sia un modo vile per intimidire chi le spalle coperte non le ha.

Dalla Tv ai Social: nel mondo c’è grande stretta sui social

Proprio Matrice Digitale si è occupato della censura di Telegram in alcuni paesi come quello brasiliano e ad Hong Kong. Quello che fa paura ai politici impegnati in una tornata elettorale che mieterà vittime, compresa la vice presidente in quota M5S, partito nato grazie ai social, che, intervistata dal Corriere, prova a nascondere il fatto che i dissidenti ed oppositori della guerra di oggi, potranno occupare più posizioni in Parlamento un domani. Dietro il suo impegno nel regolamentare i social, tramite l’accusa infamante di diffondere notizie false, non solo vuole assolvere le notizie diffuse dai giornali a prescindere, ma annienta il giornalismo indipendente e le sue capacità di crescita, chiudendo lo spazio editoriale e commerciale definitivamente.

Pesci piccoli aggrediti da pesci grossi che così gestiscono il consenso della popolazione indisturbata. Con la scusa della guerra non è escluso un intervento dell’Europol su cui il Parlamento Europeo ha investito nel dargli maggiori poteri proprio nelle piazze virtuali.

I Social scoppiano di rabbia

La lista di proscrizione del Corriere ha scatenato diversi commenti sui social network. Molti detrattori dei giornalisti incriminati hanno sospirato un respiro di sollievo per aver man forte alle tesi contrastanti a quelle enunciate dai “filoPutin” in lista. Un sospiro di sollievo che arriva anche a margine del crollo di credibilità mediatica che ha dato maggior autorevolezza ai filoPutin, leggasi anche pacifisti, in virtù del fatto che sanzioni e dinamiche di guerra non si sono dimostrate valide secondo le premesse narrate quando in tv era assente il contraddittorio.

Le reazioni avverse a questa notizia, possiamo classificarle in queste categorie:

  • persone avverse alle teorie pacifiste e putiniane indignate per l’iniziativa
  • giornalisti, professionisti e accademici indignati e che hanno espresso solidarietà ai colleghi colpiti dall’indagine dei Servizi
  • Pacifisti, e Putiniani, ancora più convinti di aver preso posizioni corrette sulle tesi “censurate” perché si tratta di un “restringimento della libertà di opinione contro delle verità scomode“.

Proprio l’ultimo punto non solo fa leva su un’opera di denigrazione derivato da una attività statale, che rimembra i nefasti (fasti in questa occorrenza) del fascismo, e che allontana i cittadini dall’autorità Governativa, ma che insinua un sospetto anche in chi non ha mai appoggiato le tesi di Orsini e gli altri, ma adesso si domanda il perché di tale attività.

per avere prova di cosa pensane le persone è possibile leggere i commenti sotto al tweet in questione:

Conclusioni

Non è chiaro cosa comporterà l’iniziativa, ma l’intimidazione dei Servizi e del Copasir sono un avvertimento per chi invita nelle tv gli esperti in questione.

Sono davvero delle spie russe?

Oppure non si deve dare visibilità a chi si rivolge ad un pubblico prevalentemente assiepato nei canali social più difficili da colpire?

La prima vittima di questo gioco è stato il direttore di Libero Sallusti. In diretta da Giletti ha preso le distanze dalla trasmissione, uscendosene in grande stile, offendendo la storia Russa e rinunciando pubblicamente al suo compenso. Sallusti avrebbe potuto farlo in silenzio, ma la necessità di sbandierarlo non solo è un modo per acquisire una visibilità in una fetta di pubblico, dove da anni viene quotidianamente delegittimato, ma ha lanciato un messaggio chiaro all’intelligence italiana: sono con voi e non contro.

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Inchieste

Facebook censura i giornalisti che pubblicano le foto del figlio di Biden

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Tempo di lettura: 2 minuti. Continuano le pressioni dell’FBI sulla piattaforma di Zuckerberg. Censurati i post di chi ha pubblicato le foto dei rapporti del figlio del presidente USA con prostitute diffuse dalla stampa internazionale

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All’improvviso provo ad accedere a Facebook da cellulare e mi ritrovo con “errore nel recuperare i dati” e dopo aver riprovato più volte capisco che c’è qualcosa che non va. Entro da PC ed ecco comparire un messaggio:

Hai provato a condividere foto intime

Il primo pensiero va a qualche mio dispositivo hackerato o a qualche accesso non autorizzato al mio profilo che ha postato qualche foto proibita e invece scorrendo più in avanti scopro che la foto incriminata e quella di Hunter Biden mentre è in dolce compagnia, accompagnata da quella in cui posa insieme al padre Joe Biden. Il post faceva riferimento in modo ironico agli affari in Ucraina della famiglia Biden tra settore energetico e traffico di armi ed aveva preso spunto dalle inchieste internazionali che prima delle elezioni hanno pubblicato lo scandalo.

Poi è calato il silenzio sulla vicenda. Chi pubblicava questi contenuti veniva apostrofato come “complottista” o “eversivo” dalle piattaforme social oppure veniva ignorato ed il suo post nascosto in fondo alle bacheche di tutti i potenziali lettori. La strategia era chiara sin da subito, così come chi aveva consegnato il portatile alle autorità, dimenticato per mesi dal figlio del presidente USA in un negozio, ha subito una macchina del fango che adesso però ha deciso di denunciare per riacquisire la dignità sottrattagli per aver curato gli interessi della nazione fornendo alle autorità un portatile con documenti sensibili.

Le pressioni dell’FBI

Prima dell’election day americano, Facebook e Twitter ricevettero una visita dell’FBI che li invitò a ridurre la portata della notizia di una serie di scandali che riguardavano il figlio di Biden. Lo stesso proprietario di Facebook ha ammesso questa ingerenza e quindi la “fonte” della notizia è diretta. Questo tipo di attività, nonostante la denuncia del capo di una piattaforma Social, continua ad esserci e questo sta a significare che le pressioni della polizia federale sui social è una costante e non per quel che concerne la sicurezza nazionale, ma per tutelare il Presidente degli USA coinvolto da sempre in affari con l’Ucraina che ha un figlio venditore di armi ed il momento di una guerra non facilita di certo a far emergere le buone intenzioni della resistenza di Kiev.

Cosa non torna nell’attività di Facebook

E’ davvero singolare il fatto che, dinanzi ad una accusa così grave come quella di favorire il sexiting, la piattaforma social non abbia provveduto a bloccare, ma ha ammonito, come riferito dai diretti interessati, tutti coloro che hanno condiviso il post senza ovviamente metterli nella condizione di subire blocchi e questo perchè il contenuto non è intimo, ma preso dalla stampa internazionale e le foto di Hunter Biden con una prostituta minorenne sono censurate come la legge prevede. In poche parole possiamo affermare che anche questa volta Facebook ha censurato un giornalista della Repubblica Italiana, ha intrapreso un’azione politica e non oggettiva e quindi, come direbbe Meloni, ha assunto ad una posizione parziale più indicata ad un mezzo di informazione che ad una piattaforma social.

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Inchieste

Facebook ha spiato i messaggi privati degli americani che hanno messo in dubbio le elezioni del 2020

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Tempo di lettura: 4 minuti. Secondo fonti del Dipartimento di Giustizia, Facebook ha spiato i messaggi e i dati privati degli utenti americani e li ha segnalati all’FBI se esprimono sentimenti antigovernativi o antiautoritari o mettono in discussione le elezioni del 2020.

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Nell’ambito dell’operazione di collaborazione con l’FBI, qualcuno in Facebook ha contrassegnato questi messaggi privati presumibilmente sovversivi nel corso degli ultimi 19 mesi e li ha trasmessi in forma redatta all’unità operativa per il terrorismo interno del quartier generale dell’FBI a Washington, DC, senza un mandato di comparizione.

“È stato fatto al di fuori del processo legale e senza una causa probabile”, ha dichiarato una delle fonti, che ha parlato a condizione di anonimato.

“Facebook fornisce all’FBI conversazioni private, protette dal Primo Emendamento, senza alcun mandato di comparizione”.

Questi messaggi privati sono stati poi distribuiti come “indizi” agli uffici dell’FBI in tutto il Paese, che hanno poi richiesto un mandato di comparizione all’ufficio del procuratore degli Stati Uniti del loro distretto per ottenere ufficialmente le conversazioni private che Facebook aveva già mostrato loro.

Ma quando gli utenti di Facebook presi di mira sono stati indagati dagli agenti di un ufficio locale dell’FBI, a volte utilizzando tecniche di sorveglianza segrete, non è emerso nulla di criminale o violento. “È stata una perdita di tempo”, ha dichiarato una fonte che ha familiarità con le richieste di citazione presentate durante 19 mesi di frenesia da parte del quartier generale dell’FBI a Washington, per produrre un numero di casi che corrispondesse alla retorica dell’amministrazione Biden sul terrorismo interno dopo la rivolta del 6 gennaio 2021 in Campidoglio.

Biden ha preso di mira specificamente Facebook per la sua disinformazione.

Gli utenti di Facebook le cui comunicazioni private erano state segnalate all’FBI come terrorismo interno erano tutti “individui conservatori di destra”.

“Erano americani armati e di sangue rosso [che] erano arrabbiati dopo le elezioni e si sono sfogati parlando di organizzare proteste. Non c’era nulla di criminale, nulla che parlasse di violenza, massacri o assassinii.

“Non appena è stato richiesto un mandato di comparizione, nel giro di un’ora Facebook ha inviato gigabyte di dati e foto. Era tutto pronto. Stavano solo aspettando il processo legale per poterli inviare”.

Facebook ha negato ieri le accuse.

In due dichiarazioni contrastanti, inviate a distanza di un’ora l’una dall’altra, Erica Sackin, portavoce della società madre di Facebook, Meta, ha affermato che le interazioni di Facebook con l’FBI sono state concepite per “proteggere le persone dai danni”. Nella prima dichiarazione ha affermato che: “Queste affermazioni sono false perché riflettono un’incomprensione di come i nostri sistemi proteggono le persone dai danni e di come ci impegniamo con le forze dell’ordine. Esaminiamo attentamente tutte le richieste governative di informazioni sugli utenti per assicurarci che siano legalmente valide e strettamente mirate e spesso ci opponiamo. Rispondiamo alle richieste legali di informazioni in conformità con la legge applicabile e con i nostri termini e forniamo un avviso agli utenti ogni volta che è consentito”. In una seconda “dichiarazione aggiornata”, inviata 64 minuti dopo, la Sackin ha modificato il suo linguaggio per dire che le affermazioni sono “sbagliate”, non “false”.

“Queste affermazioni sono semplicemente sbagliate. L’idea che cerchiamo nei messaggi privati delle persone un linguaggio antigovernativo o domande sulla validità delle elezioni passate e poi li forniamo proattivamente all’FBI è palesemente inesatta e non ci sono prove a sostegno”, ha detto Sackin, un’esperta di risposta alle crisi con sede a Washington che in precedenza ha lavorato per Planned Parenthood e “Obama per l’America” e ora dirige le comunicazioni di Facebook su “antiterrorismo e organizzazioni e individui pericolosi”.

In una dichiarazione di mercoledì, l’FBI non ha confermato né smentito le accuse che le sono state rivolte in merito all’operazione congiunta con Facebook, definita “non classificata/sensibile alle forze dell’ordine”. Rispondendo alle domande sull’uso improprio dei dati dei soli utenti americani, la dichiarazione si è curiosamente concentrata su “attori stranieri di influenza maligna”, ma ha riconosciuto che la natura del rapporto dell’FBI con i fornitori di social media consente un “rapido scambio” di informazioni ed è un “dialogo continuo”.

La linea diretta di Fauci con Zuck dimostra che la censura COVID di Facebook era tutta una questione di potere, non di salute pubblica.

“L’FBI intrattiene rapporti con entità del settore privato statunitense, compresi i fornitori di social media. L’FBI ha fornito alle aziende indicatori di minacce straniere per aiutarle a proteggere le loro piattaforme e i loro clienti dall’abuso di attori stranieri che esercitano un’influenza maligna. Le aziende statunitensi hanno anche fornito all’FBI informazioni di valore investigativo relative all’influenza maligna straniera. L’FBI lavora a stretto contatto con i partner interagenzie, nonché con i partner statali e locali, per garantire la condivisione delle informazioni non appena disponibili. Queste possono includere informazioni sulle minacce, piste percorribili o indicatori. L’FBI ha anche stabilito relazioni con diverse aziende di social media e tecnologia e mantiene un dialogo continuo per consentire un rapido scambio di informazioni sulle minacce”.

La smentita di Facebook sul fatto che fornisca proattivamente all’FBI i dati privati degli utenti senza un mandato di comparizione o di perquisizione, se fosse vera, indicherebbe che il trasferimento iniziale è stato fatto da una persona (o più persone) dell’azienda designata come “fonte umana confidenziale” dall’FBI, una persona con l’autorità di accedere e cercare i messaggi privati degli utenti. In questo modo, Facebook avrebbe una “smentita plausibile” in caso di domande sull’uso improprio dei dati degli utenti e la riservatezza dei suoi dipendenti sarebbe protetta dall’FBI. Secondo una delle fonti del Dipartimento di Giustizia, “hanno avuto accesso alla ricerca e sono stati in grado di individuarla, di identificare queste conversazioni tra milioni di conversazioni”.

Nessuno era degli Antifa

Prima che venisse richiesto un mandato di comparizione, “queste informazioni erano già state fornite alla sede centrale dell’FBI. La traccia conteneva già informazioni specifiche sui messaggi privati degli utenti. Alcune di esse erano state redatte, ma la maggior parte non lo era. In pratica avevano una parte della conversazione e poi saltavano la parte successiva, in modo che le parti più gravi fossero evidenziate e tolte dal contesto. “Ma quando si è letta la conversazione completa nel contesto [dopo l’emissione del mandato di comparizione] non è sembrato così male… Non c’era alcun piano o orchestrazione per compiere alcun tipo di violenza”. Alcuni degli americani presi di mira avevano postato foto di loro stessi che “sparavano insieme e si lamentavano di ciò che era successo [dopo le elezioni del 2020]. Alcuni erano membri di una milizia, ma erano protetti dal Secondo Emendamento… “Loro [Facebook e l’FBI] cercavano individui conservatori di destra. Nessuno era di tipo Antifa”. Una conversazione privata oggetto di indagine “si è trasformata in più casi perché c’erano più individui in tutte queste diverse chat”.

Le fonti del Dipartimento di Giustizia hanno deciso di parlare con il Post, rischiando la propria carriera, perché temono che le forze dell’ordine federali siano state politicizzate e stiano abusando dei diritti costituzionali di americani innocenti. Dicono che altri informatori sono pronti a unirsi a loro. Il malcontento si è sviluppato per mesi tra i funzionari dell’FBI e in alcuni settori del Dipartimento di Giustizia. È arrivata al culmine dopo l’incursione del mese scorso nella casa di Mar-a-Lago dell’ex presidente Donald Trump in Florida. “La cosa più spaventosa è il potere combinato delle Big Tech in collusione con il braccio esecutivo dell’FBI”, dice un informatore. “Google, Facebook e Twitter, queste aziende sono globaliste. Non hanno a cuore il nostro interesse nazionale”.

Fonte della traduzione

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Inchieste

Orban ha bloccato il price cap sul gas: vile fake news diffusa dagli oppositori di Meloni

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Tempo di lettura: 3 minuti. Spieghiamo la politica propone scelte potenzialmente sbagliate approfittando dell’urgenza e come strumentalizza il problema per fini politici, grazie alle fake news non smentite dalla stampa

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Nel periodo del caro bollette c’è una frenesia da parte dei partiti nel trovare soluzioni urgenti e già c’è una differenza sostanziale tra Meloni, che prova a risolvere i problemi senza lo scostamento di bilancio, e chi invece propone di fare ulteriore debito per aiutare gli italiani le bollette sapendo di creare un problema al prossimo governo dove sarà opposizione, vedi PD e Calenda, e chi in maggioranza, Lega e Forza Italia, riuscendo a fare una forte opposizione. La discussione del giorno nel settore energetico è stata quella del price cap.

Cosa è il price cap sul prezzo del gas?

Un tetto al prezzo del gas si intende proprio l’individuazione di una soglia oltre la quale decidere di non procedere all’acquisto. Al momento, le cifre di cui si parla sono tra gli 80 e i 90 euro/Mwh. Riducendo i costi di acquisto della materia prima, anche i fornitori che la comprano all’ingrosso dovrebbero rivenderla a prezzi più bassi. Il risultato finale sarebbero bollette alleggerite per le famiglie e soprattutto per le imprese. La stortura di quanto sostenuto è che questa misura coinvolgerebbe solo la materia prima proveniente dalla Russia

Dinamiche Europee

Non è un caso che in seno all’Europa il price cap è stato invocato da molti, in primis da Draghi, ma tutti hanno paura di attuarlo perchè Putin ha già minacciato di tagliare definitivamente e improvvisamente le forniture. Chi invece ha una deroga alle sanzioni russe è Orban con l’Ungheria che attualmente elude le sanzioni autorizzato dall’Europa stessa.

Le fake news della sinistra

Consapevoli che Orban è un partner politico della Meloni, la notizia che è stata diffusa da esponenti politici del centro sinistra che hanno dato notizia che il leader ungherese è contrario al price cap ed il tweet di Calenda sul tema esprime al meglio questo pensiero

Carlo Calenda non è l’unico della lista ad aver dato risalto alla notizia di Orban, anche dai nemici in casa del Partito Democratico sono partite notizie in tal senso Marianna Madia e Laura Boldrini

Ma è davvero Orban il problema dell’accettazione del price cap a livello europeo?

Secondo Politico.eu, la posizione dei paesi europei non è quella raccontata del “tutti contro uno“, ma è più complessa perché si divide in paesi che sono d’accordo al price cap, paesi che non lo sono solo sul gas russo ed altri che invece vogliono che sia fatto esclusivamente sul gas di Putin.

Nell’Europa dei paesi uniti, gli unici ad essere d’accordo sono Italia, Belgio, Polonia e Grecia, gli altri che invece sono in disaccordo ad applicarlo solo a quello russo sono Belgio e Ungheria, mentre chi è contrario alla valutazione di un tetto al prezzo del gas è la Germania e l’Austria.

La strumentalizzazione politica messa in piedi dalla sinistra nell’individuare in Orban il male dell’unità europea nelle misure sul Gas è un’operazione che nasconde invece la frattura in seno all’Unione Europea dove invece tutto funziona a meraviglia nonostante il periodo di difficoltà così come invece profondono gli europeisti con grande ottimismo.

Perchè questa divisione sul tema del Price Cap?

La divisione delle posizioni è molto semplice: i paesi che importano di più vedono nel price cap la soluzione al problema del prezzo del GAS, i paesi che importano poco possono invece rinunciare al gas russo perché hanno una produzione energetica che li aiuta a compensare eventuali perdite. Chi non è d’accordo, come la Germania, è perché sta provvedendo ad effettuare studi ed analisi è perché il price cap, se il prezzo di mercato dovesse salire oltre la soglia, sarebbe lo Stato a compensare il surplus e questo dovrebbe essere ben specificato dai partiti.

Una vile strumentalizzazione

Proporre come soluzione il price cap a livello europeo è una scelta discutibile indipendentemente dal fatto che sia positiva o negativa. Chi la propone con superficialità o non sa come funziona o sa che se i prezzi vanno alti, sopra la soglia, ci troviamo invece ad affrontare lo scostamento di bilancio ed un ulteriore debito non previsto oltre ai 115 miliardi fatti da Draghi grazie al suo “metodo”.

Generare una confusione tale sul tema, spingendo le persone a credere che quella soluzione sia giusta “perchè non c’è tempo” è una strategia di terrorismo psicologico che può normalizzare una scelta sbagliata e comunque controproducente per molti paesi, vedi Germania e Italia, che sono ovviamente consapevoli che questa guerra sul gas è tecnicamente un’azione rischiosa per i propri settori produttivi e di conseguenza per la propria economia. Anche l’ostile Polonia, che vorrebbe vedere Putin morto, sa bene che il gas è una componente importante e vitale per un Paese individuato come territorio di delocalizzazione industriale da altri. Quindi, anche la Polonia, che fomenta la guerra e la difesa Ucraina dall’inizio dello scontro, non vede solo nel gas russo il problema, ma nel sistema.

Prendere un problema serio che mette a rischio la sussistenza delle famiglie europee, strumentalizzarlo per fini politici, è un atto di malafede e quindi vile.

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